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Il racconto della domenica

Un insolito incontro

Rubrica: il Racconto della Domenica

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Troppe fotografie quel giorno. D'altronde la bellezza e l’unicità del paesaggio, la collina dolcissima sormontata da un mastio vigoroso, mi avevano costretto ad una sosta in quello strano paese in cui l’aria sembrava quasi sospesa. Respiravo la promessa di qualcosa che dovesse accadere. Ma ormai l’aria era frizzante così decisi di mettere via tutto il mio armamentario. Erano i primi di ottobre e lo spazio della luce veniva via via inghiottito dalla sera autunnale. Riponendo con cura obiettivi e cavalletto non potei fare ameno di indugiare ancora nella contemplazione: il castello fascinoso dall’alto dei suoi merli e dongioni, stava sempre lì e le sue fessure raccontavano di duelli e tradimenti. Il borgo cominciava ad illuminarsi e le minuscole botteghe attorno al maestoso edificio invitavano ad entrare. Pensando al buon lavoro svolto e al gruzzolo che avrei potuto ricavarne, realizzai che avevo fame.
Un signore dal viso rubizzo mi porse un bicchiere: dal profumo e dalle bollicine poteva essere una malvasia secca e volentieri entrai per assaggiare il parmigiano ed i profumati salumi in bella esposizione. Un suono di batteria rompeva il silenzio ma non era sgradevole: tutt’altro. Era uno che ci sapeva fare. Intanto mi riportava sulla terra ed assieme al bicchiere di vino aveva interrotto il mio rimuginare che è propensione naturale del mio essere parte di un mondo parallelo. «Questo è un paese di artisti cara signorina» precisò l’anziano piuttosto in carne col suo sorriso compiaciuto: «abbiamo due tenori, tanti musicisti e un pittore. Ah, ma un pittore ormai affermato sa? Dicono che sia matto ma io non l’ho mai visto se ne sta sempre rintanato in casa sua». Ci facemmo una risata tra una fetta di crudo ed una di salame e mi venne voglia di fare acquisti. Si era fatto tardi, sul serio. Incamminandomi verso il borgo illuminato mi incuriosì un edificio medievale: dalle finestre a bifora un buio quasi totale: usciva solamente una luce fioca e non era il neon azzurrino di una tv. Mi accinsi ad installare di nuovo il cavalletto davanti a quella casa.
Una mano dietro la schiena mi fece raggelare. «Ma lei non mi ha chiesto il permesso di fotografare casa mia» tuonò una voce che mi fece quasi sobbalzare. Mi girai. Era alto, bello con dei capelli neri che luccicavano sotto i raggi lunari. Infagottato in un ampio mantello quella visione inaspettata mi lasciò folgorata. Il suo tono si fece più gentile e mi invitò ad entrare. Ero molto incuriosita. Quell’uomo mi piacque da subito: era un fratello selvaggio, burbero ma gentile, apparso dal nulla , da un buco della terra. Mi sembrava di conoscerlo da sempre e allora entrai. Senza dire una parola. Le pareti erano nere drappeggiate di velluti lucenti ed ebbi la sensazione di essere già stata lì. I mobili bianchi emanavano una luce candida e tutt’intorno erano grandi tele dalle campiture oscure attraversate da rigagnoli argentati, rossi imperatore, verdi squillanti. Intrecci dosati con la trasparenza dell’amore. Mi incantai ad osservare quelle tele così fascinose così pregne di una dolcezza stillata probabilmente da un dolore. Da sofferenze antiche. Mi erano così familiari che non mi venne nemmeno in mente di immortalarle per arricchire il mio già valido servizio fotografico. Questo fratello mi era venuto incontro per darmi ciò di cui avevo bisogno. Il suono disteso delle campane mi riportava ad una condizione di vita che da sempre desideravo. La semplicità di un incontro inaspettato mi offriva attimi di qualità. Mi facevo piccola piccola, attenta a non lasciarmi sfuggire passi falsi: non volevo perdere l’occasione di stabilire legami di quale natura e specie ancora non potevo prevedere. Lo vidi sorridere nel buio rischiarato dall’amalgama d’argento sopra un bacile. Scoprii che sapeva ridere. Rideva di me, del mio stupore. Della mia felicità che faticavo a mascherare. Mi piaceva toccare i suoi pennelli, annusavo con insolito piacere l’odore dell’acqua ragia, degli acrilici, degli oli. Anche gli schizzi inconclusi, appena abbozzati mi attraevano. Forse ero preda di una incommensurabile follia ma mi accorsi che non avevo più paura. Dichiarai che avevo fame allora e lui mi disse che sarebbe stato molto felice di invitarmi ma in casa non aveva granché. Aprii allora la borsa di provviste appena fatte e decisi di condividerle con colui che aveva intercettato le mie frequenze nell’universo. A casa nessuno mi aspettava e le lingue scoppiettanti del camino regalavano un fugace guizzo di sole alla nostra strana serata.

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