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Riforme: adesso o mai più

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L'ha detto anche Obama nel suo discorso sullo Stato dell’Unione dell’altra notte: «Il 2014 sarà l’anno dell’azione». E, stando agli ultimissimi sviluppi, il pronostico almeno per quanto riguarda la nuova legge elettorale potrebbe calzare a pennello anche a noi. D’altra parte, Renzi le aveva cantate ancora una volta chiare. Anzi, come nel suo stile a metà fra un caterpillar e una nave rompighiaccio, chiarissime: «Io non mi faccio intrappolare nella palude». E così, prima ha ottenuto dai suoi il ritiro di tutti gli emendamenti al testo base dell’«Italicum» con la minaccia che, in caso contrario, lui in persona avrebbe fatto sapere al Paese che il nuovo segretario del Pd non controlla i propri parlamentari (traduzione: o si cambia il segretario, oppure si cambiano i parlamentari cioè si va subito al voto). Quindi, sempre con l’aria di chi non ha per nulla voglia di scherzare, si è rivolto ad Alfano e allo stesso Berlusconi diramando un ultimatum altrettanto inequivocabile: «O si chiude adesso sulla legge elettorale, o arrivederci e buonanotte». Nuova traduzione per i non addetti ai lavori: «Cari Angelino e Silvio, sappiate che la legislatura finisce qui. Dopo di che, a chi pensate che gli elettori daranno la colpa di questo ennesimo buco nell’acqua: a me o a voi?».
Morale: come per incanto, Forza Italia ha accettato di alzare la soglia (dal 35 al 37 per cento) necessaria per far scattare il premio di maggioranza, a sua volta abbassato dal 18 al 15 per cento (in questo modo si è risolto il problema di un più che probabile nuovo intervento della Corte costituzionale la quale avrebbe potuto giudicare eccessivo e dunque da bocciare un «premio» alla coalizione vincente superiore alla metà dei voti effettivamente presi da quest’ultima).
Mentre Alfano e il Nuovo Centro Destra si sono dovuti accontentare di qualche limatura riguardante lo sbarramento per i partiti minori (Lega compresa). Salvo minacciare di tornare alla carica in aula dove, sempre a detta dell’Ncd, «al primo voto segreto potrebbe crollare tutto». Ovviamente, visti gli ultra abbondanti precedenti in materia, tutto è possibile. Intanto, però, Renzi aveva già strappato il servizio ai suoi (tanti) avversari sia interni che esterni ottenendo il passaggio in aula della nuova legge già a partire da oggi. Cioè, entro la data di domani 31 gennaio. Se così non fosse stato, infatti, per dei cavilli regolamentari che qui non starò a menzionare, si sarebbe perso un altro mese di inutili tira e molla in commissione. Ed ora la legge dovrà essere votata obbligatoriamente dai deputati entro il 28 febbraio prossimo. Esattamente come il segretario Pd voleva che fosse. Non è ancora il grande slam, d’accordo. Però, set dopo set, ci somiglia parecchio.
Tanto più che, dietro Renzi, si staglia sempre più evidente l’ombra di Napolitano. Il quale, superata la fase di più che comprensibile diffidenza nei confronti del sindaco di Firenze, ormai non perde più occasione per incoraggiarlo a suon di «Bisogna fare le riforme al più presto». Il che spiega - al di là dello squallore degli insulti senza precedenti al capo dello Stato che andrebbero condannati da tutti senza mezzi termini e non limitandosi a dei «Non mi riconosco nei toni» da timide pulzelle dell’Ottocento - l’ira sempre più funesta dei 5 Stelle. Esplosa ieri sera con l’annuncio della grottesca messa in stato di accusa di Napolitano. Per forza! Una volta in porto, la nuova legge elettorale segnerebbe fra l’altro la sconfitta verticale di Grillo e compagni che, in aperto contrasto con una fetta crescente del loro stesso elettorato, si sono del tutto volontariamente autoesclusi da ogni confronto. Finendo così per ritrovarsi in compagnia della sinistra radicale, da un lato, e degli Alfano e dei Quagliariello dall’altro: come «nuovo che avanza», davvero niente male.
Poi, naturalmente, non bisogna mai dare nulla per scontato con uno come Berlusconi. Il Cavaliere ha sempre a disposizione l’arma dello sfilarsi dall’accordo con Renzi sul più bello. Magari, proponendogli un altro bel «governo scopo» motivato più o meno come segue: «Senti Matteo, lo facciamo tu e io da soli. Approviamo la riforma elettorale che ci pare e piace e poi tutti a votare. Non ti sembra magnifico?». Peccato solo che l’unica cosa che il destinatario della «proposta indecente» non farà mai sia proprio un accordo per Palazzo Chigi con il Berlusca. Quello, lo aveva già fatto il Pd targato Bersani e Fassina. E, dopo tutto questo can can, ripetere l’esperimento equivarrebbe per il «bipolarista» Renzi alla fine politica certa e immediata.
No, a questo punto o la nuova legge si fa adesso e senza altri diversivi o inciuci. Oppure, tutti dovranno essere chiamati a risponderne davanti agli elettori. E’ da passaggi come questo che si misura la capacità di un leader di essere tale. Presto, molto presto (al massimo entro il 28 febbraio termine ultimo come si è detto perché la Camera voti la nuova legge), sapremo se quel leader si chiama davvero Matteo Renzi. Per il momento, si può solo prendere atto che gli indizi in tal senso vanno crescendo a vista d’occhio.
postagnetti@alice.it

 

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