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IL '68 CINQUANT'ANNI DOPO

UNIVERSITA' OCCUPATA: «Quando don Antonio Moroni si infilò nell'auto dei carabinierie si fece arrestare insieme a me»

In via delle Fonderie arrivò un enorme corteo guidato dal sindaco Baldassi

UNIVERSITA' OCCUPATA: «Quando don Antonio Moroni si infilò nell'auto dei carabinierie si fece arrestare insieme a me»
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Mezzo secolo fa Roberto Taverna era uno studente universitario come tanti altri, un padre insegnante al Romagnosi, consigliere comunale del Psiup, una famiglia di sinistra, probabilmente inquieto e con una gran voglia di far qualcosa per cambiare un mondo che gli stava stretto. E’ così? Come ha vissuto i mesi che hanno preceduto l’occupazione?

Sì uno studente come tanti altri, famiglia di sinistra, i miei genitori erano Insegnanti, da loro ho appreso il valore della libertà, della giustizia, della profonda umanità con cui si deve guardare la vita. A quell’epoca ero responsabile degli studenti della Federazione giovanile comunista italiana ed ero presidente dell’Unione goliardica italiana di Parma. A quell’epoca esistevano gli organismi rappresentativi elettivi, in cui la sinistra era largamente minoritaria. Forte era l’impegno internazionalista: il Vietnam era un macigno insopportabile per le coscienze dei giovani democratici e poi quel mondo ingabbiato in zone di influenza andava stretto ai giovani di tutto il mondo. La politica nazionale vedeva un Centro sinistra che dopo l’iniziale spinta riformatrice andava appiattendosi e sembrava emergere una classe dirigente inadeguata e in alcuni casi corrotta. E infine si poneva con forza la questione universitaria. Da Università di élite a Università di massa. Questo cambiamento era impetuoso, ma le aule, i laboratori, le biblioteche e soprattutto gli Insegnanti e il personale non insegnante erano drammaticamente insufficienti. Per la sinistra universitaria vi era un tema in più la conquista di un più significativo ed effettivo diritto allo studio.

L’occupazione dell’Università ha fatto di lei una specie di icona della rivolta studentesca a Parma, forse a suo malgrado…

Fu soprattutto la Gazzetta a dare di me l’immagine di un leader, in verità un’immagine negativa, fino a quell’insulto «nazista» che lanciò ai «vari Taverna», ignorando che coinvolgeva in quell’offesa ingiusta e inqualificabile anche mio papà che per due anni aveva resistito ai nazisti nei campi di concentramento in Germania (fra il professor Emilio Taverna e il giornale ci furono momenti di tensione a cui seguì un completo chiarimento tanto che scriverà vari articoli sulla Gazzetta, ndr). Viste a cinquant’anni di distanza, le immagini arrivano sfuocate, quasi freddi resoconti documentali privi di un’anima... Eppure quella scintilla, apparentemente illusoria, qualcosa smosse nella vita di provincia parmigiana…. Memorabile fu ciò che accadde nel giorno in cui fu portato in caserma assieme a don Moroni…

Come si arrivò agli arresti?

Solo a Parma vennero fatti degli arresti. Nella notte che li precedette vi fu l’episodio gravissimo di una squadra di fascisti venuti da fuori che tentò di dare l’assalto, verso mezzanotte, all’Università occupata. Eravamo stati informati dalla Questura della città di provenienza di quella «spedizione punitiva». Eravamo quindi pronti a respingerla. In quella occasione partirono colpi di pistola da parte degli aggressori, fortunatamente senza conseguenze. La cosa più grave fu che essa fu protetta dal Comando della Legione dei Carabinieri di Parma guidata due ufficiali, che risultarono poi iscritti alla loggia P2. Vorrei ricordare che in nostro aiuto accorsero i netturbini, la cooperativa dei facchini e i giovani che formavano la squadra di lotta greco-romana del Circolo Sportivo Inzani. Quella spedizione finì come doveva finire, in una ritirata non proprio onorevole. Trascorsa la notte, la mattina presto i Carabinieri non desistettero dal loro tentativo. Ricordo i colpi tremendi che venivano dalla porta barricata che portava al Rettorato. Uscii in Strada dell’Università per andare a vedere cosa succedeva e incontrai il direttore amministrativo Gian Paolo Usberti, persona che in seguito conobbi meglio e che ho considerato uno dei migliori dirigenti dell’Università in Italia. Era molto pallido e teso e mi pareva sinceramente preoccupato per noi. Mi disse che era in atto un’azione in forze dei Carabinieri, che né il Rettore Gian Carlo Venturini, persona squisita, né tantomeno lui erano responsabili di quell’azione. Mi consigliò di cessare l’occupazione, per evitare che entrassero i Carabinieri. Gli risposi che ero d’accordo, ma la condizione era che potessimo tenere la nostra assemblea nell’Aula dei Filosofi per prendere la decisione. Ci riunimmo, dissi poche parole: che lasciavamo l’Università per un colpo di mano di quei carabinieri felloni, ma che avremmo portato a termine il nostro lavoro anche senza l’occupazione. Intonai insieme a tutti «Bella Ciao». Ci dovettero portare fuori a braccia. Al termine del «trasloco» venni arrestato e messo in un’auto. In quel momento arrivava don Tonino Moroni, che a forza si infilò in auto e si fece arrestare insieme a me, mentre intorno a noi si sdraiavano tutti gli occupanti. La gente che assisteva a quell’atto di forza era indignata e commossa. Dissi a tutti di andare in Piazza Garibaldi e di chiedere la solidarietà alla città. Splendidi furono gli attori del Centro Universitario Teatrale. Diedero vita a un happening vero e proprio e si fecero arrestare, coinvolgendo la Piazza Garibaldi gremita, mentre i filobus bloccarono le vie di accesso e i Carabinieri perdevano la testa. Nelle cariche colpirono duramente il vicesegretario Generale della Camera del Lavoro Rosolino Alfieri. Venne immediatamente proclamato lo sciopero generale, unico caso in Italia a favore degli studenti, che ebbe una riuscita clamorosa nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro e nelle scuole. Intanto in via delle Fonderie Don Moroni ed io in stanze separate potevamo assistere al continuo arrivo di nuovi fermati, fra cui mi rincuorò vedere Remo Gaibazzi. Nel giro di poche ore arrivò un enorme corteo di studenti e lavoratori guidato dal sindaco Enzo Baldassi e venimmo immediatamente liberati. Nell’inevitabile successivo comizio in una piazza Garibaldi stracolma toccò a me l’intervento conclusivo e nonostante le raccomandazioni dei dirigenti del PCI, perché invitassi tutti ad andare a casa, io invitai la città a riprendersi la sua Università. E così fu. Di li a pochi a giorni l’occupazione ebbe termine come previsto. Ho raccontato tutto questo soprattutto perchè emerga un elemento che fu caratteristico del Movimento Studentesco di Parma: lo strettissimo il rapporto con la città. Le commissioni interne delle maggiori fabbriche raccolsero fondi per sostenere la mensa all’interno della sede centrale dell’Ateneo e con i pasti squisiti della «Trattoria da Aldo» in Oltretorrente; la Provincia guidata da Ivanoe Sensini ci fornì le brande; quasi quotidiane furono le mie riunioni con Ercole Ghiozzi e Rosolino Alfieri, segretario e vicesegretario della Camera del Lavoro. Ci fu un rapporto serio con le forze politiche della città, con le Associazioni Partigiane (emozionante l’intervento di Giacomo Ferrari dopo la notte dell’aggressione). Nel Movimento a Parma fu presente attivamente un considerevole numero di docenti. Tutto questo è stato il sessantotto a Parma, un grande momento di partecipazione e di democrazia.

Dopo il sessantotto ci fu l’autunno caldo, che aprì una nuova stagione di lotta, ma poi arrivarono le stragi fasciste, quindi le Brigate Rosse e il movimento del ’77. Non sentì il peso di un fallimento?

Il ’68 e l’Autunno caldo furono aspetti diversi di un movimento complessivo che investì il Paese e che mirava a conquistare nuove forme di partecipazione e democrazia e nuovi diritti. Il punto più alto di quelle lotte è stato nel 1970 lo Statuto dei Lavoratori. I poteri forti reagirono dando vita ad una stagione di terrore che i più anziani come me hanno ancora negli occhi e nel cuore. Lei è proprio sicuro che il fallimento sia di coloro che hanno creduto in valori di libertà, di democrazia, di diritti, di giustizia sociale e che coloro che costituirono il cancro del nostro Paese siano stati i vincitori? Non ci giurerei. Ogni generazione ha i suoi combattenti per la libertà e per la giustizia e i suoi nemici. Ci siano sempre i primi a lasciare il testimone ad altri perché quella fiamma non si spenga e ci dia calore e luce quando il buio della ragione sembra prevalere.

L’Università di oggi la sente ancora un po’ sua o è semplicemente un altro mondo?

L’Università è un’Istituzione splendida, può essere la vera ricchezza del nostro Paese, dopo l’esperienza del Movimento studentesco ho proseguito nel sindacato il mio impegno per la sua riforma, che è un processo continuo di adeguamento e cambiamento.

Se fosse arrivato all’Università due anni dopo, Roberto Taverna oggi sarebbe la stessa persona? Avrebbe fatto le stesse scelte di vita?

Si i miei valori li avevo scelti nel 1960 e per essi mi sono sempre battuto; forse le condizioni in cui avrei fatto le mie battaglie avrebbero potuto essere diverse, meno dure. Chi persegue quei valori deve comunque rinunciare a una vita di agi e scegliere i sacrifici come dati permanenti del proprio vivere».

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