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Il mARTEdì - Elena Adorni

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Margherita Portelli

Fra  gli artisti Limitrofi che vedremo da venerdì in esposizione ad Estremo Presente, c’è anche la giovane fotografa-narratrice Elena Adorni, qualche anno fa <fuggita> da Parma per studiare antropologia culturale alla Sapienza di Roma e, là, innamorarsi della fotografia. 22 anni, originaria del parmense, ora Elena frequenta la Scuola Romana di Fotografia, dedicandosi principalmente allo studio del fotogiornalismo. 
 

Le sue immagini, che sembrano voler proferire parola, tra suggestione e narrazione, abbiamo deciso di farcele raccontare.
Fotografi perchè...
Fotografare è un bisogno, una necessità. E' un modo di esprimere qualcosa di irrisolto che è dentro di me, ma è anche una specie di missione. Portare la propria visione del mondo e delle cose è un gesto molto ambizioso perché presuppone che tu abbia cose da dire interessanti per gli altri. Ogni volta che progetto un lavoro mi faccio questa domanda: "che cosa sto aggiungendo al sapere del mondo?". Oggi è possibile fare fotografie con qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, in qualsiasi posto. E' una grande possibilità che ci viene data ma che ha determinato anche una svalorizzazione dell' "immagine" intesa come veicolo di sapere e di concetti. Io nel mio piccolo cerco di rivalorizzarla, sia attraverso i supporti tecnici come l'utilizzo della fotografia analogica, che va controcorrente rispetto alle immagini dell'immediato, da "social network", sia attraverso un tipo di foto e di racconto che deve far incuriosire chi guarda perché non dice tutto lì e subito. 

Che cosa tentano di raccontare i tuoi scatti?
I miei scatti sono fondamentalmente delle emozioni/sensazioni legate ad una ricerca. Scatto sempre "di pancia", senza pensarci troppo e senza pensare alla tecnica. Cerco di mettere nei miei scatti quello che la visione di una determinata cosa o situazione mi provoca a livello emotivo e intellettuale. Il tutto è poi legato da un filoconduttore più razionale che é il focus, l'obiettivo del progetto.
La mia anima fotografica è divisa in due. In alcuni lavori ho scattato in bianco e nero con il flash, creando fotografie taglienti, "sporche", caotiche e ad alti contrasti, molto drammatiche e forti ma che ritraggono soggetti che appartengono al mio quotidiano, come un posacenere o un cane che rincorre un gatto. Questi soggetti sono appunto resi drammatici dal filtro delle mie sensazioni/emozioni e dal contrasto della pellicola. L'altra parte dei miei scatti è realizzata invece a colori, con una pellicola a toni neutri e naturali. Sono fotografie fatte di sensazioni ma che veicolano anche dei concetti. E' una fotografia però più "ordinata", simmetrica e delicata, che ho utilizzato per raccontare ad esempio le mie origini e la realtà di provincia. Le due facce dei miei scatti si rifanno a diversi maestri della fotografia che mi hanno influenzato molto. Per la parte in bianco e nero sono lo svedese Anders Petersen e il giapponese Daydo Moriyama, mentre per quella a colori è l'emiliano Luigi Ghirri, insieme alla scuola americana dei "new topographics" in generale.

Il tuo lavoro è a cavallo fra immagine e racconto. Perché, secondo te, è ancora importante narrare delle storie al giorno d'oggi?
E' importante perché credo che siano proprio le storie a far muovere il mondo. Visivamente mi immagino le storie come dei fili sottili che creano delle connessioni tra tutte le persone. Le storie creano un passaparola che genera conoscenza e sapere ma sono anche strumenti attivi che possono far cambiare le cose. 

Che spazio ha la fotografia nella tua vita? Passatempo, vocazione o professione?
E' una vocazione che vorrei diventasse professione. Sto ancora terminando gli studi e mi piacerebbe fare la giornalista, andare alla ricerca di storie e raccontarle attraverso le immagini e la scrittura. Non potrei chiedere di meglio. 

Una delle situazioni/realtà che ti è piaciuto di più scattare?
Qualche mese fa sono andata al carcere minorile di Nisida, vicino Napoli, a realizzare un fotoreportage. E' stata un’esperienza molto forte, non ero mai stata in un carcere ed è particolare fare delle foto in un posto così carico di dolore. Ho conosciuto due ex detenuti con cui ho potuto parlare, mi hanno raccontato la loro vita, si sono aperti a me ed è stato molto emozionante. 

Progetti a scadenza immediata: parteciperai a Estremo presente. Di che si tratta per te in due parole?
"Estremo Presente" per me è un traguardo importante. Dopo anni lontana da casa ritorno alle mie origini presentando un lavoro che racconta la vita di provincia. Per di più al Museo Guatelli, luogo su cui sto scrivendo la tesi di laurea in antropologia. E' come se per chiudere il mio percorso di studi facessi un omaggio alle mie radici, che sono parte fondamentale della mio lavoro artistico e intellettuale. E' anche grazie ai ragazzi del Collettivo Limitrofi, organizzatori dell'evento, che ho fatto questo, perché attraverso la loro passione e dedizione nel mettere insieme territorio e arte, hanno fatto capire anche a me quanto fosse importante avere un'identità. Partecipare ad "Estremo Presente" è per me un onore e un privilegio. Non c'è niente di più bello che condividere il proprio lavoro con altri artisti bravissimi, in uno spazio suggestivo e carico di memoria come il Museo Guatelli. Non ero mai stata così felice di tornare a "casa".


 

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