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Parma 2020: l'Ateneo e il futuro della città

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Parma capitale della cultura per l’anno 2020. La delibera del Consiglio dei ministri, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, il 14 marzo 2019, ha formalizzato, dunque, la scelta compiuta il 26 febbraio 2018 dalla giuria, tra candidature di diverse altre città pervenute al ministero dei Beni e Attività culturali e del turismo. Tra i “punti di forza” a base della decisione, la giuria è rimasta colpita dalla “stretta relazione”, evidenziata nel progetto presentato dall’amministrazione comunale, tra “mondo dell’Università e della ricerca, mondo della cultura e del welfare e privati e imprese del territorio”, vista come “sistema di offerta culturale di ottimo livello con esplicita attenzione ai giovani”, di “integrazione tra discipline artistiche con particolare riferimento alla tradizione musicale”. Sembra opportuno soffermarsi, per l’occasione, su due profili: la cultura, in generale, e il ruolo dell’Università della nostra Città, in particolare, che da oltre mille anni porta il nome di Parma nel mondo, nazionale e internazionale, della cultura.
La cultura, dunque, come fattore essenziale di sviluppo della persona umana, di ogni persona umana, e della società, secondo le puntuali prescrizioni contenute peraltro nella Costituzione repubblicana. Da più parti, non si fa che ripetere che occorre investire in cultura, in formazione, in istruzione.
L’aveva ben compreso, con lungimiranza, decenni fa, Pietro Barilla, quando donò alla Università 8 miliardi di lire, per contribuire alla crescita della Facoltà di Ingegneria con la espressa motivazione, ripetuta anche in occasione dell’inaugurazione, il 9 dicembre 1991, dell’ampliamento della sede didattica della Facoltà: “Bisogna investire nella formazione dei giovani. È il nostro futuro”.
La rivoluzione scientifica e tecnologica in atto ha prodotto e produce ricerche e strumenti sempre più sofisticati, destinati ad incidere persino nel patrimonio genetico delle persone, e cambiamenti strutturali nelle attività produttive e finanziarie, nella elaborazione, nella gestione delle conoscenze, nell’organizzazione e nelle strategie delle imprese. L’umanità, insomma, vive una nuova era, qualificata, pur con parole diverse, di per sé comunque significative, come “società della conoscenza”, “società in rete”, “società dell’informazione”, etc. Si può ripetere con Papa Francesco che “oggi non viviamo un’epoca di cambiamento, quanto il cambiamento di un’epoca”.
In questo contesto, l’elemento più ambito, la forza dominante non sono le cose, i beni materiali, ma la persona umana, l’unico soggetto, dice Blaise Pascal, “nato per pensare”, che genera conoscenze, idee, progetti, che è e resta il vero motore della storia nel continuo fluire della vita. Queste brevi e rapide considerazioni mi sembra siano sufficienti ad evidenziare come un ruolo strategico, deve essere svolto dalla scuola, dall’Università, dai centri di ricerca.
Non certo a caso, Jacques Delors, nei primi anni Novanta, nel progettare un nuovo modello di sviluppo dell’allora Comunità Europea, scriveva, tra l’altro: “Dalla istruzione e dalla formazione si attende la soluzione dei problemi di competitività delle imprese, della crisi occupazionale, del dramma della emarginazione sociale, in una parola, ci si aspetta un contributo essenziale al superamento delle difficoltà attuali e dal controllo dei profondi mutamenti sociali odierni”.
Difficoltà aggravate, oggi, dalla drammatica crisi, finanziaria, economica, sociale, morale e politica, che ha investito, dal 2008, tutti i Paesi e da cui non ancora si esce, che ha vanificato gli obiettivi ambiziosi di quella divenuta Unione Europea, imperniati proprio sulla realizzazione di una “economia basata sulla conoscenza più competitiva del mondo”.
Occorre riprendere il cammino per perseguire gli obiettivi prefissati, in Europa e nel nostro Paese, che dell’Europa è e deve restare parte integrante ed attiva. In questa prospettiva, occupa, come detto, una posizione strategica l’Università, sede non unica, certo, ma preminente, di elaborazione, di produzione, di trasmissione del sapere, quindi di cultura, creativa e critica, come accade dalle origini, da quando, nell’anno Mille, nacque, come un “grande fuoco”, per adoperare le parole del noto studioso francese, Edgar Morin, diffusesi presto in Italia e in Europa.
A Parma, l’Università affonda le radici proprio nell’anno Mille, come risulta dai lavori dello storico del diritto italiano Ugo Gualazzini, e come ho avuto occasione di ricordare più volte durante i miei quattro mandati rettorali. È documentato che, fin dagli albori dell’anno Mille, era fiorente “la Scuola di Parma”, annessa alla Cattedrale, formalizzata nel Decreto dell’imperatore Ottone I del 13 marzo 962, conservato nell’Archivio Vescovile, che conferiva al Vescovo Uberto la potestà di ordinare et eligere i legali, abilitandoli ad esercitare l’attività in qualsiasi parte dell’impero, che richiamava giovani d’Italia e Oltralpe.
Significative le testimonianze di una delle figure più notevoli di quell’epoca, San Pier Damiani, il quale, dalla nativa Ravenna, era venuto a studiare prima e a insegnare poi (1025-1031) a Parma, e di Donizzone, il quale, nella biografia di Matilde di Canossa, esaltava con queste parole la Scuola di Parma: “All’uso dei Greci ancor viene chiamata Crisopoli – che d’oro, in latino, vuol dire essere questa città – Parma, cioè, che primeggia nella grammatica – ed in cui tutte e sette le arti con passione sono seguite”.
È appena il caso di ricordare che lo storico tedesco dell’Ottocento Ernest Dümmler scriveva che Parma, fin dal secolo XI, “è sede celebrata di studi”, e, più recentemente, un altro noto studioso di storia delle Università, Donald Bullough, nel rilevare l’importanza della Scuola di Parma, osserva che “gli studi di Parma e in qualche altra città italiana, fra il 1020 e il 1040, erano più o meno a livello di quelli di Chartres”.
Dalle Scuole Vescovili nascono e si sviluppano, come sostenuto da Ugo Gualazzini, le Università, tra cui la nostra, che, pur in mezzo a tante traversie, nei tanti secoli trascorsi, continua ancor oggi a fornire il suo contributo alla crescita culturale, e quindi civile, del Paese, in una dimensione sempre più europea e internazionale.

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