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Crisi, ricetta unanime dai Grandi - L'Italia stanzierà 80 miliardi

Crisi, ricetta unanime dai Grandi - L'Italia stanzierà 80 miliardi
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Regolare e sorvegliare la finanza mondiale, coordinare a livello globale gli sforzi per rilanciare l'economia e superare una crisi «peggiore di quella del '29», chiudere entro l'anno l'accordo del Doha Round sul commercio internazionale rinunciando alle tentazioni protezioniste. E soprattutto fissare un nuovo vertice, «entro il 30 aprile 2009» a Londra.

Il G20, recita il comunicato finale, «è determinato a rafforzare la collaborazione per ristabilire la crescita e riformare il sistema finanziario», e approverà entro il 31 marzo «misure concrete» in questo senso. Tra queste, «intraprendere le azioni necessarie per stabilizzare il sistema finanziario; riconoscere l'importanza del supporto della politica monetaria e dell'uso di misure fiscali» per la crescita; «fornire liquidità». «Proposte concrete» sono ritenute necessarie anche «per la sorveglianza, la trasparenza e la regolamentazione dei mercati». Non è stata quindi la «nuova Bretton Woods», il vertice del G20 al National Building Museum di Washington, ma forse ne ha posto le basi. Non poteva esserlo, del resto, perché non si poteva concentrare in appena 24 ore la discussione tecnica necessaria per riformare la traballante architettura finanziaria internazionale. Ma la stessa giornata è bastata per un «accordo sul metodo» e sugli obbiettivi. Accordo che, confermano Nicolas Sarkozy, Gordon Brown e Angela Merkel nelle conferenze stampa finali, «è vicino alle posizioni dell'Europa».

Ma anche a quelle della Russia, della Cina, che chiedono, dice il presidente Medvedev, «nuove idee e strutture che rispondano alle attuali esigenze» e pretendono che sia proprio il G20 «il coordinatore della riforma dell'architettura finanziaria mondiale». E della maggior parte dei Paesi emergenti, che vedono confermata nel documento finale la necessità di essere protetti dalla crisi, per loro ancora più pericolosa: il G20 si impegna proprio ad «assicurare che il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le altre istituzioni finanziarie» abbiano sufficienti risorse per assistere i Paesi in via di sviluppo». Come previsto, George W. Bush è sulle barricate per la difesa dello status quo e dei privilegi americani conquistati a Bretton Woods, nascosti dietro la nobile difesa del libero mercato dalle tentazioni protezioniste. «Un incontro non può risolvere da solo i problemi di una crisi mondiale», dice nella conferenza stampa finale, soddisfatto di non aver perso terreno e lasciando la patata bollente nelle mani del suo successore. I partner internazionali pagano pegno, rinunciando a varare immediatamente il previsto «collegio dei supervisori» per controllare le 30 maggiori istituzioni finanziarie internazionali. In cambio ottengono di mettere nero su bianco l'accordo per nuove regole per finanza e mercati trasparenti.

Un rilancio che come chiede l'Europa da tempo deve essere «coordinato e concertato», sottolinea Sarkozy, rallegrandosi per l'accordo sulla «creazione di nuove regole per i mercati per impedire che una crisi di questo tipo possa ripetersi». L'equilibrio tra libera iniziativa privata e nuovo ruolo dello Stato è difficile. Ma c'è a Washington la sensazione precisa che questa crisi segni un punto di svolta nella storia economica mondiale. Il resto, si discuterà fra quattro mesi non più con Bush, ma con Barack Obama. Che incassa subito un altolà dal premier britannico Gordon Brown sulla sua idea di aiutare l'industria americana dell'auto: «Potrebbe rivelarsi la strada per la rovina», dice Brown ricordando l'ondata di protezionismo che proprio nel '29 gelò l'economia mondiale e trasformo la crisi in catastrofe. Obama però non sembra il genere di presidente che non ascolta gli alleati: il suo team, l'ex-segretario di stato Madeleine Albright e l'ex-deputato repubblicano Jim Leach, è stato ieri attivissimo nello stabilire contatti approfonditi con tutte le delegazioni, un vero e proprio «vertice parallelo» fatto di incontri bilaterali e che porrà le basi della politica economica della nuova amministrazione. Con la delegazione italiana (l'ambasciatore a Washington Gianni Castellaneta, lo sherpa italiano al G8 Gianpiero Massolo, il consigliere diplomatico Bruno Archi e il responsabile dell'Ufficio Economico della Ambasciata Stefano Beltrame), i due inviati di Obama si sono trattenuti un'ora, nell'ufficio della Albright sulla New York Avenue: l'Italia, come presidente di turno del G8, sarà uno dei primi Paesi visitati da Obama (che torna a chiedere aiuti alle famiglie) dopo l'ingresso alla Casa Bianca. Nessuno osa immaginare quale sarà il panorama economico nel primo scorcio 2009: il presidente del Financial Stability Forum, Mario Draghi, avverte che la parte peggiore del «rallentamento dell'economia reale deve ancora arrivare».

(Paolo Bellucci)

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