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I ragazzi, le droghe, l'alcol: "Il vero allarme? I troppi adulti disinformati. Anche sui rischi"

I ragazzi, le droghe, l'alcol: "Il vero allarme? I troppi adulti disinformati, anche sui rischi"
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Giovani e droga: parlano i referenti dell'Unità di strada: «Il problema più grosso: l'abuso di alcol e mix micidiali». E ancora: «C'è molta inconsapevolezza dei rischi: troppo spesso si crede che esistano sostanze di serie A e di serie B». E poi il racconto di alcuni prof parmigiani: "Quando nei temi ci confidano di fare uso di sostanze".

Chiara Cacciani

Qualcuno osserva, passa oltre e poi ritorna, magari una settimana dopo. C'è chi chiede cosa fanno, chi se è proprio vero che dopo aver bevuto un bicchiere ritirino la patente, o se esiste un metodo per far calare rapidamente il livello di alcol nel fiato. I giovanissimi che domandano quanto può far male la droga che hanno visto usare all'amico, i meno giovani che hanno voglia di parlare di quel Giardino che «non è più nostro. Dovete andare da quei neri là».

Loro, intanto, li vedono passare tutti: i ragazzi in gruppo, i fidanzati, quelli che si allenano e quelli che portano a spasso il cane, le famiglie intere e allargatissime che si piazzano sui prati, gli anziani che dividono chiacchiere e panchine, quelli dei bivacchi, le straniere che d'estate arrivano con la borsa-frigo a vendere bevande. E' da inizio estate che gli educatori dell'Unità di Strada dell'Ausl fanno tappa col loro camper al Parco Ducale: ogni lunedì pomeriggio, «perché i ragazzi che di solito si trovano in centro, d'estate si spostano al fresco: ci è sembrata la naturale continuazione dei nostri interventi nelle scuole. Ma anche un'occasione per stare in mezzo alla comunità: qui c'è tutta Parma».

A raccontarlo sono Licia Caroselli e Nicola Bolzoni. Lei, referente dei progetti «Scuole», coi suoi 18 anni di servizio è una delle decane, lui invece si definisce scherzosamente «l'ultimo arrivato» (nel 2012) ed ha in carico la regia del progetto «Notte», con il camper piazzato davanti alla discoteche.

Il progetto «Ducale» è una sperimentazione: doveva interrompersi con la fine di settembre, ma è stato allungato a ottobre. «Il bilancio – confermano - è positivo: abbiamo trovato tanta voglia di parlare e di avere informazioni, sia dai ragazzi sia da parte degli adulti, con una media di 23 contatti a volta, il 44% dei quali under 25». Informazione: è il loro cavallo di battaglia, abbinato a «consapevolezza». «C'è molto, moltissimo bisogno di entrambe – spiega Bolzoni -. Si parla spesso di droga ma in realtà si deve parlare di tutte le sostanze, alcol in primis, che è oggi il problema più grosso. Anche chi usa sostanze stupefacenti ci beve sopra, con un mix che è esplosivo per tutti: per gli occasionali, per gli utilizzatori frequenti, per quelli del “solo nel weekend”». Parlano del sempre più diffuso coma etilico nei giovanissimi, della diffusione di cocaina ed eroina fumata. Difficile, però, convincere che le immagini «da stereotipo» non sono più attuali: dal «classico» dell'eroina negli scantinati e nei binari morti di qualche anno fa, al nessun luogo escluso, che siano le mura domestiche, i luoghi «in» o i parchi davanti alle scuole. Ed è così che chi frequenta ambienti non «bollati» rischia a maggior ragione di non avere la percezione dei pericoli.

E' anche per questo – per la mancanza di percezione dei rischi – che arriva l'invito a maneggiare con cura le parole e l'effetto che possono fare. «Non ci piace “emergenza droga”, ad esempio – sottolinea Caroselli – Se parliamo di sostanze stupefacenti, quella che rileviamo è una lenta evoluzione, non un allarme improvviso. In più, definirla emergenza fa sì che le persone – gli adulti, in particolare: genitori e insegnanti – non si assumano responsabilità: “se è allarme allora io non posso farci niente e delego...”».

E a chi si delega? «Alle forze dell'ordine se si hanno idee repressive o ad un esperto se si hanno idee di cura, ma comunque a figure transitorie. Troppo spesso i genitori non si informano sui servizi a disposizione, non sanno nulla dei rischi e dunque non possono rispondere in maniera corretta alle domande dei ragazzi. E se alla prima sbronza dici a tuo figlio che è un alcolista perdi credibilità. Così come se definisci drogato uno studente che ha provato una canna». La sottovalutazione fa altrettanti – e più – danni.

«La droga c'è: e bisogna affrontarlo. Ma lo si può fare solo con un cambiamento culturale e con un approccio laico, senza moralismi e senza giudizi. Ad esempio – continuano - c'è differenza tra droghe legali e illegali: e un ragazzo deve sapere anche a cosa va incontro dal punto di vista della legge». Oggi, ad esempio, sono tanti i ragazzini stranieri di seconda generazione, «e se vengono sorpresi a farsi una canna, hanno un problema molto più grosso rispetto a quello dei loro compagni italiani: la possibile perdita del permesso di soggiorno. Ma – appunto - lo devi sapere». Ossia, tornando alle responsabilità: qualcuno deve dirtelo. E dirtelo con una base di conoscenza: «Altrimenti ha la stessa utilità del parlare di sessualità alla maniera dei bisnonni».

Le altre parole fuorvianti? «Eroina killer» e «partita di droga tagliata male». «Generano equivoci: perché si muore per la sostanza, perché si sbaglia la dose, non perché esistono droghe di serie A e di serie B, buone o cattive, d'élite o di strada. La responsabilità della tua sorte non è di chi te la vende o te la propone: è in te che la acquisti e la usi. Capita, invece, che i ragazzi si sentono erroneamente sicuri. La consapevolezza serve proprio ad evitare quello, e a proteggersi».

I PROF

«E adesso che cosa faccio?» L'interrogazione in questo caso è a se stessi, e sì, si può aver studiato, approfondito, partecipato a incontri con grande motivazione, ma quando la realtà si affaccia alla porta dell'aula, ecco: su quale sia la risposta giusta anche gli insegnanti ammettono di vacillare. Lo raccontano bene queste testimonianze parmigiane, anonime per scelta di partenza: quella di tutelare i protagonisti tutti e allo stesso tempo poter capire cosa accade all'interno delle scuole e come la parte adulta affronta la sfida.

«Qualche anno fa nel primo tema in classe una ragazza scrisse di usare sostanze. In quel modo aveva dimostrato la sua stima pur non conoscendomi ancora bene – racconta una professoressa – ma io ho dovuto decidere velocemente se cercare di tutelare una minore tradendo però la sua fiducia, o tenere la cosa per me rischiando che la situazione si aggravasse». «Oggi – confida - avrei gli stessi dubbi. Allora decisi di parlare alla mamma, peraltro uno di quei genitori che sanno vedere e affrontare la realtà dei figli con maturità e senso di responsabilità: per fortuna ce ne sono». Il risultato? «La ragazza non mi parlò più per un bel po' di tempo. Solo dopo diversi mesi riuscii a recuperare la sua fiducia. Ma ancora mi chiedo se sia stata la cosa giusta».

A qualcuno è capitato che la rivelazione sull'uso di sostanze sia stata fatta durante una presentazione «pubblica» di se stessi il primo giorno di scuola. «E mi sono meravigliato molto che si avesse il coraggio e la voglia di parlarne a compagni e insegnanti sconosciuti. Mi ha stupito anche l'apparente naturalezza del racconto: incoscienza o voglia di provocare e farsi notare?». Ad altri di avere a che fare con una alunna risultata colpevole di vari furti nelle aule e in palestra: rubava per poter acquistare la droga.

«La fortuna – continua una collega – è quando possiamo contare su madri e padri disposti ad affrontare queste situazioni con intelligenza, non scaricando la colpa sugli altri, sulla società, sulla scuola o sui figli stessi. L'incontro tra insegnanti attenti e genitori responsabili è l'unica carta che può fare la differenza. E' così, ad esempio, che una nostra alunna che in quarta sembrava ormai "perduta" , in quinta ha superato l'esame di Stato con un buon risultato».

Sono tutti concordi: dopo confidenze delicate, la parte più importante è non perdere la fiducia dei ragazzi. «E' fondamentale ascoltarli: c'è chi prova una droga perché segue gli altri, chi lo fa perché ha un vuoto dentro. Di certo, negli anni ho notato – sottolinea una prof- che non hanno la minima consapevolezza degli effetti delle sostanze né le conoscono: credono di avere, anzi, il diritto di provarle e che esistano droghe leggere e altre pesanti: l'esatto contrario di ciò dicono gli esperti».

In questo clima di non conoscenza, sottovalutazione e sopravvalutazione sono facce della stessa medaglia. «E' venuta da me un'alunna molto in ansia – ricorda un professore -: sulla spinta degli amici aveva assunto una sostanza che non sapeva cosa fosse e temeva che le mandasse in fumo il cervello. L'abbiamo fatta parlare con lo psicologo scolastico per aiutarla a dare il giusto valore alle cose e a capire cosa l'avesse spinta a provare». Più gravi, certo, le conseguenze possibili sul fronte della sottovalutazione.

«Alcuni studenti esonerati da una lezione erano usciti da scuola per un'ora, per poi rientrare. In un bar avevano fumato nemmeno loro sanno cosa – testimonia un'insegnante - e a ritorno uno di loro è stato male. La prima reazione è stata l'omertà, mentre noi e soprattutto il 118 avevamo l'urgenza di avere informazioni precise per aiutare al meglio il loro compagno. Ecco: la loro inconsapevolezza li portava ad essere meno preoccupati per la salute dell'amico rispetto a quel che poteva capitare loro dal punto di vista legale, scolastico e familiare».

«Per questo - continua -ripetiamo sempre che non ci interessa individuare un colpevole, ma aiutare tutti a sentirsi protetti a scuola. Il nostro è un ruolo educativo, non punitivo: se so che spacci - questione dal risvolto legale -, non posso far finta di niente ma posso accompagnarti in questo percorso».

Tu ragazzo, io adulto. «Anche se ad essere cambiati sono soprattutto i grandi – dice un docente -. Abito in una zona di spaccio "conclamato" e vedo i clienti: padri in scooter con il bambino, conoscenti dei miei genitori, miei coetanei, e poi sì, anche minorenni: c'è una forbice di consumatori paurosa in strada. Tutto alla luce del sole, senza vergognarsi. E allora che messaggio facciamo passare?». c.c.

GLI EDUCATORI

Dal camper in luoghi fissi e visibili, allo zaino in spalla per raggiungere senza troppa invadenza scalini e muretti. E poi ciò che invece è costante: l'impegno in scuole, oratori, centri giovani. Dal 1994 – quando è nata – ad oggi, l'Unità di strada dell'Ausl ha fatto chilometri cambiando mezzi e strategie al cambiare degli scenari e del modo di stare insieme (o soli) di giovani e non. «Vediamo cosa succede in certi luoghi, documentiamo e poi decidiamo come approcciarci – spiegano gli educatori -. Se sei un gruppo che ascolta certa musica, probabilmente hai un diverso modo di stare insieme e potresti usare certi tipi di sostanze». A volte vengono utilizzati altri giovani fidati come «facilitatori» («perché non è che i ragazzi vogliano tanto gli adulti attorno...»), «a volte passiamo e salutiamo e basta, altre - rivedendoci - attaccano bottone loro. A volte lasciamo un sacchetto dell'immondizia: e basta quello per togliere il problema dei rifiuti».

Due estati fa andavano di notte al parcheggio bus dietro la stazione a offrire bevande fresche, crackers, preservativi e informazioni a un gruppo fisso di ragazzi. L'inverno scorso una delle tappe del camper era la pensilina: far entrare a scaldarsi un po' era l'occasione per lasciare anche qualche messaggio utile. Al Parco Ducale, poi, in nove uscite sono riusciti a entrare in contatto con 208 persone e tre gruppi giovanili «sconosciuti».

Resta poi l'impegno del Drop-in, «una sorta di centro di accoglienza diurno a cui davvero tutti possono accedere: non servono documenti né appuntamento». Di fatto è la presa in carico di chi fa uso di sostanze per via iniettiva o di chi ha uno stile di vita che porta a stare in strada. «E lì si fa una riduzione del danno: distribuire siringhe pulite, raccogliere le usate, aiutare a trovare un posto letto o un pasto. Ne trae giovamento anche la città: se quella persona è monitorata, non è in giro a fare dei danni; se non prende malattie il rischio di contagio è meno diffuso, ad esempio». c.c.

PROGETTO NOTTI

«Se proprio vogliamo usare la parola emergenza, allora parliamo dell'alcol: dell'aumento del coma etilico nei giovanissimi, di chi usa sostanze e ci beve sopra, degli aperitivi a stomaco vuoto, della mancanza - di nuovo - di consapevolezza dei rischi che si corrono». All'Unità di Strada lo sperimentano nelle ore davanti a discoteche e locali («alcuni: non tutti purtroppo accettano la nostra presenza»), quando parlando coi ragazzi e offrendo la possibilità di test in diretta, cercano di fare prevenzione a 360 gradi.

«I giovani si informano molto sul discorso delle patenti ritirate - spiega Nicola Bolzoni -. Abbiamo a disposizione l'etilometro elettronico, distribuiamo “palloncini” monouso ma anche preservativi: alcol e droghe possono portare a comportamenti sessuali a rischio. E poi facciamo provare gli occhiali che simulano lo stato di ebbrezza e i suoi effetti sulla vista». Con quelli indosso, i ragazzi provano a camminare su una riga tracciata a terra, o a versare dell'acqua in un bicchiere. «“Ma io non vedo così”, ci dicono. "Sì, appunto - rispondiamo -: non te ne rendi conto proprio perché hai bevuto”. Di fatto, per loro il limite è basato sul loro corpo, non sulla legge». E se la legge fissa a 0,5 g/litro il limite del tasso di alcolemia consentito, un motivo c'è: parola - purtroppo- di incidenti stradali. c.c.

NUOVI PERICOLI

Chi cerca trova. E' questo uno dei dati che colpiscono della neopubblicata Relazione al Parlamento sullo stato delle tossicodipenze in Italia del 2018 ( i numeri si riferiscono al 2017, ovviamente): chi ha fatto uso di sostanze stupefacenti almeno una volta nella vita – e si stima siano 4 milioni di italiani - riferisce di poterla reperire con grande facilità. La cocaina, ad esempio? Il 51,4% sa dove trovarla in luoghi all'aperto o per strada, il 44,1% se la procura nei luoghi di aggregazione e divertimento come bar e discoteche. E se il 30% si rivolge direttamente a uno spacciatore, il 27,2% la trova in occasione di manifestazioni pubbliche oppure a casa di amici.

Lo misurano – su Parma - anche gli educatori dell'Unità di Strada. «Un tempo c'erano i luoghi fissi dove sapevamo bazzicare spacciatori e clienti. Con l'arrivo dei telefoni cellulari è cambiato tutto: ti contatti direttamente, è il tossico che va dallo spacciatore ed è tutto sparso». Come «sparsi» sono i modi del consumo: «Quello che sperimenta nel weekend, quello che mixa, quello che le prende quando non lavora o non va a scuola, quelli che comunque vanno bene a scuola».

Sono molto inferiori le percentuali di chi si affida al mercato online, ma il dark web preoccupa – preoccupa eccome – chi per mestiere conduce la battaglia contro le dipendenze.

«E' lì che sbarcano subito le nuove sostanze psicoattive», confermano gli esperti. E i particolari lasciano a bocca aperta. «Ci sono ormai siti che le vendono con la formula "soddisfatto o rimborsato". Non solo: in alcuni si possono inserire le proprie caratteristiche personali – età, peso, stile di vita – e viene formulata una proposta personalizzata».

Che nelle intenzioni non vada a influenzare le prestazioni professionali o di studio, ad esempio. Ma che nella realtà fa nascere un legame pericolosissimo ed una pericolosissima, insensata fiducia. E in questo caso il «rimborsato» non è contemplato. c.c.

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