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"I semi, la vita e la morte"

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Mariagrazia Villa

Chinarsi sulla morte, mentre lascia il passo alla vita. Ma chinarsi molto. Scendere all’altezza vertiginosa dei semi. E concentrarsi. Ma concentrarsi a lungo, con pazienza e penetrazione. Registrando ogni più piccolo cambiamento. Perché se vivere è una caccia agli istanti che muoiono, l’ultimo progetto fotografico di Luigi Bussolati, per non dire la sua intera opera, è una caccia grossa.
S’intitola «Seminarium» ed è un intenso e commovente lavoro sulla grammatica del sorgere nel cessare: esposto nelle sale del TPalazzo a Parma, sta riscuotendo un grande interesse di pubblico e di critica (fino al 26 settembre; dalle 8 alle 21, tutti i giorni; ingresso libero). Concepita e organizzata dal grande fotografo colornese, uno dei nomi più originali della scena nazionale, in collaborazione con TPalazzo e Macro-Servizi per la comunicazione, quest’esposizione presenta una ventina di immagini, tra semi e fiori. La maggior parte inedite, ma alcune già apprezzate e pubblicate nel volume «Oltre gli Ogm», curato dal Barilla Center for Food & Nutrition nel 2011, nel catalogo del XXII Premio Compasso d’Oro Adi e nell’ultimo numero della rivista «Interni». «Alcuni semi sono su fondo bianco perché si trovano in una sorta di limbo, ossia nello stato di dormienza, in attesa che si verifichino le condizioni favorevoli al loro sviluppo», spiega l’autore, classe 1963, un diploma al Centro Riccardo Bauer di Milano, anni di reportage sociale e di fotografia di scena per varie produzioni cinematografiche, televisive e teatrali, prima di approdare alla comunicazione d’impresa, all’editoria di qualità e, soprattutto, a quella fotografia di ricerca che per lui è il tempo dell’essere. «Gli altri semi sono su fondo nero, invece, perché stanno già germinando e cominciano la loro esistenza nell’ignoto: non tutte le ghiande diventeranno quercia...».
Ecco, allora, le viscere tenere, ma pervicaci di un noce, mentre rompono il guscio. La sensualità viola e magnetica di una peonia, mentre ancora riposa nel suo orizzonte. La vitalità quasi animale di un legume, che si espande con zampe sottili. Il diafano embrione di una vite, mentre il futuro è solo un piccolo punto che vorrebbe danzare. «Questa ricerca è nata dal desiderio di stare davanti alla vita e alla morte insieme, situazione che mi affascina da sempre perché è alla base di ogni manifestazione fenomenica. Il fatto che il seme debba morire per portare molto frutto è una legge naturale, prima ancora che una verità spirituale...». 
Così, dopo aver messo in luce le grandi opere dell’uomo, come tunnel e dighe, dal 2005 Bussolati è tornato alla natura. Attento, aperto e vuoto. Con quella mente umile con cui, secondo Constable, ogni artista dovrebbe andar per campi. «Qui ho iniziato a camminare e osservare, due attività da fotografo, e a raccogliere semi, o già germinati o da far germinare nel mio studio. In loro, e ringrazio Corrado Zanni dell’Università di Parma, tutti gli Amici dell’Orto Botanico e Alessandro Vitale dell’ufficio Verde pubblico del Comune per avermi aiutato, ho trovato la contemporaneità dei due aspetti che volevo rendere visibili: la decomposizione del seme che si annulla e l’affermarsi del germoglio che cresce». Una metafora che, dal regno vegetale, risale alla coscienza: il vecchio sé che si trasforma per far posto al nuovo. «Ho una creatività che segue sempre il mio percorso personale, perché mi permette di stare a contatto con simboli che servono alla mia stessa evoluzione esistenziale».  E se il seme è la materia che si dissolve perché l’energia possa proseguire, il fiore, naturale prosecuzione del seme, è la materia che si schiude al mondo e lo attira all’interno, in una spirale di profondità, peso e fragranza. E questo vedere, con percezione vergine, ciò che tutti noi calpestiamo ogni giorno, facendo il vialetto di casa, è illuminare una bellezza sconosciuta. Folgorante ed effimera. E in questa emozione estetica del flusso, c’è la vera gioia. Perché è solo grazie all’impermanenza, a quel concetto buddista su cui Bussolati lavora da sempre, che la porta del mutamento rimane aperta e noi possiamo diventare gioiosi. «Ogni cosa è impermanente, e quando si comincia a osservare ciò, con comprensione profonda e diretta esperienza, allora ci si può distaccare dalla sofferenza...». E ogni esistenza, ci insegnano questi scatti, andrebbe vissuta come un mandala tibetano. Far crescere meravigliose opere di sabbia che, in un istante, verranno spazzate via da qualche carezza. E non c’è rimpianto o dispiacere. Nel vuoto, resta la sinopia della gioia. E altra - poiché nulla permane - potrà ancora venire.

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