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IL '68 CINQUANT'ANNI DOPO

SALAMINI La storia Il tracollo di una protagonista della Parma delle tre S

Ascesa e declino dell’immenso complesso di capannoni alle porte della città lungo la via Emilia dove al momento del boom economico lavoravano circa mille dipendenti

SALAMINI La storia Il tracollo di una protagonista della Parma delle tre S
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Se ai parmigiani, più o meno dal säss, chiedi oggi dove si trova l’ex Salamini, più o meno tutti sanno dove è ubicata quest’area post industriale che prende anche l’intitolazione catastale di Casello. Sulla via Emilia, direzione Est. Tra San Lazzaro e San Prospero.

La palazzina che si alza sopra i capannoni adesso si chiama «Condominio torre uffici Salamini». La Tep ha una fermata denominata Ex Salamini, proprio vicino al parcheggio scambiatore. Dove c’era il Tosco adesso c’è l’Osteria Salamini. Anche la cronaca nera si è occupata spesso dell’ex Salamini per notti ad alta tensione tra night, sale scommesse e graffiti realizzati con rabbia.

Insomma, se si parla di Salamini o di ex Salamini sappiamo tutti di cosa si parla?

Cinquant’anni fa c’è stato il Sessantotto e subito dopo l’«autunno caldo». Cinquant’anni fa il boom economico consumava l’ultima candela. E cosa c’entra la Salamini? La Salamini è un condensato di tutto questo. Un ciclone che si abbatté su Parma e impressionò tutta Italia.

Era la Parma dell’industrializzazione, la Parma che perdeva poco alla volta gli odori dei campi coltivati. I lavoratori del settore agricolo scesero dal 48,9% della popolazione attiva nel 1951 al 18,9% nel 1971; al contrario i lavoratori dell’industria in soli dieci anni, dal 1951 al 1961, aumentarono di oltre 15 mila unità.

Era la Parma delle tre S: Simonazzi, Salvarani e, appunto, Salamini. La prima ad Ovest, la seconda a Nord, la terza ad Est. Era la Parma dei piani regolatori della ricostruzione. Il futuro che avanzava spedito. E la famiglia Salamini aveva affrontato di gran carriera il Dopoguerra mettendo a pieno regime l’opificio di Stradello San Girolamo, specializzato nella produzione di radiatori e, successivamente, anche di serbatoi.

Il giovane Angelo Salamini, nato nel 1930, sul finire degli anni ’50 decise di surfare sull’onda del nascente miracolo economico puntando in alto: trasformare quelle biolche di terreno agricolo della famiglia in una «fabbrichetta» modello Brianza.

Il progetto del nuovo stabilimento venne depositato in Comune tra il 1956 e il 1957. Nel novembre del 1958 è lo stesso imprenditore a ritirare la dichiarazione di agibilità, versando 2 mila lire per i bolli. È con quel via libera comunale che Salamini iniziò ad ottenere i grandi finanziamenti dalle banche, che gravitavano su Piazza Garibaldi, per dare vita ad un’impresa che via via crebbe a dismisura. E davvero troppo in fretta. A quattro chilometri dal centro, sulla via Emilia verso Reggio, in quel momento c’erano solo la Salamini, un bar e un'altra azienda di nuova imprenditorialità. Intorno solo l’estensione della placida campagna emiliana a tutto lambrusco Maestri, prati di erba medica e filari di gelsi.

Angelo Salamini diede il via alla nuova produzione con un portafoglio clienti allargato: dalla Oto Melara alla Fiat, dalla Lamborghini alla Maserati. Dalla fabbrica parmigiana uscivano radiatori, serbatoi, marmitte, cofani, sedili e cruscotti. Ma anche, dall’inizio degli anni ’60, mobili per ufficio e industria.

La Salamini aprì le porte alla nuova forza lavoro che quasi all’improvviso si trovò in tuta blu. Figli di contadini della Bassa e dell’Appennino e immigrati dal Sud: «Una popolazione operaia che risentiva di una relativa estraneità alla cultura e al sistema di mediazione politico e sindacale dell’Emilia rossa», come scrive Diego Melegari nel libro «Parma dentro la rivolta».

Un esercito di operai maschi (nell’area produttiva erano solo dieci le donne dipendenti, di cui 5 addette al reparto tappezzerie) quasi incantati dalle continue accelerazioni di Angelo Salamini che nel 1962 cominciò ad assumere altri operai per la produzione di elettrodomestici, prima per conto terzi, poi nel 1965 con una linea propria: le lavatrici Luxor.

Insomma, la Salamini sembrava, per chi viveva in quella cittadella, quasi un eldorado: nel 1967 il complesso industriale si sviluppava su un’area di 225 milia metri quadrati di cui 60 mila di fabbricati e tettoie. E lì sotto entravano e uscivano quasi mille dipendenti.

La Salamini raggiunse il massimo di produttività nel 1967, lo stesso anno in cui l’imprenditore decise di mettere su una squadra di ciclismo con i fiocchi e partecipare al Giro d’Italia: maglietta verde, la scritta Salamini in bianco con la classica orlatura gialla, sotto il marchio Luxor. Vittorio Adorni è stato il capitano di questa squadra e si portava in dote la conquista del Giro d’Italia del 1965, quando vinse con la maglia della Salvarani.

Quel 1967 per la Salamini fu davvero tumultuoso. Non ci fu il tempo di vedere i frutti della nuova campagna pubblicitaria per la Luxor che il terremoto finanziario travolse tutto: «A fine marzo 1967, la Banca Commerciale Italiana, inaspettatamente, pretese il rientro. Il fatto - scrive lo stesso Angelo Salamini nella richiesta dell’amministrazione controllata - ha determinato un certo disagio all’azienda, tuttavia, ancora superabile, ma, risaputosi e diffusosi con una diligenza e rapidità degne di miglior causa, ha ingenerato una tale psicosi da portare nel giro di qualche settimana ad una completa revoca di tutti gli affidamenti bancari in essere ed alla impossibilità pratica di ottenerne altri».

Quello fu praticamente l’inizio della fine. Ma ancora oggi, là dove è arrivata la globalizzazione di McDonald’s, esistono i capannoni della Salamini di quel tempo: gli stessi mattoni a vista e finestroni industriali fanno da scenografia ad un melodramma tutto parmigiano.

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