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La tragedia del Vajont, una fiaba nera

Intervista a Mauro Corona finalista al premio Campiello con il romanzo "La voce degli uomini freddi". "Il disastro del 1963 è sempre presente nei ricordi della gente della valle, ma non in quella dello Stato e delle istituzioni. Vorrei che qualche bambino del Vajont, magari fra cinquant'anni leggesse questo libro, perché questa è la loro memoria

La tragedia del Vajont, una fiaba nera

Mauro Corona

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Questo libro è la storia del Vajont che riguarda diversi paesi: Longarone soprattutto, ma anche Codissago e Erto. Senza
fare nomi e cognomi, è una specie di fiaba, di quello che c’era e che ora non c’è più; la storia di persone semplici affezionate al loro torrente che faceva girare mulini e segherie, perché il Vajont era la forza motrice degli artigiani che vivevano in un’armonia assoluta con la natura. La gente, operava al ritmo delle stagioni, forte di una capacità manuale che non ha eguali, e non ha più un futuro». Mauro Corona racconta con voce sofferta e a tratti irata le vicende del suo libro finalista al Premio Campiello, «La voce degli uomini freddi» (Mondadori). Con la bandana colorata, la barba e quei guizzi nello sguardo che hanno la fulmineità del lampo, Mauro Corona ha qualcosa di un folletto erculeo venuto dai boschi di cui conosce le più segrete intimità. Sia pure raccontata come una fiaba, il romanzo riporta la tragedia del Vajont, l’onda assassina che la notte del 3 ottobre 1963 si rovesciò sui paesi a valle causando la morte di 2000 persone. Una diga era stata realizzata pur di fronte a precisi segnali di pericolo rappresentati da una parte della montagna che franava, ma non se ne tenne conto. La frana fatalmente avvenne e l’acqua scalzata dalla massa fluì all’esterno come un’orda liquida, e per i paesi sottostanti fu la fine. «Le nuove generazioni hanno solo una nozione storica della tragedia, come Garibaldi o le guerre puniche – lamenta Mauro Corona -. Chi è nato dopo il Vajont oggi ha cinquant’anni e tende a dimenticare quel fatto terribile, ma non per negligenza. Morti gli ultimi superstiti, quelli che come me ai tempi avevano dodici o tredici anni, i bambini sono cresciuti senza coscienza di quella tragedia. Hanno percepito l’evento come una notizia tramandata di padre in figlio, e così anche il ricordo della morte di duemila persone, fatalmente si indebolisce. Ma non si deve dimentichi del tutto. Mai».
A distanza di cinquant’anni, cosa è rimasto di quella tragedia?
Il disastro è sempre presente nella memoria della gente della valle, ma non in quella dello Stato. Mi dispiace che le istituzioni lo abbiano volutamente dimenticato, perché il Vajont pone ancora domande, ancora si chiede chi è stato, perché nessuno ha pagato, perché ai duemila morti non è stata resa piena giustizia. L’anno scorso, nel cinquantesimo della ricorrenza, avevo invitato il Presidente della Repubblica, ma non è venuto benché ultimamente sia stato dappertutto. Anche dal Papa noi di Erto ci aspettavamo una carezza, che venissero a dirci «siamo qui non vi abbiamo dimenticato». Non è apparso nessuno a parte l’allora presidente Letta che se pure frettolosamente, il suo dovere l’ha fatto. Ed è questa la vera tragedia: non che si perda la memoria collettiva, ma che la perdano coloro che ci rappresentano e ci guidano.
Fu davvero una tragedia annunciata come si è sempre detto e scritto?
Certo, si trattò di una tragedia annunciata, e tutti i paesani sentivano l’ineluttabilità d’una fine, ma continuavano nelle loro fatiche sorridendo al pericolo e al dolore. Ingenuamente cercavano di sfuggire alla morte spostando i paesi più a valle, ma dalla morte non si scappa.
Come reagirono i sopravvissuti?
Loro, che avevano percepito il pericolo della mancanza di memoria, si costringevano - cosa che non accade più nell’era di Internet e dell’usa e getta -, di imbalsamare la memoria per coloro che vengono dopo, perché capivano che la verità era a rischio. E dopo, la sera si costringevano a recitare quello che era successo, ma sapevano che non sarebbe stato sufficiente per ricordare, perché il passo dei tempi altera la storia e crea vaste zone depressive in cui la memoria scompare.
Resta però la voce degli uomini freddi che non è destinata a spegnersi?
Spero tanto di no. Io non voglio passare alla storia – non ho di queste velleità -, sono uno che racconta storie: un conta storie come tanti che mette l’anima nelle parole. E vorrei tanto che qualche bambino del Vajont, magari fra altri cinquant’anni leggesse questo libro, perché questa è la storia della loro gente. E che la memoria fosse quella giustizia che un po’ è mancata.
Chi tradì la gente del Vajont?
Uno dei loro paesani, perché la montagna è tradita continuamente proprio dai suoi figli, e nel mio libro ci sono parecchi richiami che dicono: state attenti a chi sfrutta la montagna. Nelle stalle dove una volta c’erano le mucche ora ci sono parcheggiate le Ferrari dei grandi albergatori della montagna. Chi ha tradito la montagna, chi l’ha svenduta, è il montanaro: non dimentichiamolo.
Lei vede il turismo montano come un pericolo, un degrado?
Né un pericolo né un degrado: sarebbe una fonte di sopravvivenza e di guadagno. Ma quanto vogliamo guadagnare? Quanto vogliamo asservirci ai ricchi o ai nababbi russi che lasciano migliaia e migliaia di euro? Quanto dobbiamo inginocchiarci? Bisogna dare una misura ai guadagni. La montagna è stata disfatta. Ma lo sa che cercano di spostare i confini dell’Unesco – in qualche caso lo hanno già fatto – per fare nuovi impianti di risalita, e il confine dei parchi di protezione delle Dolomiti per vendere l’acqua, fare centrali e cementificare? Non ci si può fidare di nessuno. Chi fa politica non ha a cuore il destino dei poveri diavoli: ha a cuore il suo. Avere un bel gruzzolo, ottenere visibilità. Abbiamo creato una società avida di soldi sempre più corrotta, e il bambino che vede certi esempi crescerà storto come una pianta percossa dai venti del malaffare.
La voce degli uomini freddi di Mauro Corona - Mondadori, pag. 235, euro 18,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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