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Quel Vin Santo che nasce sul lago

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di Andrea Grignaffini

Il luogo è letteralmente da sogno. Siamo nella Valle dei Laghi a un tiro di schioppo dalla parte più a settentrione del lago di Garda dove si erge in tutto il suo fascino, il castello di Toblino.
Il castello è situato sulle sponde del lago omonimo circondato dall’acqua, in uno scenario ameno e romantico. E in questo suggestivo panorama circondato da lecci e uliveti, il maniero medioevale possiede una prestigiosa vinsantaia dove appassiscono le uve nosiola che permettono di vinificare il Vino Santo pubblicizzato come «il più passito di tutti i passiti».
La brezza del lago, il freddo pungente delle giornate invernali, l’influenza benefica della botrytis e la cura sapiente dell’enologo Lorenzo Tomazzoli permette all’uva di riposare sui graticci fino alla Settimana Santa per poi consentire al vino di affinarsi in botte per un periodo dai cinque anni, come prevede il disciplinare ai dieci per i vini migliori.
La cantina Toblino gestita da Carlo Filiberto Bleggi, discendente di uno dei fondatori, vinifica l’uva dei settecento soci per un totale di quattrocentomila bottiglie all’anno per una ventina di etichette.
Vino Santo ’98 Colore dorato cristallino per un passito di intrigante dolcezza. All’olfatto un bouquet di agrumi canditi e zabaione con un lieve tono alcolico iniziale che richiama un sentore di acetone subito disperso. Al palato note di uva passita e una delicata acidità.
Vino Santo ’97 Le note di vernice subito in esubero si stemperano progressive e la dolcezza è adeguatamente sorretta da una bella freschezza. La bocca è elegante con rimandi mielati accompagnati da una nota fresca che lo rendono piacevolmente intrigante.
Vino Santo ’96 Si presenta con colore ambrato brillante. Al naso un surplus di note di vernice e pellame trattato molto accentuate; in bocca esprime una grande dolcezza accompagnata da toni agrumati e frutta sciroppata.
Vino Santo ’95 Il colore ambrato carico luminoso, presenta al naso un bouquet di frutta essiccata, mandorle, zafferano, datteri. Il palato richiama le sensazioni olfattive con equilibrate note acide che contrappuntano la dolcezza.

CHATEAU MOUTON ROTHSCHILD 1966:  SPLENDIDO QUARANTENNE
Un grande Premiere cru
Una sorta di sogno americano nella Francia conservatrice di Bordeaux quella di Mouton Rothschild. La famiglia Ségur fino alla metà del diciottesimo secolo vendeva separatamente i vini della loro tenuta di Château Lafite. Separazione che divenne definitiva dopo la vendita dell’attuale tenuta Mouton (da motte: zolle) alla famiglia De Branes. Il discendente dei De Barnes, il barone Hector, dimostrò spirito imprenditoriale introducendo una maggiore percentuale di cabernet sauvignon nell’uvaggio.
Dopo l’avvicendarsi di altri proprietari, che per scarso interesse avevano relegato, questo Bordeaux al ruoli di Deuxième cru, nel 1853 la tenuta fu acquisita dal barone Natahniel de Rothschild e nel 1920 il suo successore, barone Philippe, diede un nuovo impulso all’azienda contribuendo al successo di questo vino, acquistando tutte le altre quote di famiglia. Finalmente il 21 giugno 1973 arrivò il decreto che sanciva il passaggio da Deuxième Cru a Premiere Cru, evento mai più ripetuto da allora. Alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, il barone Philippe fece disegnare dall’architetto Philippe Jullian sull’etichetta una V in segno di Victoire e da allora ogni anno si sono susseguite etichette disegnate da grandi artisti. Mouton 1966 è stato presentato come vino intellettuale in perfetto stile della Maison, un vino di carattere, austerità e intransigenza.
 Un vino che ultraquarantenne è ancora nervoso e vivido e che ha ancora stoffa per resistere almeno un altro lustro.

 

 
 

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