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IL '68 CINQUANT'ANNI DOPO

UNIVERSITÀ OCCUPATA La protesta a Parma partì dall'Ateneo

Dagli studenti e da alcuni docenti il via alla contestazione giovanile fra scontri con i neofascisti, sgomberi, i fermi e sostegno della città

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Scoppia all’Università la scintilla della contestazione a Parma. In realtà si trattò di un contagio della rivolta che già si stava manifestando negli atenei più importanti del mondo, dai campus americani alla Sorbona. Fu una valanga che travolse le vecchie convenzioni e scalfì le sempre meno granitiche convinzioni dei tanti che temevano semplicemente il sommovimento dell’ordine costituito.

OCCUPAZIONE E CORTEI

L’occupazione dell’ateneo non fu un fatto improvviso e neppure una “prima assoluta”, perché – come ha documentato in una recente ricerca per l’Isrec Alessandra Mastrodonato – un’anteprima dell’occupazione era stata messa in atto dagli studenti comunisti ben tre anni prima, dal 2 al 9 dicembre del 1964, all’insaputa dell’AUP (Associazione Universitaria parmense), che aveva chiesto addirittura lo sgombero con l’intervento della forza pubblica. Da allora l’organismo studentesco perse buona parte del suo potere di rappresentanza, tanto che fu letteralmente travolto dagli eventi. Il “D-day” a Parma fu il 25 marzo del 1968, quando, in seguito all’assemblea di ateneo, un gruppo di studenti, sostenuto da alcuni assistenti, decise di occupare la sede centrale dell’Università. Il giorno dopo furono costretti a sgomberare dalla maggioranza che si opponeva all’occupazione, ma ormai l’onda si era messa in moto e presto divenne inarrestabile: si fece l’assemblea con il rettore Gian Carlo Venturini, poi si promosse una manifestazione contro la stampa (con il corteo davanti alla sede della Gazzetta in via Emilio Casa), accusata di travisare il senso della protesta, e contro la Prefettura, che di occupazioni e proteste proprio non ne voleva sapere.

L'AIUTO DEI DOCENTI

Insieme agli studenti marciarono anche gli attori delle Compagnie partecipanti al Festival Internazionale del Teatro Universitario, poi di nuovo seguirono le occupazioni della sede e di diverse facoltà, in attesa che arrivasse una risposta chiara alle rivendicazioni raccolte nella «Mozione degli otto punti», approvata dall’assemblea degli studenti, su diritto allo studio per tutti, democrazia nella vita universitaria, alloggi per gli studenti. Diversi docenti, soprattutto afferenti alla facoltà di scienze, come Pier Paolo Puglisi, Giuseppe Mambriani e Umberto Emiliani si batterono per dare risposte positive alle rivendicazioni degli studenti e in aprile uscì un documento di sostegno alle lotte studentesche firmato da 32 fra professori incaricati ed assistenti, quasi tutti di scienze, insieme a Cesare Molinari e Arturo Carlo Quintavalle di magistero. Si arrivò così alla notte fra il 23 e il 24 aprile, con l’assalto di un gruppo neofascista, respinto dagli occupanti, fiancheggiati dai lavoratori delle aziende municipalizzate e dai facchini delle cooperative. Ma il giorno dopo i carabinieri effettuarono lo sgombero nonostante la resistenza passiva degli occupanti e procedettero al fermo di due leader del movimento, Roberto Taverna e don Antonio Moroni.

A quel punto gli studenti scesero in piazza e la Camera del Lavoro proclamò lo sciopero generale, il sindaco Enzo Baldassi si recò di persona al Comando dei Carabinieri per liberare i fermati, poi tutti rientrarono in massa nella sede dell’Università di nuovo occupata. Ma due giorni dopo l’assemblea generale decise di porre fine all’occupazione.

Ci fu poi anche una nuova breve occupazione “ferragostana”, le manifestazioni continuarono fino alla fine di novembre, con un fiume di ragazzi in corteo per impedire la condanna a morte di Alexandros Panagulis e con gli scioperi degli studenti medi.

E nel frattempo c’era stata anche la dura contestazione del comizio del segretario del Movimento Sociale Giorgio Almirante in piazza Garibaldi prima delle elezioni politiche.

Il Movimento Studentesco, certamente più vicino alla sinistra ma svincolato dai partiti storici, non cessò però la sua funzione e continuò le sue battaglie anche fuori dalle aule universitarie: gli studenti parteciparono alle lotte insieme ai lavoratori della Salamini, e furono ancora gli studenti, questa volta di Medicina, ad avviare all’inizio del sessantanove l’occupazione del manicomio di Colorno.

I germi della rivolta si erano diffusi nella società e si alimentavano in un tormentato rapporto dialettico con i partiti di sinistra (al governo di Parma dalla liberazione) e i sindacati, insofferenti e ondivaghi nel rapporto con una nuova entità di cui ancora non si conosceva l’approdo.

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