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Quelle bottiglie importanti per un giorno speciale

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L’occasione è di quelle che non possono scappare: il Natale con la sua aura sacra è anche un’occasione conviviale ormai unica in un mondo ormai senza più punti di riferimento tradizionali. Festeggiamola quindi come si deve, con la consapevolezza del gesto e della comunione delle cose, quindi anche dei cibi e dei vini. Un momento che diventa perfetto per stappare bottiglie importanti proprio perché le cose preziose diventano tali nella condivisione. Il vino rosso acquisisce la sua centralità in virtù del menù impostato classicamente su arrosti e bolliti. Che sia perfetto o meno, il Barolo si ritaglia un angolo in un pranzo che è «il pranzo» dell’anno: cerchiamo, quindi, qualche gloriosa bottiglia nella nostra cantina pescando le cose più antiche che aspettavano il loro momento. Pensiamo a qualche 1990, millesimo d’eccezione, in qualche declinazione stilistica tra le più eclatanti. In primis Sandrone con il leggendario Cannubi Boschis ancora perfettamente balsamico con un frutto integro e polposo e un finale lunghissimo leggermente amaricante; poi Sperss il Barolo di Gaja, un tripudio di vegetale financo eccessivo nella sua asciuttezza tannica; poi l’Arborina di Altare già dal colore tanto integro da far pensare che anche diciott’anni di età siano ancora pochi nonostante un ordito tannico moderno: il suo frutto, la sua fioritura appassita nella balsamicità sono un prototipo di eleganza classica. Su questa riga il Bricco Rocche (in magnum) di Ceretto: un esempio fulgido della potenza perfettamente allineata nella finezza: nessuna sbavatura per un nucleo con una polpa e un tannino da meditazione. Si po’ andare anche più indietro, pensiamo al Barolo Brunate di Marcarini 1985, magari non lunghissimo ma di una finezza e di una varietalità da capogiro. O scendendo ancora a due 1979 di due leggende del Barolo tradizionalista: quello finissimo di Giuseppe Rinaldi o quello «violettato» di Bartolo Mascarello. Il Barolo è servito ma che come non dimenticare i Brunello che furono, quelli al di sopra di ogni contestazione: magari un vecchio Biondi Santi con quelle acidità da far tremare i polsi. O la succosità e la vinosità d’antan dei costosissimi Brunello di Soldera, o quelli col profumo di leggenda di Lisini (Prefilossero), non dimenticando quelli maschi e vigorosi di Salvioni.
E poi una chiosa finale con una chicca che ci piace sempre stappare, ancorpiù se vecchia, tanto la bolla è sempre presente: un Barbacarlo di Lino Maga, un mix di 55% di croatina, 20% di uva ughetta, 20% di uva rara e il resto, pochissimo, di barbera: effervescente quanto basta, franco, sincero, vinoso e zergo (per dirla alla Veronelli) e con finale di ammandorlato che ben  sostiene le componenti lipidiche.  E il Natale è servito. An.Gri.


 

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