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«Il Signor Kreck», romanzo pubblicato da Diabasis

Argentina, libertà martoriata. Juan Octavio Prenz racconta una vicenda ambientata all'epoca della dittatura militare

 Juan Octavio Prenz

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Nella traduzione di Betina Liliàn Prenz, leggiamo, con stupore e ammirazione, il nuovo romanzo di Juan Octavio Prenz «Il Signor Kreck» che Diabasis ha appena pubblicato. Prenz è uno strano narratore. Sembra nato nella Mitteleuropa, invece è di Ensenada (Argentina), classe '32. Dal 1979 risiede a Trieste dove ha insegnato Lingua e letteratura spagnola, dopo aver insegnato anche presso le Università di Buenos Aires, La Plata, Belgrado e Lubiana.
La sua opera comprende una vasta e complessa presenza di romanzi, racconti, saggi e poesia che lo pongono autorevolmente tra le voci più intense e tuttavia più imprevedibili della narrativa ispoanoamericana e spagnola. Ma quella vena che tocca di volta in volta, o sfiora, i territori del mistero kafkiano, di quello musiliano e dell'impenetrabilità tipica dei personaggi di Sebald, rimane suggestiva e inquietante.
«Il signor Kreck» è un vero e proprio testo esemplare del nascondimento che il personaggio perpetra in se stesso.
Non è un caso che questo romanzo sia stato concepito e ambientato a metà degli anni Settanta, ai tempi della dittatura militare di Videla e del fenomeno dei «desaparecidos» che costituiscono il termine di confronto sul quale tutta la sua vicenda s'imposta. Tuttavia, a ben guardare, il nostro involontario eroe ha origini istriane e un passato di famiglia che lo riconduce ad un'antica familiarità europea della quale egli è segretamente e gelosamente custode «secondo una vicenda metafisicamente privata», come ha scritto Claudio Magris, che si muove tra fede, buonafede e malafede, in contrasto netto col suo desiderio «di voler passare inosservato».
Prenz ci appare come un narratore allo stesso tempo cauto e curiosissimo, tanto che il suo Rodolfo si offre alla nostra considerazione come colui per il quale «esternare le emozioni era non solo una forma di violenza nella sua intimità, ma una specie di imposizione o di invasione nella vita altrui».
Il grumo del romanzo, la sua essenza psicologica e sentimentale è qui racchiusa, davanti al dito puntato della polizia e davanti al nucleo dell'innocenza dove «una parola di meno o il silenzio possono diventare sospetti», come dice l'avvocato alla moglie. Ma il signor Kreck, tra un sorriso cinico e uno benevolo, giunge alla fine a comprendere «senza remore i limiti inesorabili di ogni libertà» e la sua rassegnata saggezza esprimerà il concetto che «prima o poi, giustizia vien fatta» coll'ironia di un drammatico esito beffardo.


Dentro la vicenda di Kreck, del suo arresto e del suo processo (ma il termine processo è incerto e interlocutorio, come si può ben capire!) si snoda la vicenda dell'inquisitore. E qui il dramma si complica ulteriormente poiché Prenz usa questo stratagemma giudiziario in maniera del tutto inconsueta. Per lui, infatti, l'inquisitore è il pesonaggio che dovrebbe svelar il mistero, mentre, invece, lo complica ancora di più.
E scrive: «Finito l'interrogatorio Kreck venne invitato - si sa che cosa significa questo verbo in tempi di repressione - a firmare la dichiarazione. Siccome era suo diritto, chiese di leggerla.
“Un'occhiata soltanto, non perdiamo tempo” gli disse l'inquisitore. Anche se Kreck avesse avuto tutto il tempo del mondo per corroborare la veridicità del suo racconto e rivivere in qualche modo quella sconcertamente mattinata, la lettura della dichiarazione non avrebbe potuto resstituirgli tutti gli aspetti e le contraddizioni della storia reale, quella che lui aveva realmente vissuto e delle mille proiezioni, mentre la stava raccontando, di ogni passo e di ogni parola...».
L'inquisitore rappresenta perciò il termine di confronto dell'accusato con la vita, l'incertezza e l'improbabilità che essa vita possa, anche solo per un attimo, coincidere con la realtà di quanto si subisce e si patisce. Prenz è abile narratore, troppo abile, per lasciare cadere il bandolo di questa vicenda paradossale, ma sarà poi il destino a sbrogliare la matassa, non il signor Kreck, questo povero uomo «senza qualità» che s'interroga come un sopravvissuto, mentre Jacinto Bunde «spensierato e disinvolto come sempre, sentendosi quasi un personaggio - come gli era sembrato di essere stato trattato fino ad allora - attraversò con passo fermo la soglia del commissariato locale».
Bunde «che non ha mai parlato di politica» è il deuteragonista dell'avventura, è il riscontro ufficiale e naturale di Kreck e si sforza di pensare soltanto a lui e a quanto gli viene chiesto di lui.
Ma, in fondo, è come Soto, l'altro compagno di lavoro e di destino, gente che sa e che non sa. In questo modo, però, il romanzo di Prenz - che verrà presentato domani alle 18 alla Libreria Feltrinelli di via Farini da Elvio Guagnini e da chi scrive, presente l'autore - acquista una sua particolare aura di fatalità che giunge sino al tragico ridicolo dell'interrogatorio delle gemelle Salgueiro. Ma tutta la complessa e spericolata avventura del signor Kreck è una traccia «difficile da credere», ma umanamente probabile da vivere dentro quel sottile e misterioso intreccio della verità smentita e del «mondo offeso», secondo la famosa definizione di Vittorini, che ci domina, noi poveri esseri assediati dai nostri perché senza risposta.

Il Signor Kreck

di Juan Octavio Prenz
Diabasis, pag. 280, 18,00

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