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Musei, quando l'arte trasforma i visitatori

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 di Manuela Bartolotti

Luca Piola è un fotografo e artista che interviene sulla realtà catturandone dettagli impercettibili all’occhio distratto, le forme transitorie e fuggenti. Riesce a centrare il bersaglio dell’invisibile, quello che la vista non può registrare, utilizzando solo la sua sensibilità personale affinatissima e l’abilità nell’uso del mezzo fotografico. 
Parmigiano trasferito a New York, dopo aver esposto in collettive d’importanti sedi italiane quali Palazzo Ducale a Genova, Palazzo Reale a Milano e in personali a Parma (San Ludovico), quindi sempre a Milano alla Galleria Grazia Neri, ha da poco concluso un Open studio a Chelsea, cuore dell’arte contemporanea newyorkese, e ora presenta la sua mostra «Passengers»  organizzata da The Art Advisory Council of Port Washington Public Library  (fino al 29 giugno) a Long Island. Chi sono però questi «passengers», questi frequentatori di musei?   Sono «passanti» che fluttuano via sulla superficie fluida dell’esistenza oppure passeggeri di un viaggio parallelo e sconvolgente che  spesso inizia   nelle sale di un museo? Ecco che su stampe fotografiche ricercate vengono impresse le immagini di uomini strappati alla dimensione del quotidiano e trascinati tra le suggestioni della coscienza e della fantasia. Il viaggio di costoro va oltre le opere che ammirano, trasportandoli nel sortilegio della memoria, della creatività. L’occhio dell’artista fotografo afferra l’immaginazione che appare come una striscia sfuocata a chiudere a cerchio il pensiero in un vortice di emozioni, in un’elusione magica. In questo modo Piola svela la forza dell’arte e la sua capacità di trascendere la realtà; immortala addirittura – si potrebbe dire – la celebre sindrome di Stendhal, quella che colpisce i visitatori dei musei, turbandoli fino allo svenimento. In lui stupisce anche la capacità d'evidenziare e insieme sottendere, di far intuire con tagli sapienti, come nella foto dove s’intravedono le gambe di un bronzo di Giacometti e alle spalle le gambe di una donna che scorrono veloci. Allora, quella scultura bronzea che dovrebbe denunciare il disfacimento dell’essere nel tempo, in questo contesto e contrasto produce invece una sensazione d’eternità, di concretezza, solo perché rapportata alla volatilità del corpo umano in carne e ossa, invece effimero e di passaggio. Nel paradosso e nello sbilanciamento spazio-temporale sta tutto il gioco di Luca Piola, la straordinaria capacità di catturare l’universo parallelo e l’invisibile, fragile bolla delle emozioni prima che si spezzi. Anche grazie a un raffinato procedimento di stampa, le sue foto riescono a restituire l’effetto ovattato e straniante di un sogno, mentre le figure si fanno evanescenti, inafferrabili. E tuttavia sempre più efficaci, quasi pulsanti. Ancora un paradosso, perché quello che svanisce di fatto è quello che resta e l’opera d’arte non è solo quella esposta e osservata alle pareti, divenuta invece quasi invisibile, ma è la sagoma vibrante dello spettatore, la sua ombra eloquente, pensante. Luca Piola, forse sulla scia del grande Ghirri, ha saputo sorprendere l’invisibile, il non-luogo della contemplazione, il limbo della bellezza. Sulla carta sensibile resta impressionata la traccia del pensiero, il transito dell’emozione. Anche certi vuoti, certe sfumature indistinte sono riempite da una grana fotografica densa, pregnante, espressiva, mai fredda. Piola non descrive, non analizza nei dettagli, ma compie con la macchina fotografica un atto d’amore, condividendo l’esperienza dei soggetti fotografati, documentandone e svelandone il mistero. La sua è arte sull’arte, per andare oltre lo sguardo, oltre il presente. Il luogo, in questo caso il museo – quello che indaga l’artista - influisce sull’uomo e lo trasforma, lo porta via. Le sue foto sono dunque riprese impossibili di tutti i viaggi possibili. Quelli della mente e del cuore. E le persone? Passeggeri o passanti? Forse entrambe le cose.
 
Dalla figura alle ombre. Come cambia l'immagine
Luigi Alfieri 
In principio Luca Piola era un fotografo classico. Un figurativo che amava rappresentare le cose così come sono. Un interprete fedele della realtà apparente, quella che si può vedere con gli occhi e toccare con le mani. Attento alle luci, alle forme, ai colori e, già dagli esordi, predisposto a cogliere le emozioni che un oggetto può dare per poi trasmetterle agli spettatori. Le immagini del suo ultimo libro, «A chi va per favole nei pioppeti», del 2009, sono un passo avanti. Il fotografo non è più artigiano, ma comincia ad essere artista e ad ascoltare le parole che le figure, apparentemente mute, sanno dire. Le storie che possono raccontare a chi, con orecchio di poeta, le sente. Dopo quel viaggio nella Bassa parmense, l’emozione, a piccoli passi, ruba la scena all’immagine. La macchina fotografica diventa come la tavolozza di un pittore astratto. Nasce, in Luca, l’ansia che tormentava i maestri del pennello di fine Ottocento e di principio del secolo: abbandonare il vero per navigare verso un nuovo modo di dialogare con la realtà. Condensare le sensazioni in poche macchie di colore. Una linea pura. Una sfuocata, un mosso. Riassumere mille segni in uno solo. Facendo quello che fanno i poeti ermetici con le parole. Ha abbandonato la rappresentazione delle cose per puntare diritto verso la loro essenza interiore. Non fotografa più i corpi, ma le anime. Racconta la vita dello spirito e il suo mutare davanti al nutrimento dell’arte. La sua casa, ora, è il museo.
 

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