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'NDRANGHETA

Il figlio del boss accusa Gigliotti: «Dava soldi per mio padre in cella e assunse mio fratello»

Francesco Farao è diventato collaboratore di giustizia: «Dava soldi per il sostentamento in carcere di mio padre», ha detto ai magistrati

Il figlio del boss accusa Gigliotti: «Dava soldi per mio padre in cella e assunse mio fratello»
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E' il figlio di Giuseppe, il grande capo di Cirò Marina. Il boss che - murato in cella al 41 bis - continua a dare ordini ai suoi uomini di 'ndrangheta. Ma Francesco Farao non ha più intenzione di «onorare» il padre: da una decina di giorni, dopo essere stato spedito in carcere, è diventato collaboratore di giustizia. Ha già riempito una quindicina di pagine di verbali davanti al procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri e al pm Domenico Guarascio. Il racconto è solo all'inizio. Ma ci sono parole che pesano già come macigni: su vecchie conoscenze del clan, come Giuseppe Spagnolo (già condannato in via definitiva per associazione mafiosa), ma anche nei confronti di Franco Gigliotti, il titolare della G.F. Nuove Tecnologie, l'azienda di impiantistica di via Monte Sporno, finito in cella nella stessa operazione «Stige». Un imprenditore che sapeva essere «generoso» con la cosca, assumendo gli uomini del clan e finanziando alcune attività. Era l'accusa degli inquirenti, ma è anche la «verità» del pentito. «... nel periodo in cui mio fratello (Vittorio, ndr) ha iniziato a lavorare per Gigliotti, dal 2013 circa in poi, era solito tornare da Parma con dei soldi in contanti che Franco Gigliotti - spiega Farao ai magistrati nell'interrogatorio del 16 gennaio scorso - appositamente consegnava lui per il sostentamento carcerario di nostro padre Giuseppe Farao. Vittorio mi raccontava che Gigliotti finanziava periodicamente la stessa detenzione di Cataldo Marincola per il tramite del nipote».

Le assunzioni degli «accoscati»

Cataldo è l'altra «metà» della cosca Farao-Marincola, che negli anni è riuscita a conquistare il potere nella zona di Cirò Marina e la pace con i Grande Aracri, anche al Nord. Ma Gigliotti avrebbe assunto nelle sue società sia Vittorio Farao, figlio del boss Giuseppe, che Aldo Marincola, nipote dell'altro capo cosca. Tutti e due, oltre a Fabio Potenza, erano a Parma da anni prima di finire dietro le sbarre, travolti dall'operazione «Stige». «Voglio però precisare che mio fratello Vittorio, così come altri cirotani - specifica Farao - non erano direttamente assunti da Gigliotti: la sua società, se non sbaglio si chiama G.F., ma Gigliotti era solito costituire altre società che intestava formalmente a terzi. Erano poi queste società ad assumere gli accoscati o i figli degli accoscati, come nel caso di mio fratello Vittorio e di Marincola». Secondo la Dda di Catanzaro, infatti, Vittorio Farao e Aldo Marincola sarebbero stati assunti nelle società R.P. Work, P.R. Service, C.L.C. Impianti e G.G. Service, tutte aziende riconducibili a Gigliotti.

Quegli incontri in azienda

E il guadagno dell'imprenditore parmigiano? Farao parla genericamente di «vantaggi», ma poi procede sicuro nel tratteggiare gli investimenti di Gigliotti nella sua terra d'origine. Originario di Crucoli, era a Parma da anni, aveva creato un'azienda con 300 dipendenti e si era fatto avanti come sponsor di varie società sportive, ma i legami con la Calabria non si sono mai spezzati. Rapporti pieni di punti interrogativi, come quello con Giuseppe Spagnolo, detto «U Bandito». «... mio fratello Vittorio - racconta Francesco Farao ai magistrati - mi diceva che a Parma, presso l'azienda di Gigliotti, erano soliti recarsi Castellano, Spagnolo e anche Vittorio, mio cugino, con i quali Gigliotti, nel territorio parmense, spesso si accompagnava».

Gli investimenti in Calabria

Tutti uomini della cosca, secondo i magistrati. Ma sarebbe stato Spagnolo il punto di riferimento per fare affari in Calabria. E farli fare anche alla 'ndrina. «Considerate però che Gigliotti, soprattutto per il tramite di "Peppe U Bandito" - sottolinea Farao - ha imbastito alcune attività nel territorio cirotano capaci di aumentare gli interessi economici della consorteria. Mi riferisco in prima battuta alla società AG Film... questa azienda produceva sacchi per la raccolta di rifiuti solidi urbani e operava anche nel campo della raccolta della plastica». Una società, però, che a un certo punto comincia ad annaspare, ma «so che... - aggiunge il pentito - Gigliotti è intervenuto nell'acquisizione dell'azienda al fine di ripianarne i debiti, comprandola per un valore di 300.000 euro, sicuramente esorbitante rispetto al reale prezzo di mercato dell'azienda, stimabile in non più di 30-40mila euro».

Il mercato della plastica

Insomma, Gigliotti avrebbe sborsato dieci volte tanto per quella società in profondo rosso. Ma nell'autunno del 2015 l'imprenditore parmigiano crea anche una propria società - la G-Plast - che ha sede legale a Torretta di Crucoli ma base operativa a Cirò, allo stesso indirizzo della AG Film. In realtà, però, secondo il pentito, la mossa - e i soldi - di Gigliotti sarebbero serviti per spartirsi il monopolio nel settore della plastica insieme a Spagnolo. «... la G-Plast produce i sacchetti e trova la sua nuove sede in Torretta, l'azienda che componeva l'AG Film - aggiunge Farao -, oggi trova una nuova veste societaria nella costituita Plast-Net e si occupa della raccolta della plastica e della commercializzazione dei sacchetti che produce la G-Plast».

Da parte sua, Gigliotti - rinchiuso in via Burla dal 9 gennaio - ha respinto ogni accusa davanti al gip, qualche giorno dopo l'arresto. Ma ora dovrà difendersi anche dall'affondo del figlio del boss.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • ale

    26 Gennaio @ 09.26

    Ma qualcuno che commenta !! X le cose importanti sempre tutti muti a Parma!!

    Rispondi

  • ale

    25 Gennaio @ 10.45

    Brava gente!

    Rispondi

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