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"Fattore umano": Gigi Montali fotografa storie di viaggio e di lavoro

"Fattore umano": Gigi Montali fotografa storie di viaggio e di lavoro
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Sarà inaugurata sabato 30 aprile alle 18,30 la mostra fotografica di Gigi Montali "Fattore umano. Storie di vita e di lavoro". L'esposizione sarà ospitata nell'ex farmacia San Filippo Neri, in vicolo San Tiburzio 5 fino a domenica 8 maggio.

La presentazione di Claudia Cattani, curatrice della mostra:
Chiunque oggi decida di affrontare un viaggio, per vacanza o per scelta di vita, lo fa inevitabilmente portandosi appresso un qualunque apparecchio, ottico o digitale, col quale scattare fotogrammi del mondo che attraversa. Qualcuno lo fa distrattamente, chi con insistenza, chi con perizia tecnica.
D'altra parte è pur vero che chi fotografa con passione, ovvero chi fa della macchina fotografica un'estensione della propria anima oltre che del proprio occhio, è altrettanto naturalmente predisposto a viaggiare. Quando lo sguardo del fotografo si sposta nel mondo attraversando paesi e popoli diversi, porta con sé il desiderio di fissare nella camera il senso intero della propria esperienza e lotta con i mezzi della fotografia per catturare non solo le forme e i colori, ma anche i profumi e i suoni di territori prima sconosciuti. Per questo la fotografia di viaggio o di reportage è un genere tanto diffuso e appassionante, che può avere infiniti punti di vista e altrettante sfaccettature diverse.
A tutto questo potremmo aggiungere che quando il fotografo-viaggiatore è anche dotato di una coscienza che con un termine desueto potremmo chiamare sociale, ovvero quando è abituato a rapportarsi con il mondo grigio dell'occidente moderno, che comprende il lavoro, la fatica, il denaro e tutti gli elementi del quotidiano e imprescindibile ciclo di produzione e consumo di beni e servizi, il suo punto di vista può diventare più stringente e puntuale. I colori che egli distilla dal mondo possono essere quelli della polvere, del legno e dell'argilla, i rumori quelli stridenti del ferro e delle macchine. In questa particolare chiave va visto il percorso (nel senso più ampio che possiamo attribuire a questo termine) che Gigi Montali ha compiuto nel mondo, lungo tappe che coprono un arco temporale di una decina d'anni, oggi sintetizzate in una selezione di scatti densi di sfumature. Lui ha scelto di osservare da un punto di vista privilegiato, ma il più possibile vicino al vero, tutti quegli aspetti che al viaggiatore sognante sembreranno marginali, ma che sono sempre inevitabilmente presenti in ogni contesto sociale che si attraversa: tutto ciò che rientra nell'ottica del “Lavoro”, orgogliosamente maiuscolo, inteso come abilità manuale, come ciclo di produzione e scambio, come vincolo di identità che condiziona una vita intera. Il lavoro in quanto fattore umano per eccellenza, che nel distinguerci gli uni dagli altri ci accomuna ad ogni latitudine, è preso da Montali come filtro grazie al quale il suo viaggio personale prende forma, alla ricerca di una gestualità antica che rivela il peso e la poesia di un mondo autentico. Spaziando da regioni lontane ad altre vicinissime, girovagando tra le botteghe, osservando i gesti ripetuti, i momenti di fatica e quelli di riposo, ciò che iniziava come viaggio alla ricerca dell'altro si conclude come riscoperta di identità comune il cui valore risiede nella dignità del “fare” e del “saper fare”. Selezionando dall'informe e rumorosa realtà del lavoro scatti densi di materia plasmata e di azioni compiute, la sua fotografia ricompone un mosaico di volti, schiene, mani e piedi che, senza sottolineature d'effetto, si raccontano da soli.

Potremmo dunque iniziare dando uno sguardo ai paesi visitati: i primi scatti esposti sono dedicati a un itinerario nei luoghi dell'artigianato, laboratori o botteghe: quella di un sarto, di un calzolaio, di un fabbricante di vasi  e non solo. Spazi modesti ma ricchi degli attrezzi del mestiere, che si accatastano in ogni angolo per fare spazio solo al legittimo padrone di casa, che si mostra al fotografo nel pieno del lavoro. Ci introducono ad un orizzonte un po' più intimo e allo stesso tempo un po' più aspro, nel quale ci ricordiamo, semplicemente osservando le fronti imperlate di sudore, le mani infangate o screpolate, le schiene piegate, anche l'aspetto più duro del lavoro. E' proprio in questi scatti ravvicinati e tuttavia rispettosi, che non insistono mai sulla fatica con patetismo o retorica, ma al contrario ne manifestano la bellezza a tratti struggente, che la fotografia di Gigi Montali riesce a sorprenderci maggiormente. Essi fermano istanti che sembrano appartenere a tempi e luoghi indefiniti, senza porre particolare distinzione tra Europa, Africa, Asia o America. Uno degli aspetti che più colpiscono, in queste foto, è il dato materico che viene catturato in frammenti e che sembra, talvolta, confondere le idee. Si percepisce la texture rugosa e viva degli oggetti e dei corpi, a tratti umida o secca, calda o fredda. Oppure, da un altro punto di vista, ci si vorrebbe soffermare più sulle storie che le foto raccontano: quella del ragazzino che lustra le scarpe ai colletti bianchi sui grattacieli di Lima, o la storia del peruviano che a margine della strada mette la propria cultura a servizio della sua comunità scrivendo lettere e pratiche burocratiche. I minatori di Zaffiri, i fabbricanti di barche, le raccoglitrici d'alghe. Storie diverse rese simili dalla stessa sensibilità dello sguardo, sia di chi le foto le ha staccate, sia di chi, oggi, le osserva da fuori.

Claudia Cattani
 

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