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Kenna, scatti come sussurri e grida

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di Stefania Provinciali 

A Reggio Emilia il binomio Palazzo Magnani e la grande fotografia si ripresenta, in occasione della quinta edizione di Fotografia Europea con l’antologica dedicata a Michael  Kenna, uno dei maestri internazionali della fotografia di paesaggio. L’esposizione, curata da Sandro Parmiggiani e visibile fino al 18 luglio, presenta 290 immagini in bianco e nero, in grado di ripercorrere l’intero iter creativo del fotografo, inglese di nascita ma americano d’adozione. 200 delle foto esposte costituiscono il vero e proprio percorso antologico, 35 documentano lo sguardo sul territorio reggiano, frutto di ricognizioni sul campo compiute negli ultimi tre anni, 35 si misurano con il perenne fascino di Venezia e 20 ripropongono uno dei cicli storici di Kenna, quello sui campi di concentramento e di sterminio nazisti. Tutte, nella loro complessità, sono le «Immagini del settimo giorno», il giorno del riposo nella creazione ma nel contempo il «giorno» o meglio il tempo, elemento che delinea alcuni degli aspetti fondamentali nell’opera di Kenna: l’attenzione al paesaggio, la sua sospensione temporale, la capacità di scelta creativa. Sono solo alcuni degli aspetti da considerare per un fotografo di così grande rilievo ma che possono suggerire modi di guardare, di affrontare le tematiche anche là dove sconfinano nella tragedia umana. Ombre e luci, quelle che solo il bianco e nero può delineare, sussurri e grida, di un paesaggio senza una presenza concreta se non attraverso quelle rare immagini di uccelli vaganti nel cielo, ali bianche che paiono fuggire oltre i confini di quello spazio visivo. E’ in questo contesto che la fotografia «racconta» il paesaggio, lo interpreta, lo guarda elevandolo a momento sublime o forse proprio al momento sublime, quando, dice il libro della Genesi, Dio, completata la creazione del mondo, si riposa. Ecco allora offrirsi, nel suo incanto segreto e nella sua essenza più vera ciò che, sbrigativamente e con scarsa consapevolezza, chiamiamo paesaggio, filtrato da un’ottica pura che lo rende emozione universale. Non ci sono persone, nelle fotografie di Kenna, né tantomeno volti e corpi che sviino la nostra attenzione dalle pure linee, dalle nitide geometrie, dai contrasti, a tratti duri, a tratti soffusi, tra luce e ombra, tra il biancore assoluto di una neve che tutto ammanta e la drammatica cupezza di rocce, di isole, di spiagge, di livide distese d’acqua. Rende così la concreta immagine Sandro Parmiggiani nel testo del catalogo, edito da Skira, bilingue in italiano e inglese, con interventi di Pierre Bonhomme e Ferdinando Scianna.
 
La mostra prende il via dalle immagini scattate da Michael Kenna nella natia Inghilterra negli anni Settanta e Ottanta, nelle quali si sofferma sui paesaggi urbani e su quelli di campagna, dove: l’atmosfera di nebbie e di fumi, sa già offrire allo spettatore la suggestione dell’«attimo»,  del crepuscolo o dell’alba. La linea dell’orizzonte è sempre lontana, con la terra disseminata di segni. Sono alberi, pali, lampioni, giunchi che emergono da uno stagno, un’altalena solitaria, delle sedie ripiegate che si protendono come simboli e che misurano la profondità del campo visivo. Nei paesaggi urbani sono le strade lastricate, il nero profilo degli edifici sullo sfondo o quello bianco di un corrimano lungo un’erta salita, a guidare con forza magnetica l’occhio che s’inoltra nelle profondità dello spazio. Le cupe silhouette di un impianto industriale nel Michigan e le inquietanti forme conico-trapezoidali della centrale elettrica di Ratcliffe nel Nottinghamshire, che Michael affronta negli anni Novanta, sono i prodromi delle sue indagini sulle grandi metropoli del mondo o sui ponti che a Parigi, a Praga, a New York uniscono le due rive dei fiumi che le attraversano. Altre volte, è quel che resta di perdute civiltà lontane o di creazioni a noi più vicine nel tempo, ad affascinarlo, ad evocare brandelli di memorie. Indimenticabile «L’impossibile oblio».  Significative le immagini in mostra, che Kenna sembra aver sentito il dovere di riproporre e realizzare recandosi, nel corso degli anni Novanta, sui luoghi dei campi di concentramento e di sterminio nazisti trasformando il suo «viaggio» in testimonianza «vissuta» seppur a posteriore da un uomo che sa quanto preziosa e necessaria sia la trasmissione della memoria: quasi un grido dentro il paesaggio. 
 

 

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