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Il racconto della domenica

La triste vita del vulcano

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La rondine era partita da Parma un mattino di ottobre, quando già le case sparivano nella prima bianca nebbia. Era diretta verso il sud, in cerca di cibo e di tepore. Aveva volato su paesi e città; quando giunse a Roma era stanca. Si fermò sul tetto di un treno per riposare, ma il treno partì. «Dove vai?» chiese la rondine. «In Sicilia» rispose il treno. «In Sicilia? - chiese la rondine, allora vengo anch’io». Attraversarono la verde Campania e via via che si avvicinavano al sud il cielo si faceva azzurro e il sole caldo. La Calabria dagli annosi ulivi contorti era verde come a primavera: il mare, tra le insenature solitarie , si muoveva appena. Allo stretto di Messina il treno si fermò. La rondine osservò e vide davanti a sé il mare: un mare increspato di onde bianche, lontano la costa di Sicilia si perdeva in una luce di madreperla. «E ora?» chiese la rondine. «Non preoccuparti - rispose il treno - è giunto il momento che mi riposi anch’io. Tra poco saliremo sulla nave, essa ci porterà in Sicilia». Infatti la nave giunse, il treno vi salì e si addormentò per la stanchezza. Morivano le ultime ore del pomeriggio in una luce rossa, quasi un incendio sembrava. Comparve la bianca Messina, raccolta sulla riva del mare, nuova e pulita, pareva appoggiata lì provvisoriamente. La rondine lasciò il treno e volò sulla città. Sbocciavano fiori nei giardini e bouganville violetti abbracciavano le case. Se ne andò per la campagna dove le cicale cantavano e le arance appena rosate pendevano dai rami. Mimose gialle dondolavano i loro grappoli dal profumo amarognolo, fichi d’india crescevano dappertutto e agavi azzurrine si specchiavano nel mare. Giunse a Taormina e lì si fermò com’era alto il cielo e quanti fiori sbocciavano tra il marmo consunto del teatro greco e lungo le stradette tortuose. Da lassù il panorama era di una bellezza incomparabile: le coste della penisola sfumavano dolcemente nell’azzurro: le coste sicule, tutte insenature e colori, tingevano il mare. L’Etna s’alzava immenso, macchiato di neve sui pendii: la sua bocca cupa s’apriva al cielo in un vasto sbadiglio. La rondine disse: «Come tace, come è tranquillo il vulcano». «Si riposa - le rispose una bianca colomba -, ha vomitato lava soltanto venti giorni fa». «Davvero - rispose la rondine -, era molto cattivo?». «No - rispose la colomba -, si è fermato quasi subito: una lingua di fuoco scendeva il monte; di sera brillava, tutta rossa. Ogni tanto l’Etna sospirava; in fondo deve essere triste». «Ma è cattivo quando ci si mette, disse la rondine, la sua lava di fuoco copre paesi e città ; che gusto ci prova a fare tanto male?». Ma ecco che si alzò una voce lontana. «Chi è - chiese la rondine - chi parla?». «Sono io - disse la voce -, sono il vulcano». «Tu?» fece la rondine stupita. «Io, il vento mi ha portato le tue parole. Rondinella, non ci provo nessun gusto a fare tanto male». La rondine volò curiosa e si fermò sul più alto e grande cratere: intorno era lava nera dalle strane forme e un silenzio che non sembrava vero. La rondine guardò giù e vide un vasto buco perdersi chissà dove. «Oh - disse -, quale enorme ferita possiedi! Mi fai pena». «Sì - rispose il vulcano -, vorrei anch’io boschi verdi e canti dolcissimi di uccelli. Invece sono tutto nero». «Pazienza - ribadì la rondine -, essere neri non è un delitto; almeno fossi sempre così tranquillo!». «Non è colpa mia - rispose il vulcano -, credimi, io vorrei starmene così, a guardare il cielo, ma dalle misteriose profondità della terra salgono a volte mille diavoli e urlano e urlano. La campagna a valle trema; mi fa compassione. Poi esce dalla mia bocca l’inferno e va e brucia e porta morte e desolazione. Che tristezza! La zona boschiva, laggiù, al di sotto dei duemila metri, diventa una grande scia di fuoco; i paesi scompaiono inghiottiti dalla sua furia. Quando l’inferno tace, un silenzio senza confini mi circonda e mi fa paura. Vedo le nuvole in cielo rabbrividire e piangere. Dicono: come tutto è nero laggiù; dove sono andati i bianchi paesi aggrappati al monte e i castagni e i pini e i faggi e i delicati fiori? Io ascolto con il cuore che mi fa male». «Poveretto - disse la rondine -, non sapevo tu ragionassi così. Non hai colpa del male che fai». «No - credimi -, non ne ho colpa». «Ma che freddo - disse la rondine -, non posso più fermarmi, altrimenti muoio congelata. Sei molto alto davvero». «Tremilatrecento metri - rispose il vulcano -, sono vicino al cielo, ma dentro di me ho l’inferno. Quale triste destino!». «Ciao - disse la rondine -, vado, ma stai tranquillo: racconterò a tutti la tua storia, dirò a tutti la tua tristezza». La rondine se ne andò. Tornò nel tepore del mare e trascorse l’inverno a Taormina. Guardava l’Etna solitario tra nubi fumose:- Povero vulcano, pensava, come è solo e triste lassù.

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