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Il nostro dolore profondo e inconsolabile per Aurelio

Riflessione di una professoressa del Rondani

Il nostro dolore profondo e inconsolabile per Aurelio
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Stamattina sono arrivata a scuola e ho trovato sul tavolo della sala insegnanti la fotocopia della foto di classe della 4ª D, scattata non più di due mesi fa nel giardino del Rondani. A fianco un particolare ingrandito: Aurelio. Ho guardato quel volto, sorridente e birichino, che ho lasciato alla fine del biennio, nemmeno due anni fa. Mi scorrono davanti agli occhi le espressioni del suo viso, le sue parole e i suoi gesti fra quelli dei suoi compagni. Il linguaggio del corpo spesso scoordinato e talvolta un po’ goffo e eccessivo tradisce nell’adolescenza una particolare forma di fragilità. E’ la prima volta nella sua esistenza in cui un essere umano comincia a prendere coscienza delle conseguenze della propria crescita e del proprio cambiamento fisico e mentale. Ricordo i colloqui con i suoi genitori, attenti e presenti, pieni di aspettative per il suo futuro; ho davanti il faccino di sua sorella, otto anni circa, che lo sgridava quando prendeva un brutto voto, quel fratello maggiore che spesso si occupava di lei, andava a prenderla a scuola quando papà e mamma non potevano farlo e magari la faceva arrabbiare, ma le dava un senso di sicurezza e di protezione.
Allora Aurelio stava per compiere 16 anni ed ora lo rivedo lì, più grande, quasi un uomo sotto quella faccia da ragazzino.
Un gruppo di amici belli, sorridenti, felici. Una classe di quelle che lasci con grande dispiacere, affiatata, aperta, sensibile. I mie ragazzi… restano sempre “miei” anche dopo che li ho lasciati in eredità a un altro collega, sapendo, con una sottile punta di orgoglio - del tutto ingiustificato perché la forza, l’energia e la sensibilità sono in loro e non dipendono certo dal mio risibile contributo - che cammineranno sicuri e si faranno onore. I miei ragazzi che spero sappiano trarre da questo inaccettabile vuoto qualche insegnamento per la loro vita da adulti.
Ho apprezzato il modo in cui loro e tutta la nostra scuola hanno affrontato questa tragedia, con un dolore senza eccessi, attonito, pieno di dignità e perciò quasi silenzioso, ma non per questo meno profondo e inconsolabile.
E allora ho sentito il desiderio di scrivere queste poche righe, che difficilmente potranno consolare o dare pienamente voce all’inaccettabile perdita di un ragazzo pieno di vita, di sogni e di speranze; non potranno consolare né i genitori, né la sorellina, né i compagni e gli amici. Ma è l’inevitabile compito e destino di noi genitori e insegnanti, dover dare voce e parole a tutto, anche quando non sai cosa dire, anche quando vorresti solo gridare, anche quando sai che non sarai ascoltato e che ti considereranno vecchio, noioso, rompiscatole. Anche quando sai che le tue parole cadranno nel vuoto. Non dobbiamo mai stancarci di parlare coi nostri ragazzi, non è mai tempo sprecato se è dato col cuore, senza dare per scontato di dover essere ascoltati. Tra l’altro, a volte sanno leggere le cose più lucidamente di noi e ci aiutano a saper cambiare prospettiva.
Di fronte ad un evento irreparabile come la morte, noi dobbiamo trovare parole che servano a chi resta e deve trovare in qualche modo un posto e dare un senso a quei ricordi e a quelle lacrime. E forse, fra due, fra dieci, fra chissà quanti anni, quel che avremo detto nel nostro scomodo ruolo di adulti che a certi fatti della vita siamo impreparati come bambini, troverà la sua ragione d’essere e verrà ricordato da questi adolescenti che a volte ci sembrano ciechi, sordi e muti.
Spero innanzitutto che sappiano ricordare con gioia e riconoscenza nei confronti della vita, o di Dio se ci credono, ogni singolo istante trascorso con Aurelio, il loro amico e complice in tante avventure.
Che sappiano distinguere con maggiore lucidità, in futuro, i rischi che vale la pena di correre e quelli che invece non meritano di essere corsi. Al di là del senso di onnipotenza che ogni adolescente può provare e sentire, che anche noi, alla loro età, magari in modi diversi abbiamo corso e accettato.
Che siano consapevoli che quando si sceglie di correre certi rischi, mettersi in situazioni di pericolo o di trasgressione, bisogna essere anche pronti ad assumersi la responsabilità connessa a queste scelte ed agire in modo adeguato di fronte alle possibili evenienze. Che sappiano mettersi, dunque, nei panni di quei due compagni che erano con lui e che, al di là di come siano andate le cose nel dettaglio, dovranno fare i conti per tutta la vita con la paura che li ha ammutoliti e scioccati di fronte alla tragedia e solo se riusciranno a trarne un insegnamento per il loro futuro da adulti potranno superare il trauma della morte e del dolore cui hanno assistito. Che sentano come la solidarietà e il saper anteporre il bene di un altro al proprio interesse richiede molto più coraggio di qualunque bravata commessa per provare una scarica di adrenalina.

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