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IL '68 CINQUANT'ANNI DOPO

IL DUOMO OCCUPATO Le tre ore che sconvolsero la Chiesa parmigiana

La clamorosa protesta il pomeriggio del 24 settembre. Ideatori e autori: i ragazzi della chiesa di Santa Maria della Pace

IL DUOMO OCCUPATO  Le tre ore che sconvolsero la Chiesa parmigiana
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Alle 16,30 del 14 settembre 1968, poco più di una ventina di giovani entrarono nella Cattedrale di Parma e indissero un’assemblea permanente sul tema della povertà. Mezz’ora dopo, sul portale del Duomo, a fianco dei duecenteschi leoni che ne sorvegliano l’ingresso, fu affisso lo striscione ad annunciare che «La Cattedrale è occupata». Furono quelle le tre ore che sconvolsero il piccolo mondo della chiesa di Parma, attirando l’attenzione di tutti i media del globo per un evento che in Italia non aveva precedenti.

Ad architettarlo non erano stati i servizi segreti di un qualche paese comunista, ma semplicemente un gruppo di ragazzi fondatori del movimento “I Protagonisti”, nato dopo l’arrivo di don Pino Setti nella parrocchia del popoloso quartiere dei Prati Bocchi.

Alle 19,30 venne dato l’ordine di “lasciare il tempio che sta chiudendo”, e, di fronte al rifiuto, intervenne la forza pubblica per sgomberare gli occupanti che opposero resistenza passiva, adempiendo ad una precisa richiesta delle autorità religiose.

La cronaca dell’evento dice poco di più, ma quella fu una specie di bomba, tanto da divenire simbolo del sessantotto parmigiano.

Ma non fu certamente un fulmine a ciel sereno: fu anzi la cronaca di un evento annunciato, lo sbocco quasi naturale di ciò che era successo nella chiesa di Parma negli ultimi due anni.

Ne fa una lucida analisi Brunella Manotti, in un saggio pubblicato vent’anni fa nel libro “Parma dentro la rivolta”, che parte dal conservatorismo della Curia parmense sotto la guida di monsignor Evasio Colli per ripercorrere la strada dei ragazzi di Santa Maria della Pace, per arrivare all’occupazione della Cattedrale come atto estremo di un dissenso radicale.

L’avventura de “I Protagonisti” nasce nel 1966 per volontà di alcuni giovani che frequentavano piazzale Pablo, quindi alche la chiesa e l’oratorio, che si trovarono in straordinaria sintonia con il cappellano Pino Setti, che ne divenne di fatto la guida spirituale.

Gli obiettivi dichiarati erano quelli di costruire un ponte fra i credenti e i non credenti, senza barriere e senza pretese egemoniche, di affermare la chiesa come strumento al servizio degli ultimi, dei poveri e dei deboli, di sostenere le lotte di libertà e giustizia dei popoli nel mondo. Erano gli anni della guerra del Vietnam, delle dittature dei colonnelli in Grecia e dei generali in Sudamerica, delle battaglie per i diritti degli afroamericani soffocate nel sangue, c’erano stati Ernesto Che Guevara e Camilo Torres, erano i tempi di Fabrizo De Andrè che faceva la guerra alla guerra e interpretava a modo suo la buona novella. E qui si aprì il tema del rapporto fra religione e marxismo, che ebbe un ruolo centrale nella vita di diversi membri del gruppo e si aprì anche la riflessione sulla morte, partendo dai suicidi di Cesare Pavese e Luigi Tenco.

Nel ’67 arrivò la mitica celebrazione della messa beat, con i Corvi che furono chiamati a cantare in chiesa per avvicinare i giovani al mondo cattolico interpretando il loro linguaggio. E la cosa, che ebbe enorme risonanza e riscosse pesanti critiche dei benpensanti, non fu gradita alle gerarchie ecclesiastiche, così come non fu gradita la presenza sul palco in piazza Garibaldi di don Setti, accanto al sindaco e al presidente della Provincia (atei e di sinistra) e a Danilo Dolci all’arrivo sotto la pioggia della marcia della pace, bollata come “propaganda sovversiva”. Ma i giovani di piazzale Pablo non potevano non essere presenti.

Le autorità religiose ne avevano più che abbastanza per dire “basta”. Misero sotto sorveglianza don Pino poi lo trasferirono a Marra (minuscola parrocchia ai piedi del monte Sillara) e negarono al gruppo (che aveva già preso accordi in merito) un periodo di volontariato in Brasile.

Così il 14 settembre si arrivò all’occupazione del Duomo. Nel manifesto esposto fuori dalla Cattedrale vengono indicati i motivi di una contestazione così radicale: l’allontanamento di don Pino senza consultare i fedeli, la costruzione di una nuova chiesa con i fondi delle banche, la disparità di trattamento fra i sacerdoti, la riforma dei seminari e l’uso della chiesa come supporto del potere costituito.

Alle 19,30 arrivò lo sgombera da parte delle forze dell’ordine, che agirono su richiesta delle autorità ecclesiastiche: la resistenza passiva con i ragazzi e le ragazze trascinate fuori dai poliziotti pose fine all’occupazione. Persino Paolo VI intervenne per stigmatizzare ciò che era accaduto. Ma la pacifica rivoluzione partita da piazzale Pablo non si fermò: fra i tanti messaggi di solidarietà arrivò quello della comunità dell’Isolotto di Firenze, fatto questo che decretò l’ostracismo contro don Antonio Mazzi, ma anche l’inizio di una nuova avventura per una chiesa più vicina ai poveri. Da Parma qualche seme aveva attecchito. Il gruppo ecclesiale “I Protagonisti” si sciolse inevitabilmente qualche giorno dopo, ma intanto aveva passato il testimone.

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