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IL '68 CINQUANT'ANNI DOPO

IL DUOMO OCCUPATO: DON PINO SETTI Quel prete scomodo spedito in montagna

IL DUOMO OCCUPATO: DON PINO SETTI  Quel prete scomodo spedito in montagna
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Tutto ebbe inizio nella parrocchia di una periferia cresciuta tumultuosamente negli anni della ricostruzione post-bellica, a Santa Maria della Pace, dove, nel 1964, ad affiancare il parroco don Franco Guiduzzi, era arrivato un giovane prete che sognava una chiesa diversa, più moderna, ma soprattutto più solidale, capace di stare al fianco degli ultimi del mondo, don Pino Setti.

Oggi, a mezzo secolo di distanza, lui non ne parla volentieri, chiede rispetto per la sua privacy di curato di campagna, e se ne sta nel suo “quasi eremo” di Palanzano, a vivere l’autunno della vita non lontano da quei monti dove fu spedito in punizione dalle gerarchie ecclesiastiche del tempo. Manca quindi una sua riflessione su quegli anni ruggenti vissuti con i suoi ragazzi in piazzale Pablo e sul fatto se oggi si senta più o meno vicino alla chiesa che avrebbe voluto. Tuttavia non si può ricostruire l’occupazione della Cattedrale di Parma - evento che si consumò in poche ore, ma dal punto di vista dell’impatto mediatico fece il giro del mondo – senza avere presente su come si arrivò ad esporre sul portone del Duomo quel tazebao “Cattedrale occupata”.

Don Pino era un giovane prete che voleva parlare con i giovani, voleva soprattutto interpretare la loro voglia di cambiamento, gli ideali che facevano breccia nel loro animo. Quelli che credevano in Dio volevano una chiesa molto diversa da quella di Paolo VI, giudicata troppo vicina al potere temporale e troppo incline alle commistioni con l’economia e la finanza, oltre che con la politica dominante. Il cappellano Pino era uno che sapeva ascoltare, che dava cittadinanza alle idee, parlava anche con chi cattolico non era ma aveva buone intenzioni per migliorare il mondo. Così attorno a lui si creò un gruppo di giovani, prevalentemente abitanti nel quartiere Pablo, che si definirono “I Protagonisti” e cominciarono a scrivere documenti e ad elaborare teorie “indigeribili” per il potere ecclesiastico, come le riflessioni sul suicidio di Cesare Pavese e sulla rivolta degli afroamericani auspicata da Malcolm X.

Poi ci furono alcuni fatti eclatanti. In primis la messa beat del 1967 officiata in Santa Maria della Pace con i Corvi di Gimmi Ferrari a fare da colonna sonora alla celebrazione, alla presenza di migliaia di fedeli e di tanti cittadini semplicemente curiosi che affollavano il sagrato della chiesa. Poi, il 7 novembre 1967, arrivò a Parma la marcia della Pace di Danilo Dolci: don Pino, chiamato sul palco dal sindaco Baldassi, prese la parola in una manifestazione ferocemente osteggiata dai conservatori perchè “portava acqua al mulino dei comunisti”.

E ci fu anche un altro sogno che rimase nel cassetto, quello di andare in missione in Brasile, nel cuore della “teologia della liberazione”, spina nel fianco per la chiesa di Roma. Tutto pareva ormai pronto per un’avanguardia dei Protagonisti decisi ad imbarcarsi a Genova per un viaggio di fortuna su una nave mercantile, quando arrivò il “niet”dal vescovado.

Insomma, questi protagonisti stavano diventando decisamente troppo ingombranti, e qualcuno deve aver pensato che rimuovendo “la radice” tutto sarebbe rientrato nei ranghi. Così don Setti, da un giorno all’altro, con evidente intento repressivo, fu trasferito a Marra di Corniglio e dovette lasciare i suoi giovani di piazzale Pablo. A differenza di tanti altri preti vicini al mondo della contestazione, talvolta operai, che pur di non cedere decisero di lasciare l’abito talare, stavolta don Pino - che qualche mese prima aveva risposto “Non accetto l’alternativa” al vescovo Pasini, che minacciava di “secolarizzarlo” se non si fosse sganciato dal gruppo de “I Protagonisti”, rispose come Garibaldi “Obbedisco” e continuò per una vita intera il suo mandato apostolico. Anche questo era segno della volontà di Dio.

Ma i suoi giovani amici non la pensavano proprio alla stessa maniera: la Curia non doveva passarla liscia. Questo – anche se le rivendicazioni erano assai più estese e profondi i motivi di contestazione della “politica” ecclesiastica – fu la scintilla che fece scattare l’occupazione del Duomo, quando don Pino era già in montagna.

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