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Una storia di Parma a immagini

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Non c'erano i telefonini allora. E le comunicazioni con Romano Rosati non erano certo facili. Per farlo uscire dalla sua tana (del resto un po’ orso lo è ancora, Romano) di via Angelo Mazza avevamo, noi giovani cronisti del Carlino Parma, due possibilità: o chiamare il bar Giacomo di fronte e aspettare che il fotoreporter arrivasse alla cornetta del telefono fisso, oppure pedalare a tutta velocità e mettersi poi a gridare dal marciapiede sulla grata che corrispondeva alle cantine del palazzo che fa angolo con via Cavour. Non so perché ma il campanello sul portone non funzionava mai. Lì sotto c’era il laboratorio fotografico di Rosati. «Romano, Romanoo, Romanooo». E lui, con la flemma che lo caratterizzava, saliva le scale, apriva la porta e appariva in strada. Spesso con il grembiule e il copri maniche da tipografo. Un mozzicone di toscanello sulle labbra, in mano custodiva sempre una fotografia che stava studiando e ristudiando per poi catalogarla: «Có gh'é», ci diceva. «Dai andiamo! C'è un incidente; c'è un arresto; c'è una conferenza stampa in Comune. Dai andiamo! Se non ci sbrighiamo, arrivano prima quelli della Gazzetta». E insieme andavamo «sul posto», si diceva nel gergo d’allora.

Sfogliando i volumi di «Parma in posa: 1970-2000» che la Gazzetta offre ai propri lettori in questi giorni che ci portano al Natale, capisco solo ora perché Romano separava sempre in due momenti gli scatti che faceva «sul posto». C'erano le foto dell'istante: pochi scatti per immagini che servivano per completare il servizio di giornata, quelle che andavano in stampa. Poi: «Aspetta un attimo», mi diceva quando avevo finito di raccogliere notizie, fatto le consuete interviste e tutto quello che mi serviva per scrivere l'articolo. Io mi allontanavo per tornare in redazione il più presto possibile. Avevo fretta, io. Romano, no. Rimaneva lì, curiosava, parlava, si guardava intorno. Non voleva un particolare qualsiasi, ma cercava la foto in esclusiva, anche se sul giornale forse non sarebbe mai apparsa. Un’inquadratura che ritagliava a modo suo, pur alla presenza di altri fotoreporter e di più persone. In situazioni che, per me cronista, avevano solo un valore immediato, l’espace d’un matin, il tempo del giornale quotidiano. Romano andava oltre. Cercava un’angolazione speciale per il volto, per un’espressione, per il contesto e per la luce.

Soffermandosi sull’originalità dell’immagine Romano ha, praticamente, prolungato i tempi di esposizione all’infinito. Rimettendo oggi in movimento persone, emozioni e sensazioni che scorrono come se fossero fotogrammi di un film alla moviola. Restituendo, con la raccolta di «Parma in posa: 1979-2000», volti e circostanze che raccontano storie personali con intrecci narrativi che «fotografano» la nostra città sul finire del XX secolo.

Tra le 519 fotografie che sono state meticolosamente selezionate (Romano è anche un impareggiabile collezionista, un certosino delle immagini) alcune le riconosco poiché fanno parte della mia stagione di cronista d’assalto, negli anni ‘80, del Carlino Parma. Non sono stato immortalato, sono dietro le quinte, probabilmente dietro a Romano che per noi giovani giornalisti è sempre stato una guida, un collega in perenne reportage. Ci sono poi ritratti che fanno spostare ancora più indietro il mio calendario. Come quella maschera di fango che ritrae il sudafricano Dugald McDonald nei primi anni ’70. Era arrivato a Parma per indossare la maglia della Rugby Parma. Il flashback mi porta a un ricordo personalissimo sul campo con le porte ad H di viale Piacenza. Una domenica lo stesso McDonald decretò, assistendo ad una partita del campionato giovanile di rugby contro il Milano, che ero stato il migliore con la maglia gialloblù. Un encomio che ancora mi esalta, ma solo per un attimo, poiché mi ritornano in mente anche le sfacchinate che il «maestro di rugby» mi obbligava, io sedicenne, a sopportare sul campo ghiacciato o melmoso durante gli allenamenti notturni con degli omoni della Rugby Parma d’allora. Il giorno dopo dovevo svegliarmi presto per andare a scuola. E mi presentavo regolarmente con qualche livido in faccia.

Come per me, le fotografie che riprendono vita nelle pagine di Romano Rosati possono essere un flashback anche per tantissimi altri parmigiani che dietro al volto di un personaggio famoso o meno conosciuto della storia locale possono leggere e ricordare pagine della propria vita. Ed è qui l’abilità del fotoreporter Rosati che, con Gianfranco Uccelli che ha curato anche l’introduzione, ha fatto uno sforzo in più, una precisione nei dettagli che non è facile trovare in tutti i libri di fotografie. Didascalie approfondite di date e di fatti che portano il lettore a essere partecipe della stessa narrazione. C’ero anch’io, ti viene da dire sfogliando i quattro libri e raccontarlo a partenti ed amici.

Domani con la Gazzetta di Parma esce il quarto volume. Una Parma in esterni e ancora con personaggi che hanno lasciato un segno, una testimonianza e una partecipazione alla vita della petite capitale. Dalle glorie del Parma di Scala a Pavarotti per un concerto al Palasport. Da un giovane Elvio Ubaldi alla partigiana Laura «Mirka» Polizzi. Poi ancora sport, spettacolo, cultura, politica, economia. E altri «pramzän dal säss» che la Parma di oggi non dimentica grazie a questo racconto fotografico di Romano Rosati.

«E adésa am' vén pròprjo vója äd tór i lìbbor äd Rozè (Rosati) chì véndon con la Gazètta», direbbe un parmigiano che ama Parma.

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