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L'abbraccio dei liceali del Romagnosi e dell'Ulivi ai compagni di Sarajevo

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Quando scoppiò il conflitto in terra bosniaca, nel 1992, nessuno di loro era ancora nato. Ma il viaggio compiuto nei giorni scorsi a Sarajevo, per un gruppo di studenti della II B del Liceo classico Romagnosi e della IV I dello scientifico Ulivi è stato un po' come toccare con mano la dolorosa esperienza vissuta da quel popolo, intrisa di morte, distruzione e sofferenza.
Accompagnati dalle docenti Rosanna Greci, Paola Ferrari e Stefania Mazzocchi, i ragazzi sono stati ospiti (come accade ormai da qualche anno), dalle famiglie dei loro coetanei che frequentano il Collegio San Giuseppe, che al proprio interno accoglie studenti di fede cattolica, ma anche musulmani e ortodossi. La scuola venne costruita, su iniziativa della Diocesi di Sarajevo, a metà degli anni ‘90, poco dopo la fine delle ostilità, grazie ai fondi raccolti anche nella nostra città. Nel corso del viaggio, la comitiva parmigiana ha visitato i luoghi simbolo della guerra che sconvolse il territorio dell’ex Jugoslavia, così come le zone di confine con il nostro Paese, teatro di massacri durante il secondo conflitto mondiale. «Ovviamente neppure i ragazzi che ci ospitavano avevano vissuto in prima persona la guerra ma, in generale, non è che avessero proprio una gran voglia di affrontare l’argomento...» fa subito notare Martina Negroni, studentessa del Romagnosi. «Il momento emotivamente più forte - aggiunge Martina - l’ho vissuto quando, nel guardare un video, un ragazzo mi indicò, tra le macerie, la sua casa. Lì abitava pure la famiglia che mi ospitava e quel posto stavo imparando a conoscerlo: vedere come lo stesso si presentava durante e subito dopo i bombardamenti, è stato sconvolgente». «A Sarajevo i segni della battaglia sono ancora visibili - aggiunge Anna Ravasini -: in certi locali ed in alcuni edifici si vedono infatti i fori provocati dai proiettili, mentre per terra alcuni segni rossi, che sembrano delle rose, testimoniano che in quel punto è esploso un ordigno». «In questa città emerge il contrasto architettonico: accanto ai palazzi distrutti dalla guerra ce ne sono di nuovi, moderni e dalle ampie vetrate, insieme ai centri commerciali» raccontano Gianluca Zanacca e Mattia Franzini, della IV I dell’Ulivi.
Gli studenti del Romagnosi e dell’Ulivi hanno visitato pure Srebrenica, località tristemente nota per il genocidio compiuto ai danni di 8 mila uomini e ragazzi musulmani bosniaci. «A Srebrenica l’atmosfera è spettrale ed il senso di abbandono proprio di quel luogo fa sì che, nell’aria, si avverta ancora il dolore provato durante la guerra - osserva Sofia Ronchini, della II B del Romagnosi -; la parte più impressionante è quella delle fabbriche distrutte, al cui interno venivano rinchiusi i prigionieri: a distanza di vent’anni, tutto è rimasto terribilmente uguale». A Sarajevo si tende a liquidare in fretta quella triste pagina. Ma c’è pure chi, la guerra, l’ha combattuta. E che, oggi, non si sottrae alle domande. «Il papà di una ragazza che ho conosciuto, è stato in prima linea durante il conflitto - rivela Giovanni Cavatore, dell’Ulivi -: quando ci siamo incontrati, mi ha abbracciato e, la sera dopo, portato davanti al Memoriale che ricorda i 1.400 bambini uccisi durante l’assedio della città. Il monumento è composto da diversi cilindri di pietra che si possono far girare e suonano come fosse un carillon. Ho ancora i brividi lungo la schiena...».

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