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IL '68 CINQUANT'ANNI DOPO

SALAMINI Quella lunga occupazione che fece parlare tutta Italia

La protesta degli operai della grande fabbrica di elettrodomestici fu caratterizzata da strategie di comunicazione radicali e innovative

SALAMINI Quella lunga occupazione che fece parlare tutta Italia
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Rileggendo il ’68/’69 parmigiano scopriamo, tra i cimeli di archeologia industriale, memorie che, ripulite con il pennellino, potrebbero essere interpretate oggi come primordi di social media. Non c’erano i vari Facebook e Twitter, ma la tempesta Salamini si propagò lo stesso su tutta Parma. E non solo.

Rispetto all’occupazione della Cattedrale con l’emancipazione dei cattolici del dissenso e le ribellioni universitarie con l’occupazione del manicomio di Colorno, la lunga stagione calda della Salamini è considerata la meno intellettuale delle proteste, ma al tempo stesso fu la più trasversale e la più innovativa per la comunicazione.

1968
LE PRIME BARRICATE

Nell’archivio comunale di Parma è custodita una busta denominata «Fondo Cgil» che raccoglie una ventina di istantanee scattate, all’inizio dell’ottobre 1968, da Alberico Zambini, allora fotografo con studio in via Garibaldi. Gli scatti di Zambini seguono, sulle strade di Parma, gli Ape Piaggio, «targati» Amps-Cgil, fino alla Salamini dove altre immagini descrivono lo smistamento delle provviste portate dai dipendenti dell’Amps (l’Iren di oggi) nell’edificio mensa della fabbrica occupata. Un viavai sulla stessa scalinata che ancora esiste. L’unica cosa diversa da cinquant’anni fa è quell’aereo imbullonato che nei mesi scorsi copriva il tetto di quell’edificio che fu la mensa.

A guidare il corteo sindacale c’era una 850 Fiat Abarth. Parcheggiate davanti all’ingresso principale della Salamini, una Fiat 1100, una 600 e una Bianchina Giardinetta targata PR 85523. In città si contavano 170 mila residenti (in tutto il Parmense oltre 390 mila) e il gruppo Salamini arrivò nel 1967 ad assorbire quasi mille dipendenti. Quell’anno di massimo splendore coincise però con l’inizio della fine: le banche fermarono i crediti e chiesero il rientro dei cospicui finanziamenti forniti per l’avvio dell’impresa.

Così i protagonisti delle occupazioni sintetizzano, sulla rivista «Dalla parte del torto», la situazione creatasi alla Salamini allora: «Al di là della megalomania del proprietario che, pur non avendo solidità economica, si avventurava in operazioni rischiose, rimane il fatto che non era abbastanza introdotto nell’establishment industriale e questo chiaramente non lo sostenne, unitamente alle manifatture italiane di elettrodomestici che volevano estromettere la Salamini dal mercato».

Sotto questo cielo nuvoloso, i lavoratori della Salamini si trasformarono in movimento con azioni tali da disorientare i sindacati e il ponderato Pci che governava, con i socialisti, Parma dal Dopoguerra. Insomma, gli occupanti agirono senza briglie. Il fronte unitario sindacale si frantumò presto, rimase la Cgil, ma non tutta la Camera del Lavoro (l’unica in Emilia ad essere guidata da un socialista con un vice comunista) approvò le iniziative che di volta in volta venivano decise nel corso delle assemblee all’interno della Salamini: «Solo la Fiom si era schierata per davvero con noi», ricorda Donato Troiano che coordinò il comitato di occupazione.

Il «caso Salamini» deflagrò nell’autunno 1968 con la prima occupazione durata una settimana.

A quell’epoca la Salamini era già sotto le grinfie dell’amministrazione controllata e a Parma rimbalzarono i rumors di gruppi industriali intenzionati a subentrare.

Questo è il consuntivo che lo stesso Angelo Salamini fece nell’agosto 1967: «Il movimento delle vendite nel 1966 si è aggirato sui 7 miliardi di cui 1 e mezzo di esportazioni; nei primi sei mesi del 1967, si è aggirato sui 5 miliardi di cui 1 e mezzo di esportazioni», in gran parte concentrati nel nuovo ramo degli elettrodomestici (il 53%).

Al momento della grande crisi, la Salamini era la quarta azienda per dimensioni nella provincia di Parma e la prima nel settore metalmeccanico.

1969
LA LUNGA OCCUPAZIONE:

A scandire il «De profundis» fu la soffiata filtrata nel tardo pomeriggio del 13 febbraio 1969: il Tribunale di Parma stava dichiarando il fallimento dell’azienda. In quei giorni da Nord scendeva il vento di tramontana e le previsioni meteo mettevano anche neve. E in quella notte da lupi, iniziò la seconda e lunga vertenza della Salamini. Racconta Donato Troiano: «Il 14 febbraio, alle 9 del mattino, venne indetta un’assemblea (presenti anche Paride Faccini della Fiom-Cgil e Annibale Paini della Fim-Cisl) per l’approvazione della linea dura dell’occupazione. Qualche ora dopo, il Tribunale comunicò ufficialmente il fallimento».

E che rivolta sia: «Mesi di lotta per salvare il posto di lavoro, con gli operai che riuniti in assemblea mettono in atto tecniche di lotta nuove non solo per Parma, rifiutando le mediazioni politiche dei partiti e rifiutando il pompierismo sindacale», così sintetizzò «La Classe», il giornale delle avanguardie operaie e studentesche che durò la stessa breve stagione delle barricate alla Salamini.

Durante l’occupazione, la mensa della Salamini non smise mai di funzionare e la sera c’era posto anche per i familiari degli occupanti. Si narra che per una cena alla presenza di parlamentari emiliani e dirigenti locali del Pci, dai canali della Bassa Reggiana arrivarono rane per tutti.

Per sostenere la lotta alla Salamini, Comune, Provincia e Camera di Commercio stanziarono subito un fondo di 10 milioni e altre offerte furono raccolte tra i dipendenti delle aziende parmensi con cui si instaurò una sorta di gemellaggio. Il sindaco Enzo Baldassi fece svolgere una seduta del Consiglio comunale proprio all’interno della Salamini occupata e circondata da polizia e carabinieri.

In piazza Garibaldi fu installato un tendone di promozione sindacale. All’interno della fabbrica venne anche redatto il giornale d’occupazione poi ciclostilato alla Cgil.

Dentro la Salamini vennero ospitati spettacoli del Festival del Teatro Universitario; Dario Fo e Franca Rame restarono una giornata con i lavoratori. Anche la Rai entrò nella Salamini occupata e inaugurò, domenica 2 marzo 1969, il programma economico «Cento per cento» del secondo canale con immagini e interviste sul «caso Parma».

Svanite le speranze dell’arrivo di privati, l’unico miraggio per i lavoratori della Salamini era quello di essere assorbiti nella galassia delle industrie di Stato. Per tentare la carta dell’Iri, i dipendenti della Salamini ottennero a Bologna un incontro con l’allora presidente del Consiglio, Mariano Rumor. Ci fu anche l’episodio della lunga fila indiana di quasi 500 persone che dalla Prefettura di Parma si misero in coda per spedire, dalle Poste di via Pisacane, un telegramma di SOS al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.

La distribuzione dei volantini per sostenere l’occupazione venne orchestrata da apposite squadre in diversi angoli di Parma, durante i giorni di mercato, e addirittura di domenica nelle chiese durante le messe.

La protesta fu davvero trasversale, convincendo lo stesso vescovo Amilcare Pasini, sospinto dalle trasformazioni impresse dal Concilio Vaticano II, a presentarsi ai cancelli della fabbrica in via Emilio Lepido per una benedizione.

All’Unione Parmense degli Industriali, l’occupazione della Salamini non fu certamente gradita, poiché sobillava l’intero sistema produttivo locale. Il 10 aprile 1969 fu pubblicata sull’ultima pagina della Gazzetta di Parma un’inserzione firmata Upi che scandiva la posizione confindustriale sulla Salamini: stop immediato all’occupazione della fabbrica, fallimento tombale, lavoratori in altre sedi.

Tra il 30 aprile e il primo maggio del 1969, un drappello di operai si intrufolò nella Camera di Commercio e da lì non si spostò per alcuni giorni; la Camera di Commercio era in via Cavestro, dove oggi c’è la Cassa di Risparmio. Stessi blitz furono fatti alla sede della Dc che era in strada del Consorzio; alla federazione provinciale del Psi in borgo della Posta; alla federazione provinciale del Pci in via Guasti di Santa Cecilia. Qui i «sovversivi» della Salamini si trovarono di fronte il servizio d’ordine del Pci, ovvero operai contro operai. Un sit-in ci fu anche all’interno degli uffici dell’Unione industriali, nella sede di via Mazzini 1. Anche l’aula consiliare del Municipio venne occupata dalle maestranze.

Massima tensione ci fu sia quando gli scioperanti fermarono il traffico sulla via Emilia, sia quando bloccarono il passaggio del rapido Settebelllo andando a sedersi sui binari posti a 500 metri dalla fabbrica.

Tra la via Emilia e la ferrovia, lo scontro tra i dimostranti e gli agenti del battaglione Padova si intensificò. Durante gli spostamenti della Celere, un tragico incidente, tra mezzi del reparto mobile, provocò la morte di un agente.

Altre scaramucce, con manganelli e transenne in movimento, si verificarono all’inizio di giugno 1969: da Piazza Duomo doveva partire una tappa del Giro d’Italia e quelli della Salamini ostacolarono la corsa con lo scopo di farsi vedere dall’Italia tutta. Questa fu forse l’ultima significativa incursione dei lavoratori in subbuglio. Ormai la Salamini si stava definitivamente spegnendo e, subito dopo il Ferragosto del 1969, le forze dell’ordine intervennero a sgomberare la fabbrica.

Gli ormai ex dipendenti entrarono nel circuito dei corsi di avviamento al lavoro e poco alla volta trovarono un’altra occupazione. Ma non era il sogno iniziale della grande Salamini.

Questa è la terza puntata dell'inchiesta sugli episodi principali del sessantotto a Parma 50 anni dopo. Sulla Gazzetta del 13 agosto abbiamo raccontato l'occupazione dell'Università, su quella di sabato 18 l'occupazione della Cattedrale.

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