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Rischiare una coltellata per una foto: dietro le quinte dei "Luoghi dell'oblio"

Il giovane Filippo Reviati svela come nascono i suoi scatti in ville, chiese, ex manicomi e altri posti abbandonati

Rischiare una coltellata per una foto: dietro le quinte dei "Luoghi dell'oblio"

"I luoghi dell'oblio" di Filippo Reviati

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E' andato a Detroit con un amico pensando di girare la città e scattare foto ad alcuni edifici, ma non ha fatto i conti con il degrado della città. Così all'improvviso si è trovato in una zona malfamata, circondato da uomini minacciosi in strada, e per poco non gli è arrivata una coltellata. Ora ci scherza su, Filippo Reviati, ma sul momento non tanto: la sua missione americana si è conclusa all'insegna della paura e lui è tornato a Collecchio con pochi scatti. Ma con un'avventura in più da raccontare.
Scattare fotografie può diventare una passione «pericolosa» se si sceglie un percorso come quello di Filippo Reviati. Il giovane collecchiese fotografa luoghi abbandonati: ville, ex ospedali psichiatrici, chiese, discoteche, teatri; più di rado ex fabbriche. Posti che in passato erano centri di vita, spesso nelle città: molti li ignorano ma loro riescono ancora a comunicare qualcosa a chi osserva.
Reviati ha presentato le sue foto della serie «I luoghi dell'oblio» nella Sala della Rocca a Montecchio, dove ne ha esposto una ventina. L'incontro era organizzato dal Cinefotoclub di Montecchio. Il giovane autore ha condiviso con il pubblico la soddisfazione che questo genere di fotografia sa dargli e ha spiegato le sue tecniche, il modo in cui lavora e alcuni aneddoti, fra divertimento e pericoli. Perché il «dietro le quinte» è ricco di curiosità quanto le sue foto lo sono di attrattiva e di particolari interessanti. 

Reviati studia Architettura ed è iscritto al circolo fotografico «Brozzi» di Traversetolo. Voleva coniugare le sue due grandi passioni. Così ha iniziato a intrufolarsi in edifici belli dal punto di vista architettonico per immortalarli. Incursioni fatte sempre con un amico fotografo, anche perché a volte si possono fare incontri poco carini. I “luoghi dell'oblio” «sono per me bellissimi - spiega Reviati -. Non possono essere abbattuti, perché magari hanno una certa importanza, ma nemmeno sistemati perché costa troppo. Ho voluto ridare dignità a questi luoghi.Ho fatto ricerche su internet, scoprendo che esistono dei forum sui luoghi abbandonati. Pian piano ho iniziato a organizzarmi e a viaggiare». All'inizio davanti all'obiettivo c'erano edifici di Parma e provincia: una villa abbandonata nella zona di Collecchio, l'ex manicomio di Colorno, l'ex hotel Milano a Salsomaggiore, un altro "luogo dell'oblio" a Sala Baganza... Lo scenario si è allargato all'Italia, con qualche puntata in Europa e negli Stati Uniti. 

«Detroit è una città completamente abbandonata - dice Reviati -. Finché non ero là non mi rendevo conto... Sono andato con l'idea di fotografare più cose possibili. Ho fatto foto un giorno solo perché ci hanno seguiti tre, quattro volte e avevamo paura. Trovavamo sempre qualcuno che sapeva dove eravamo stati il giorno prima... Una volta siamo finiti in un ghetto e siamo scappati». Va bene la passione ma se si deve «rischiare di prendere una coltellata» non ne vale la pena. Sulla scheda digitale comunque sono rimasti alcuni validi scatti. In mostra a Montecchio c'è l'interno di una chiesa presbiteriana, che sembra un teatro.
Nelle foto di Reviati colpiscono i dettagli, i giochi di luce. I «luoghi dell'oblio» sono circondati da un alone di mistero, che suscita un certo fascino. Ad esempio, grandi saloni in stile liberty o le foto di un palazzo con un pianoforte semidistrutto in mezzo a una stanza. Certe volte le emozioni sembrano quasi palpabili: è il caso della sala del dentista di un ex manicomio, con le luci in stile sala operatoria che ancora incombono minacciose sul lettino sgangherato, le cinghie e gli attrezzi abbandonati. Sembra quasi di sentirle, le voci dei pazienti che hanno dovuto passare di lì.

Fotoritocco? No, affatto, spiega l'autore. Piuttosto un lungo lavoro su scelta degli ambienti, inquadrature e luci e linee al loro interno. Da un intero pomeriggio di studio degli scenari scaturiscono poche foto. Reviati usa la tecnica Hdr per «tirare fuori una luminosità maggiore» rispetto a quella naturale, poiché «il mio scopo è dare luce a questi posti, non dare senso di inquietudine. Non faccio il bianco e nero perché i toni spenti danno un'ulteriore idea dell'abbandono. A me piacerebbe che venissero sistemati... Ho cercato di usare il più possibile le luci naturali e ho speso molto tempo sulle inquadrature, che sono fondamentali». L'attrezzatura di base? «Un cavalletto robusto è il compagno numero uno» perché i tempi sono lunghi per ottenere uno scatto buono. La macchina fotografica («sono passato alla Canon perché ho comprato un obiettivo 17 millimetri decentrabile»), un buon obiettivo, il vestiario adeguato per evitare insidie sui pavimenti o magari per poter muoversi tranquillamente nell'erba alta.
Filippo Reviati non va mai da solo perché i pericoli non mancano. Così come gli aneddoti. «Siamo stati inseguiti da due persone in un ex manicomio; in un altro c'erano quattro uomini dietro a un cespuglio che ci invitavano ad avvicinarci...», racconta il giovane.
In Belgio, Reviati è entrato in una villa, bella quanto fatiscente, con erba alta in giardino e pavimenti pericolanti. Il fotografo e l'amico sono stati fermati dal custode: gentile, li ha accompagnati a prendere un caffè, spiegando che in passato una ragazza si era infortunata durante una «spedizione» del genere. In un'altra casa belga le pareti erano colorate di un rosso vivace, che stonava in quel contesto decadente. Curioso... Indagando, il giovane collecchiese ha poi scoperto che la casa era servita per il set di un film.
Nel silenzio di un edificio abbandonato nell'area di Sala Baganza, Filippo e il suo amico a un certo punto hanno sentito che c'era qualcuno, in una stanza. Il proprietario arrabbiato? Malintenzionati? No, in quel caso... alcuni inglesi a loro volta armati di cavalletto e flash. Immediato chiarimento e sospiro di sollievo per tutti. 
Filippo non rivela quasi mai i luoghi che ha visitato: un po' per non sviare l'attenzione dalla fotografia in sé, un po' per evitare che siano presi di mira da malintenzionati. Fa l'esempio dell'ex albergo Milano di Salso: «Un paio di anni fa era abbandonato ma intatto. Si è sparsa la voce e in pochissimo tempo i vandali hanno fatto l'inverosimile».


"I luoghi dell'oblio"
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