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IL '68 CINQUANT'ANNI DOPO

IL DUOMO OCCUPATO: PIERSERGIO SERVENTI «Il trasferimento fu la scintilla della protesta»

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Negli anni della contestazione Piersergio Serventi abitava in piazzale Pablo. Più che naturale, quindi, che frequentasse l’oratorio e la chiesa di Santa Maria della Pace, punto di riferimento per i giovani del quartiere. Era uno studente attento a quello che succedeva nel mondo, che viveva le inquietudini e la voglia di cambiare di tanti suoi coetanei che coniugavano l’impegno civico con il calciobalilla. Fu lui uno dei fondatori e delle anime del movimento de «I Protagonisti», progettò e partecipò all’occupazione del Duomo. «Sono cresciuto in mezzo ai preti da quando avevo sei anni. Mio padre, ex carabiniere, era custode all’ospedale civico di Colorno, gestito di fatto dalle suore. E c’era un cappellano, Eugenio Binini, divenuto poi vescovo di Massa, con il quale avevo un rapporto di familiarità».

Poi si è trovato ai Prati Bocchi, allora quartiere popolare di recente costruzione…

«Sì, a metà degli anni sessanta abitavo in piazzale Pablo, all’ombra della chiesa. Frequentavo la parrocchia e l’oratorio, avevo fatto anche il chierichetto. L’arrivo di don Pino portò una ventata di rinnovamento».

In che contesto nacque il gruppo “I Protagonisti”?

«Già da allora frequentavo diversi amici con i quali avevo in comune la passione per la politica. Ero amico di Fabrizio Leccabue, che nel 1970 diventerà consigliere comunale a Parma fra le fila del PSIUP. Così anch’io a 19 anni, nel 1967, mi iscrissi e fui presto nominato segretario cittadino. Potrei definirmi un catto-socialista che viaggiava fra due binari».

Torniamo alla sua esperienza di cattolico del dissenso, se possiamo dire così…

«Come dicevo, la parrocchia era la mia seconda casa, e l’arrivo di quello straordinario cappellano che ci capiva e ci incoraggiava a vivere le nostre esperienze, cambiò molte cose. Nacque il gruppo de “I Protagonisti”. Eravamo in pochi, ma molto impegnati. Avevamo un piccolo giornale ciclostilato, riflettevamo insieme sulla chiesa, sulla sua missione, sul ritorno allo spirito originario, ma parlavamo anche di politica, delle guerre e delle ingiustizie del mondo».

Prima dell’occupazione avete fatto anche scelte che hanno allarmato le gerarchie ecclesiastiche?

«Certo, le più radicali sono state la celebrazione della messa beat con “I Corvi” che cantarono in chiesa e la partecipazione alla marcia della pace con Danilo Dolci, che fu una specie di goccia che fece traboccare il vaso. Da lì cominciarono i problemi nei rapporti con la Curia».

L’occupazione del Duomo, quindi, non fu un fatto estemporaneo, ma un evento pianificato e voluto come estrema forma di contestazione?

«La scintilla che ha messo in moto tutto è stata ovviamente l’allontanamento del nostro cappellano, che fu spedito in una sorta di esilio a Marra. Ma non c’era solo quello: il nostro obiettivo era quello di mettere in evidenza una secolarizzazione della Chiesa, anche a Parma, troppo legata al potere costituito e alle guerre ideologiche e poco attenta a svolgere la sua missione principale, quella di stare dalla parte degli ultimi».

C’è stato anche una mancata missione come volontari in Brasile ad alimentare la vostra contrapposizione alle gerarchie ecclesiastiche?

«Più che di contrapposizione parlerei di occasione persa per un dialogo che non c’è mai stato. La mancata missione in Brasile ne fu un’ulteriore riprova. Volevamo conoscere una Chiesa diversa in un mondo diverso. Abbiamo lavorato d’estate per pagarci il viaggio. Poi siamo andati a Roma, dove abbiamo incontrato il cardinal Samorè per avere il suo appoggio. Ci trovò un passaggio su un mercantile che faceva sosta a Genova ma, per quel che ne so, la Curia di Parma intervenne per bloccare tutto. Così abbiamo dato i soldi ad una famiglia povera dei Prati Bocchi. Fu una grossa delusione».

Veniamo all’occupazione. Chi c’era?

«Partimmo dalla sede del circolo Vanoni della sinistra DC, che era in via Petrarca, armati dei nostri striscioni e documenti, ben decisi a portare fino in fondo la nostra protesta. Eravamo in una ventina, fra i quali Tania Rocchetta, Umberto Ghidini, Fiorella Cervi, Fabrizio Panizzi, Lina Marchini, Claudio Bocchi, Mario Buldini, Romano Groppi, Annamaria Ragni, Ermes Mari, Maurizio Gatti, Guglielmo Cordani e Francesco Schianchi che, poco prima della stabilita aveva preso contatto con noi e che divenne di fatto il portavoce degli occupanti. Il tutto è durato tre ore, il resto è storia nota».

Negli anni è circolata la voce non confermata della presenza di Elvio Ubaldi fra gli occupanti del Duomo..

«No, allora noi non sapevamo neppure chi fosse Elvio Ubaldi».

Dopo l’occupazione è finita l’avventura?

«Sì, stare in Santa Maria della Pace non era più possibile. Ma, per chi l’ha vissuto, quel periodo è stato davvero importante nella nostra formazione. Ognuno poi ha preso la sua strada. Ci sono stati anche diversi preti con i quali avevamo avuto contatti dopo l’occupazione, che hanno lasciato l’abito talare per prendere altre strade dopo la mancata riforma della Chiesa, come Giovanni Ballarini e Bruno Abati (che sono diventati sindacalisti) e come Mino Bruschi, giovane prete in San Benedetto, con l’aria serafica, che trasformò il presepio in una dissacrante scena di guerra (le guardie con il mitra spianato e i simboli del capitalismo che adoravano il dollaro d’argento al centro della culla), e la cosa segnò probabilmente la fine del suo percorso da ministro del culto. Molti di noi si erano iscritti al Psiup, quasi tutti siamo passati per la Cisl con ruoli anche importanti. Io sono entrato a 22 anni in Ospedale come inserviente per mantenermi agli studi. Poi mi sono laureato e sono arrivato all’apice della carriera dirigenziale in sanità. Ho fatto tanta politica, ma mai come professione. Finita l’avventura del Psiup con la batosta del 1971, mi sono poi iscritto al Pci, sono stato segretario della sezione aziendale e consigliere comunale dal 1980 al 1987. Comunque quelle intense giornate nei prati Bocchi mi sono sempre rimaste nel cuore, anche con il loro carico di contraddizioni, e mi hanno lasciato valori che ho cercato di trasmettere ai miei figli. Per questo a Don Pino vanno ancora la mia stima e il mio affetto».

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