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Edoardo Tresoldi, l'arte della materia assente. E il legame speciale con Parma

Edoardo Tresoldi, l'arte della materia assente. E il legame speciale con Parma
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La rivista Forbes lo ha inserito tra gli artisti europei under 30 più importanti. Con le sue opere imponenti, cattedrali e cupole in rete metallica, ha stregato il mondo. E con Parma il giovane artista milanese ha un rapporto speciale.

PATRIZIA GINEPRI

A Sapri c'è un’imponente figura di uomo seduto di fronte al mare. Realizzata in rete metallica, racconta il dialogo che si instaura tra il suo corpo e lo spazio circostante. Cambia ogni volta, quando entrano il sole o le nuvole, la pioggia, il buio. E' una scultura empatica quella creata, nel 2014, da Edoardo Tresoldi. L'impatto è potente: la trasparenza cattura i codici di lettura di ciascun spettatore, davanti c'è il mare e quell'umana necessità di niente. Sono passati pochi anni e di strada ne ha fatta questo giovane artista milanese.

La rivista Forbes lo ha inserito nel 2017 tra i 30 artisti europei under 30 più importanti e oggi ha committenze da tutto il mondo. Le sue opere sono enormi, ma discrete, come «giganti silenziosi». Prima figure umane, poi architetture imponenti. Nell'aprile scorso al Coachella Valley Music and Arts Festival di Indio, in California, ha creato un'installazione composta da tre cupole, ispirate all’arte barocca e neoclassica. Ma la vera svolta è arrivata nel 2016 quando a Siponto, in Puglia, Tresoldi ha realizzato una basilica paleocristiana, con una modalità del tutto innovativa di intendere la ricostruzione del patrimonio.

Venerdì scorso l'opera ha ricevuto la «Medaglia d’oro alla Committenza» nell’ambito del Premio all’Architettura Italiana della Triennale di Milano. E il giorno successivo, alla Fondazione Dino Zoli di Forlì, è stata inaugurata una mostra (13 ottobre 2018 - 13 gennaio 2019) che ripercorre l'incontro fra Tresoldi e gli ingegneri della DZ Engineering (società del Gruppo Dino Zoli) chiamati a illuminare la basilica di Siponto: una collaborazione che è stata vincente anche un mese fa a Singapore, grazie a una singolare installazione proposta in occasione del Gran Premio di Formula 1.

Cosa significa raccontare un luogo oltre a quello che vediamo?

Tutto inizia dalla coscienza. Il paesaggio non lo fruisci solo con la vista, ma tramite una serie di sentori legati all'esperienza, i mezzi che abbiamo dalla nascita che ci permettono di tradurre il luogo. Cerco di capire la struttura emotiva degli elementi del paesaggio.

Cosa intendi per materia assente?

Tutto quello che di immateriale esiste in ciò che viviamo. Sono uno scultore che lavora con la non materia. In quello spazio ci sono forme, una fisicità. Ed è quella che poi costruisco.

La dimensione eterea della basilica di Siponto non è stata una connessione timida con il luogo, ma potente e altamente evocativa. E' questa la tua idea di scolpire il paesaggio?

E' un'idea di forza differente, data anche dalla timidezza. E' la volontà di dare maggior peso alla parte emotiva. La basilica di Siponto è un'architettura che ascolta tutto quello che c'è attorno, che fa parlare ciò che la circonda. Le nuvole, il cielo, l'albero. Di giorno l'interazione è evidente, la sera tutto diventa etereo con le luci che disegnano una struttura sospesa. E' un altro tipo di esperienza. In quell'area, in particolare, il genius loci era nella sua funzione primaria.

Gli abitanti del luogo hanno accolto questa grande opera di arte contemporanea come parte integrante del paesaggio. Era questo che volevi?

Sicuramente era l'obiettivo principale, perché al di là del luogo importante a livello storico, la chiesa di fianco è quella dove si sposano tutti i manfredoniani. Mi è stato affidato uno dei luoghi più significativi di quella comunità: una grande responsabilità. E' sempre difficile accettare un nuovo monumento, ma visto che si è strutturato all'interno del loro senso di identità, l'operazione è riuscita proprio grazie all'ascolto, alla delicatezza.

Questo progetto inedito ha cambiato la prospettiva nel campo dell'arte pubblica. Da dove sei partito? Come si è evoluta la tua ricerca?

La mia ricerca è nata dalla prima opera pubblica che ho realizzato: la figura di un uomo che guarda il mare seduto su un muretto. Il mio pubblico era chiunque passasse in quel luogo. Così è iniziato il tam tam, i messaggi su Facebook, le foto accanto alla scultura. Una ragazza mi ha scritto una lettera dicendomi che suo padre, scomparso un anno prima, si sedeva spesso su quel muretto. Tornando in quel luogo carico di ricordi, la ragazza ha instaurato automaticamente una relazione con la scultura, una sorta di fantasma del padre. Ho pianto. Nemmeno al cimitero c'è una connessione simile con l'assenza.

Tu hai iniziato molto presto a interessarti dell'arte, a 9 anni era già nello studio di un pittore per imparare. Che bambino sei stato?

Ho avuto genitori molto illuminati, tra le loro amicizie vi erano artisti della zona. Sono cresciuto nel bar pasticceria di famiglia e a 8 anni prendevo le banconote dalla cassa e disegnavo le figure rappresentate. Tutti si complimentavano e così mia madre mi mandò dal pittore Mario Straforini, un personaggio incredibile che mi ha trasmesso tecnica e passione. Così, fin da bambino, ho iniziato a cimentarmi con il disegno anatomico accademico. A 10 anni ero un mezzo prodigio nel disegno, però non era del tutto positivo. Mi regalavano solo oggetti legati all'arte, vivevo unicamente quella dimensione. Inevitabilmente ho avuto una crisi e mi sono fermato per un po' di anni.

Cosa hai attinto dal cinema, nel periodo in cui hai lavorato a Roma come scenografo?

Ho imparato molto dal punto di vista tecnico: la relazione con la costruzione, il lavoro di bottega, l'importanza di tutti coloro che compongono il team. Ho sperimentato una modalità artigiana dove non esiste una gerarchia a piramide.

La necessità di sperimentare ti ha portato a confrontarti con altre discipline, con altre forme d'arte. Penso all'architettura, alla musica, a compagni di viaggio che provengono dall'urban art come Gonzalo Borondo

Borondo è mio fratello. Con lui esiste un continuo scambio di idee e di approccio alla vita. Ci siamo incontrati e tuttora siamo necessari uno per l'altro. Non è facile individuare le collaborazioni che possono creare una sintonia vera.

Le figure umane, come l'uomo di Sapri, mi hanno ricordato Jaume Plensa. Ci sono artisti che ti hanno influenzato?

Io conobbi Plensa dopo aver iniziato il mio percorso. Sono molto attento a non farmi influenzare. In tanti hanno intravisto affinità tra i nostri lavori, ma in realtà lui mi ha stimolato successivamente come artista pubblico. Penso a ciò che ha realizzato a Chicago, opere che hanno creato un luogo, una relazione. Le influenze di artisti sono varie, cerco soprattutto di capire cosa sta dietro a un'opera.

Chi ammiri nell'arte, del passato e del presente?

Uno dei miei riferimenti per tanti aspetti è Christo, per l'approccio che ha nell'utilizzare e rispettare i luoghi. Ma anche perché è arrivato a generare grandi operazioni, al di là della capacità di creare contenuti concettuali.

Nel 2015 a Parma, in occasione della manifestazione Quadrilegio, hai esposto due opere nello studio di Giulio Belletti, tuo grande estimatore. Che rapporto hai con la nostra città?

Innanzitutto a Parma c'è Cavatorta, il mio fornitore di rete metallica, un partner tecnico importante: il suo è l'unico materiale che utilizzo. Al di là di questo, l'ho visitata alcune volte ed è una realtà che mi incuriosisce. Mi piace perché è una città piccola, con dinamiche semplici. Non ha i contrasti della metropoli, è interessante per i vari aspetti culturali che si intrecciano. E poi, sono innamorato dei paesaggi della pianura padana, lunghi e lenti: i casolari, i ruderi, la nebbia, luoghi in cui mi riconosco, simili a quelli dove sono nato. Da tempo vorrei cimentarmi in un contesto simile, paradossalmente sono finito ovunque, e nel luogo che sento mio non ho ancora realizzato nulla.

Nel 2020 Parma sarà capitale della cultura italiana, potremmo sperare in un tuo ritorno?

Perché no, sarebbe bellissimo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Rodolfo

    17 Ottobre @ 10.49

    Non ci vorremo far scappare un'occasione simile, eh Pizzarotti! Dai buttiamo un po' di soldi per fare una bella scultura in fil di ferro, Dai

    Rispondi

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