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Il racconto della domenica

I neuroni specchio e la Lillina

Doveva sorvegliarsi attentamente per non risucchiare il caffè dalla tazzina come la zia

Rubrica: il Racconto della Domenica

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Ecco la spiegazione. Ecco da dove nasceva quella propensione all’imitazione manifestatasi in lei fin da bambina. La spiegazione era dunque scientifica al perché “quei modi e quelle facce” che la colpivano si imprimessero in lei del tutto naturalmente. Allora, ricordava, la fonte principale esterna “che attivava questo complesso schema motorio” era la messa in prova dell’abito inscenata dalle clienti di sua madre sarta davanti al grande specchio dell’armadio.
In lenta processione verso la camera da letto, dopo la madre e la cliente, lei seguiva per ultima portando la scatola degli spilli, le forbici, il filofort da imbastire, il metro e poi, silenziosa e svelta a porgere quello che di volta in volta le veniva richiesto, non perdeva niente dello spettacolo che avveniva a un passo da lei.
Per esempio, il modo che aveva la Signorina Lillina,la donna più elegante del paese - ah, che sogno l’abito blu a pois bianchi - un modello di Biki - uno dei più belli che la madre le avesse mai confezionato - di camminare lentamente sul tappeto, la testa eretta, lo sguardo fisso allo specchio, di girare con grazia su stessa, di tornare in dietro; il modo che aveva di valutare la profondità della scollatura o il garbo della pence del seno (andava forse spostata un po’ più in basso?), di sollevare il braccio - la mano bianca e morbida sospesa nell’aria come quella di una ballerina - per un perfetto giromanica…insomma, tutto quel fare e quell’atteggiarsi le entrava in testa con estrema facilità.
E con altrettanta disinvoltura lei poteva esibirsi in una spontanea imitazione della persona osservata non solo, come spesso capitava, quando era sola con la madre, in cucina, per farla ridere, ma anche a sproposito, con la Signorina Lillina ancora lì, intenta a discutere la lunghezza dell’orlo e i tempi di consegna.
E questo assorbimento involontario dei modi altrui, crescendo, non si era affatto affievolito anzi, era divenuto fonte di preoccupazione. Doveva sorvegliarsi attentamente per non camminare piegata in avanti come faceva sua suocera, per non risucchiare il caffè dalla tazzina come la zia, per non tenere la lingua tra le labbra come l’impiegata di fronte alla sua scrivania nel momento di massimo impegno, per non umettarsi l’indice sfogliando le pratiche come la capoufficio, per non atteggiare la bocca in una smorfia clownesca come faceva il marito quando spuntava i baffi davanti allo specchio… per non…per non…Ah, che fastidio quando si sorprendeva a imitare - come una scimmia - uno di quei gesti, di quelle movenze, di quelle pronunce, di quelle risate… non suoi. Che sconcerto!
Poi, ecco che a fare luce su questa anomalia personale, per lei così imbarazzante, era venuta la scoperta dei neuroni specchio.
Ne era fautore, insieme al suo team, il Professore Giacomo Rizzolatti che così si esprimeva in un’intervista a Il Sole 24 Ore:“Quando osserviamo un’azione altrui, questa “intrude” nel nostro sistema motorio, automaticamente, e noi capiamo cosa fa l’altro senza alcuno sforzo cognitivo perché dentro di noi si attiva uno schema motorio simile a quello di chi fa l’azione.
I neuroni specchio sono il meccanismo che permette questa comprensione. La scoperta dei neuroni specchio è stata fatta nella scimmia…” eccetera. Che felicità aveva provato nel leggere quelle righe. Sull’onda dell’entusiasmo, aveva cercato di far partecipe anche la madre del meccanismo che la spingeva, bambina, a fare “tutti quei versi” (come diceva lei), ma soprattutto quanto fosse sincera quando le spiegava che “non lo faceva apposta”, che “le veniva così”, che “era più forte di lei”.
La madre, in verità, non sembrò dare molta importanza alla cosa, forse era passato troppo tempo, ma lei due righe al Professore le avrebbe scritte volentieri. Per ringraziarlo. E confessargli quanto quella scoperta l’avesse pacificata con se stessa. (Dispiacendosi in cuor suo solo per Montaigne. Che peccato fosse morto prima, molto prima che i neuroni specchio chiarissero anche a lui il perché della “…sua natura scimmiesca e imitatrice…” come scriveva, rammaricandosene, in una pagina degli Essais. Che peccato).

 

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