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Il racconto della domenica

L'uva di San Rocco

il Racconto della Domenica

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Era settembre e quell'anno, dopo aver conseguito la licenza di scuola media inferiore, si sentiva libera da ogni impegno. Paride e Bianca avevano deciso che bastava così, un po' di cultura le sarebbe servita per un eventuale impiego, e poi le donne, si sa, si sposano presto e per allevare figli non occorre la laurea. Lei ci era rimasta male, ma in casa avevano già fatto tutto il possibile: pensare a uno spostamento dal paese per proseguire gli studi non era immaginabile per quelle tasche operaie. Sì, era giusto così: in autunno sarebbe andata da Valseno, un amico di Paride che aveva un ufficio di consulenza, e lì avrebbe imparato un po' di dattilografia.
Nell'attesa, quel dolce settembre l'aveva portata a San Rocco, nella casa di campagna dei cugini di Paride. Una buona cura di uva avrebbe fatto bene a quell'acerba ragazzina.
Era sempre entusiasta quando andava in quella grande fattoria. Pierino e Berto, con le loro famiglie, lavoravano con orgoglio la terra che era stata dei loro antenati. Berto aveva tre figli, quasi coetanei della ragazzina. Così per lei, figlia unica, era come trovare dei fratelli. Dino, la Corinna e la Mariolina. La Mariolina era una bimbetta minuta, anche se aveva soltanto un paio d'anni meno di lei. Aveva una storia triste, che tutti conoscevano, ma nessuno vi faceva cenno. Era figlia di una sorella di Berto, morta di parto. Lui e la moglie l'avevano allevata come se fosse loro. Infatti li chiamava papà e mamma. Capitava che il vero padre, ogni tanto, la volesse con sè, assieme alla figlia più grande. La Mariolina si ammutoliva per giornate intere quando in casa dicevano che sarebbe arrivato Pulòn. Poi la rassicuravano spiegandole che avrebbe solo voluto vederla, ma non sarebbe andata con lui. Allora il suo visino cambiava colore, s'illuminava. «Mio papà è Berto» ripeteva con insistenza. Si stava bene in quella grande casa. Ogni angolo odorava di cose genuine. La grande cucina, dove a mezzogiorno in punto si radunavano intorno a un lungo tavolo, le faceva ricordare il sibilo di Berto quando mangiava il minestrone che regolarmente voleva bollente. La grande stalla si apriva sul portico e tante volte lei si affacciava a guardare i momenti della mungitura: non si azzardava a entrare, aveva timore di quel toro imponente all'entrata. Il muggito era assordante e lo sterco un po' dovunque. Berto e Pierino entravano con gli stivaloni di gomma e i pantaloni rimboccati fino al ginocchio. Quanti secchi di latte uscivano da quel portone, dove grossi contenitori, i «capironi», venivano riempiti! Mosche e piccoli insetti erano i primi assaggiatori di tanta vita: ci morivano dentro, ma non importava. Le donne con grossi mestoli raccoglievano la prima panna che si formava e la mettevano in un fiasco di vetro spagliato. Nella giornata quel fiasco veniva scosso ripetutamente con forza e, a poco a poco, si formavano tante palline: il burro, che spalmavano sul pane per i ragazzi, con una spolverata di zucchero.
Poi c'erano i giochi che facevano sull'aia. Cercavano un sasso bianco, di quelli che si sgretolano, per scrivere. Disegnavano un grande rettangolo, suddiviso in altri più piccoli che numeravano. Saltellando con un piede sollevato dovevano arrivare in cima al rettangolo, dov'era disegnato un semicerchio. Lo chiamavano «Il mondo». A ogni caduta c'era una penitenza. «Ripeti dieci volte "Io sono un asino"». Quante risate!
La sera erano stanchi e andavano a dormire presto. Qualche volta rimanevano ad aiutare le donne a sgranare le pannocchie di granoturco. Non c'erano mezzi meccanici e le mani diventavano callose, piene di vesciche. Era meglio andare nella camera da letto e scherzare tutti insieme facendo capriole su quelle lenzuola quasi grigie, ma che profumavano di bucato di cenere.
I vendemmiatori arrivavano la mattina di buon'ora e i ragazzini li aiutavano a portare i cestoni. C'era un filare di uva «fragola» e di moscato vicino a casa che era destinato alla tavola della famiglia.
Quel profumo le arrivava sotto il naso prepotente come i ricordi. Quando la vendemmia era finita si preparava il momento magico della pigiatura. In quei giorni Berto diceva alla moglie: «Vengono anche Paride e Bianca, così cominciamo a mostare». Anche ai ragazzini era permesso entrare nella tinozza e pestare a piedi nudi quei grappoli polposi: il succo zampillava tra le dita e poi scendeva nel tino. Si sporcavano, ridevano. Anche per i grandi era un momento di festa. Pensava la ragazzina: «Perché rideranno tanto?». Raccontavano che l'odore che si sprigionava fosse inebriante tanto da renderli euforici. Balli e canti concludevano quel rito di ogni autunno.
«Mamma, oggi non c'è uva in tavola». Sente la voce di uno dei suoi ragazzi. Ora si può comprare ogni giorno dell'anno, arriva da lontano, da ogni parte del mondo. Ma loro non sanno, non hanno memoria di quel profumo, di com'era vissuto quel tempo magico.

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