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Le nuove guerre digitali

Oggi anche i videogame hanno una sensibilità diversa

Le nuove guerre digitali
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I videogame di guerra, fin dalle invasioni aliene di Space invaders (1978), hanno rispecchiato a modo loro le diverse sensibilità in un periodo piuttosto che l’altro rispetto a una grande questione della storia. Oggi il digital entertainment tende a tenere sempre in maggiore considerazione non solo lo svolgimento delle battaglie, ma anche i costi che queste ultime esigono in vite umane. Non che, a dire il vero, si prema meno il grilletto di qualche tempo fa. Però, con gli anni, è cambiato molto lo stile del racconto, se non proprio l’approccio che il settore dimostra verso certi temi. Anche quando si imbraccia un’arma virtualmente, al posto di macchine si cerca di mettere al centro del discorso le persone, seguendo forse l’influenza di serie epocali come Metal gear solid che, negli anni Duemila, ha rappresentato uno spartiacque. Una conferma arriva anche dalle uscite più recenti, con titoli che affrontano il discorso della guerra partendo proprio da un nuovo sguardo contemporaneo.


Battlefield V (Ea)

Battlefield V (per Pc, Ps4 e Xbox one) appartiene sulla carta al genere oggi più programmaticamente mainstream, quello dei first person shooter, che trovano nell’arena online il loro terreno di elezione, al punto che l’altro big, Call of duty, con Black ops 4 quest’anno ha scelto di abbandonare la classica campagna per concentrarsi in toto proprio sul multiplayer, ma i Battlefield dello studio svedese Dice si sono sempre caratterizzati per il taglio un po’ anticonvenzionale, come ai tempi dello spin-off Bad company e della sua “sporca dozzina”. Battlefield V prosegue nel solco del precedente Battlefield 1, dedicato al conflitto del 1914-‘18, ripresentando a grandi linee lo stesso schema, dove le diverse battaglie dipingono uno spaccato di storie di uomini, attraverso un intenso racconto corale. Stavolta protagonista è la seconda guerra mondiale, della quale vengono estratte, lungo l’arco di quattro episodi, pagine emblematiche, anche se meno note.
Dopo un’introduzione da Oscar, che in una manciata di turbinosi minuti racchiude una rassegna di ciò che dispiegherà il gioco in termini di varietà di mezzi e scenari, si salta da un fronte all’altro, calandosi più specificatamente nelle vicende di alcuni combattenti. Si conosce così la Special boat service britannica, un corpo d’élite nato proprio in quegli anni, in base a una strategia di arruolamento descritta in Battlefield V decisamente come poco ortodossa, i cui commando vennero impiegati in missioni di sabotaggio nell’area del Mediterraneo. Un altro focus riguarda le donne, con il coraggio della Resistenza norvegese, nel periodo dell’occupazione nazista. Ci sono poi le truppe senegalesi che aiutarono gli Alleati a liberare la Francia, in un’operazione su vasta scala che si apre con una citazione illuminante sulla direzione che ha guidato lo sviluppo del videogame: “Non tutto ciò che viene scritto è vero e non tutta la verità viene messa per iscritto”. Il quarto capitolo, intitolato L’ultimo Tiger, verrà aggiunto in dicembre e verterà sugli Afrika korps.


11-11: Memories retold (Bandai Namco)

Come la guerra arrivi a stravolgere l’esistenza di persone comuni, costringendole a confrontarsi con un nemico nel quale vedono rispecchiati le proprie paure, i propri desideri, la propria umanità: dopo Valiant hearts, che nel 2014 aveva accompagnato l’esordio del centenario delle commemorazioni del primo conflitto mondiale, un videogame torna a raccontare gli eventi bellici, stavolta però quando ormai sono prossimi alla conclusione, con il commovente 11-11: Memories retold, nel quale si intrecciano le vicende di un giovane fotografo canadese, arruolatosi con leggerezza, per amore dell’avventura, sperando così di far colpo anche sulla ragazza di cui si è invaghito, e di un padre tedesco, alla ricerca del figlio forse caduto sul fronte di Vimy. Per entrambi l’11 novembre sarà una data fatidica, destinata a segnare il loro destino.
Se Valiant hearts, pubblicato da Ubisoft, aveva utilizzato una grafica ispirata alla bande dessinée, 11-11: Memories retold, edito da Bandai Namco per Pc, Ps4 e Xbox one, si presenta come un grande dipinto a olio, dove impressionistiche pennellate costruiscono una storia vivida ed emozionante, creata tra Montpellier, sede di Digixart, lo studio cofondato da Yoan Fanise, già tra gli autori di Valiant hearts, e Bristol, la città della britannica Aardman, pluripremiata agli Oscar e ai Bafta per le sue animazioni con la tecnica della stop-motion. Tra le fonti utilizzate per comporre questa narrazione multimediale, che mette in scena la tragedia di singoli uomini per riaffermare il valore universale della pace, ci sono i filmati propagandistici dell’epoca, il capolavoro antimilitarista Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, ma anche libri, come il romanzo Nel buio che precede l’alba di Joseph Boyden, sul contributo dei nativi nelle fila dell’esercito canadese, e le memorie autobiografiche di un soldato bretone, il contadino Ambroise Harel.


This war of mine: stories (11 bit studios)

Il punto di vista non dei militari, ma della popolazione civile che cerca disperatamente di sopravvivere tra gli orrori della guerra è la prospettiva scelta dalla software house polacca 11 bit studios per il suo survival This war of mine, uscito con clamore quattro anni fa, accogliendo via via contenuti che hanno fornito ulteriore profondità ai temi affrontati. Il primo dlc, The little ones, del 2016, mostrava le ferite che i conflitti infliggono ai bambini, i più indifesi. Adesso è la volta del trittico di espansioni del season pass Stories, che porta all’attenzione le vicende di alcuni personaggi. Dopo Father’s promise, ecco che il secondo capitolo, The last broadcast, si focalizza sulla coppia formata da uno speaker radiofonico, Malik, e sua moglie Esma, attorno ai quali si muove un gruppo di superstiti, tutti con l’obiettivo di superare di giorno in giorno, nella fittizia città di Pogoren, le dure condizioni che la guerra civile di Grazni li obbliga a subire.
Sviluppato a partire dalla storia scritta da Meg Jayanth (la sceneggiatrice dell’avventura 80 days), The last broadcast (per computer) invita il giocatore a misurarsi con decisioni che influenzano profondamente le vite degli altri, con al centro un dilemma etico, se cioè la verità abbia sempre ragione su tutto oppure se esistano circostanze in cui può apparire lecito sacrificarla, aprendo più ampi interrogativi sul ruolo dei mass media e dell’informazione. Del resto, citando il conduttore americano Ira Glass, gli autori ricordano che: “In radio si dispone di due strumenti: il suono e il silenzio”. Tocca in particolare a Esma l’impresa di doversi destreggiare tra mille minacce e i tiri incrociati dei cecchini per procurarsi ciò che può servire alla piccola comunità per resistere: cibo e notizie, che trasmesse da Malik, costretto in casa, possono significare la salvezza o la morte per i compagni.

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