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La Bassa narrata col cuore e con la reflex

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Luigi Alfieri
lalfieri@gazzetttadiparma.net

Alle tre di notte si dovrebbe dormire. Ma a volte gli occhi sono sbarrati. Fissi sulle pagine di un libro. Non ce la fanno a chiudersi. Vogliono vedere tutto, bere tutto. Assorbire per intero quello che c'è sulla carta. Gli argini, i pioppi, le ciminiere, il mulino abbandonato, le oche che sfilano ordinate come un plotone in marcia, i mattoni rossi come il fuoco, i culatelli stretti nello spago, i vecchi intabarrati, il principe che sorride, le ghigne potenti della gente di fiume.
 Sono lì, gli occhi, aperti allo spasimo, che cercano di scoprire il mistero della vita. Cercano le nostre radici. Come hanno cercato le nostre radici gli autori del libro, Massimo Spigaroli, che ha inciso le parole, e Edoardo Fornaciari, che ha impresso le immagini. Un uomo è come una pianta, se non ha radici muore. E allora hanno frugato nel passato e nel presente, hanno saccheggiato la memoria e il paesaggio, i due autori, e dopo mesi di lavoro, tanti mesi quanti ne servono per stagionare un culatello, ci hanno regalato «La mia Bassa», un libro che resterà nella storia del grande fiume.
Non ha la penna di Calvino, Massimo Spigaroli, e neppure quella di Guareschi, ma usa parole primitive, pesanti come pietre, chiare come l’acqua, pulite come il cielo quando è azzurro, e ti entra nella pancia come un coltello affilato. Racconta cose semplici, persone apparentemente normali, fatti che sembrano banali. Sembra ordinario, invece è speciale. Quando pare intento in chiacchiere da bar, state in guardia, sta andando a fondo nei misteri della vita. Sta spiegando la chiave dei successi e i perché delle sconfitte. Per compiere una grande impresa, basta crederci e avere il coraggio di provarci. Semplice no? Non siete d’accordo? E allora ascoltate Massimo che racconta come è nato «November Porc». Una roba che parte come «eravamo quattro amici al bar» e che finisce con trentamila persone che arrivano ogni domenica nei paesoni della Bassa dove un tempo, in autunno, regnavano silenzio e nebbia. Chi non ci crede, chi non ha coraggio, resta in panchina a guardare gli altri che si giocano lo scudetto. Può capitare che un cuoco grande tra i fornelli, uno che si dà del tu con Marchesi e con Ducasse, con Pierangelini e con Santini, credendoci, abbandoni per un attimo la cucina, afferri la penna e si metta a scrivere. Ne viene fuori una pietra miliare nella storia del paese delle nebbie. Zero letteratura, tanto cuore. Frasi senza pretese, parole rudi che creano immagini indimenticabili; come quella di Peppino Cantarelli, il re degli osti: «Da lui - scrive Massimo - andavo per gli abbinamenti dei vini ai menu più importanti. Parlottavamo per ore in un magazzino freddissimo, dietro al ristorante, che loro chiamavano Salòn. Io gli descrivevo i piatti del menu e lui mi abbinava i vini.  E intanto si parlava di norcini, culatelli e strolghini, della sua raccolta di whisky, dei suoi viaggi in Francia, di arte ma anche dei suoi affari. Era come essere alla Bocconi ad ascoltare la lezione di un grande professore. Tutte le volte speravo che Peppino tardasse il più possibile a trovare i vini giusti per i miei piatti, per poter stare un po' di più con lui».
 Al lettore notturno, con gli occhi sgranati, vien voglia di essere lì nel Salòn, ad ascoltare la lezione di due (si badi bene due, non uno) uomini che hanno saputo valorizzare oltre ogni limite i prodotti del loro territorio, che hanno venerato il loro dolce piano, ma che hanno saputo guardare sempre al mondo. Al meglio che il mondo offre alla cucina. Di provincia, ma mai provinciali. Non sappiamo se Massimo ha  studiato la storia dei contemporanei che sono dei nani ma che possono guardare lontano perchè si appoggiano sulle spalle dei giganti (i loro avi). Di sicuro in qualche modo gli è entrata nel cuore e nell’anima, forse gliel'hanno sussurrata i pioppi, forse la corrente del fiume ma     il   rispetto e la pietas che porta per gli anziani e per i morti sono commoventi. Sono la sua arma segreta. Mia mamma Enrica, mio padre Pirén. Ripete ossessivamente ne «La mia Bassa». Quasi come se i genitori fossero gli occhiali che gli consentono di vedere il mondo nella giusta luce. Lo diceva Pirén? Allora è una cosa sacra. Lo diceva la signora Enrica, allora bisogna crederci. Perché Pirén e Enrica sono le radici di Massimo e Luciano Spigaroli e senza radici un albero muore. L’altra cosa straordinaria di questo libro sono le facce della Bassa, che Massimo racconta e Edoardo fotografa. Lineamenti decisi, sguardi forti, rughe scavate, l’aria di chi è sicuro di essere dalla parte giusta. Fanno impressione in un mondo popolato da gente smidollata e senza espressione, dall’occhiata acquosa, con la pelle tirata dal chirurgo plastico.
 Generano calma, rispetto, ti fanno stare bene. Come ti fanno stare bene le fotografie delle chiese con l’intonaco mangiato dall’umidità, le spazzole dei norcini che accarezzano il budello dei culatelli, il sole rosso-Africa che tramonta tra i rami dei platani, Corrado Mingardi che si arrampica tra i libri della sua biblioteca, Colombo che annusa l’osso di cavallo, Rino il barbiere che tosa Massimo Spigaroli, i Cantoni intabarrati che suonano sull'argine, la bella faccia segnata dal tempo di Demetrio Bergamaschi, che da sola racconta le viti del Po, Mario Scaltriti davanti alle botti custodite nelle cantine umide del suo castello.
 E poi ci sono i papaveri rossi come il sangue, i bicchieri di vino sabbioso con la schiuma, le biciclette, i norcini, il fieno, la paglia e, sopra tutto, l’acqua del Po, a volte placida a volte minacciosa. Tutti lo chiamano mondo piccolo. Ma in realtà è un mondo grande. Straordinario. E qualcuno lo ha chiuso nelle pagine di un libro che ti tiene con gli occhi sgranati nel cuore della notte.
 

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