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Laia Sanz, la principessa del deserto

"La Dakar ti entra dentro, è un po’ come una droga. Devi tornare per migliorare, e così la mia carriera è cambiata". Dal trial alla Dakar, la pilota catalana racconta la sua vita, con molti successi e pochi rimpianti

Laia Sanz, la principessa del deserto
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Laia Sanz
13 titoli mondiali e 10 titoli europei di trial femminile
6 titoli di trial delle nazioni
8 vittorie nel trofeo femminile della Dakar
5 titoli mondiali di enduro femminile
4 medaglie d’oro e una d’argento di enduro X negli X Games
8 partecipazioni alla Dakar (miglior piazzamento nel 2015, nona posizione assoluta)

Bastano i numeri a descrivere Laia Sanz, un’atleta eccezionale, uno dei simboli dell’off-road femminile, una donna affascinante con un sorriso luminoso che racconta una storia meravigliosa. A renderla tale non sono solo i risultati, i podi e le medaglie, ma i sacrifici e la passione che le hanno consentito di raggiungere il sogno per cui ha tanto lottato.

Per questo le dipendenti Nolan le hanno regalato un casco con le loro firme, orgogliose per come Laia le rappresenta nel mondo del motorsport. Lei ha assemblato con loro il suo X-502, felice della stima e del supporto di altre donne.

Dodicesima assoluta alla Dakar 2018, un risultato straordinario.
Sì, un buon risultato. Quest’anno mi è piaciuta molto perché è tornata ad essere quella che era qualche anno fa. Gli ultimi due anni non era stata una vera Dakar, con molta pista e poco deserto. Quest’anno è stata davvero dura, abbiamo sofferto tutti un po’ ma ci siamo divertiti molto; è stata una gara più varia, con tanta sabbia, che alla fine è quello che vuoi se vai a fare una Dakar. Anche tosta fisicamente. Dura ma bella.

Com’è gareggiare solo con uomini?
Per me ormai è normale, faccio gare con uomini da quando ho iniziato la mia carriera agonistica. È più strano fare le gare nei campionati femminili, perché nella mia vita ne ho fatte di più da unica donna. Anche gli allenamenti li faccio con gli uomini, per me è normale. Ho raggiunto un ottimo equilibrio, mi trattano bene. È vero che ho vissuto esperienze negative per il fatto di essere donna, a causa di capi squadra o compagni sessisti, ma oggi sono in un team che crede molto in me, in quanto atleta, non donna o uomo. Ho la stessa moto dei miei compagni e le stesse possibilità. Mi rispettano anche grazie ai risultati che ho ottenuto.

Che rapporto hai con la meccanica?
È il mio punto debole: ho iniziato in uno sport, il trial, in cui non serve avere competenze meccaniche, perché hai sempre qualcuno con te che sistema la moto.
Per fortuna sono un pilota che non cade molto e ho uno stile di guida particolare, che si prende in un certo senso cura della moto. È stato un valore aggiunto importante in una gara che dura 15 giorni, ma son sempre un po’ tesa su quel punto, ci sono piloti che sono praticamente meccanici…. Non io.

Qual è la cosa più difficile alla Dakar?
Per me è dormire poco e non aver tempo per recuperare. Non ci sono tappe impossibili, ma la stanchezza si accumula: ci si svegliava alle tre del mattino. Dormire poco per 15 giorni consecutivi è stato difficile.

Come sei passata dal trial alla Dakar?
Inizialmente guardare la Dakar era come guardare la Formula 1 e immaginare di correre. Insomma un sogno impossibile che ammiravo in TV. Nel trial ho ottenuto buoni risultati e ho trovato i contatti che mi hanno permesso di immaginare un po’ più concretamente di partecipare alla Dakar. L’obiettivo il primo anno era di arrivare al traguardo. La Dakar ti entra dentro, è un po’ come una droga. Devi tornare, devi migliorare. Così la mia carriera è cambiata. Prima facevo solo trial, poi per preparare la Dakar ho iniziato con l’enduro e ho fatto per un periodo tutte e tre le cose ma era davvero complicato. Ho smesso col trial, mantenendo enduro e Dakar. Adesso continuo con l’enduro ma non farò il mondiale bensì i rally.

Fra le tre discipline sceglieresti i rally?
È come chiedere se ami più la mamma o il papà, non si può scegliere. Il trial ha dato il via a tutto. Sono legata a tutte e tre le specialità, ho amici in ciascun ambito.

Quali sono i tuoi obiettivi ora?
Mi piacerebbe tornare nei top 10 della Dakar.

L’obiettivo più significativo che hai già raggiunto?
Più che i titoli è essere arrivata a correre in un team ufficiale come adesso, da pilota professionista. Non avrei mai pensato di farcela. Sono stata sulla Honda ufficiale, la prima donna in un team così importante… Inimmaginabile per me 10 anni fa. Alla mia prima Dakar avrei sorriso se mi avessi detto che sarei arrivata dove sono ora.

A quanto hai rinunciato per ottenere tutto questo?
Lo sport mi ha dato molto e ho imparato tanto. Ho dovuto rinunciare al tempo con gli amici e la famiglia, anche se poi ho creato un mondo parallelo e quella delle gare è diventata un’altra famiglia. Forse la rinuncia più grande è quella allo studio.

Se non corressi in moto cosa faresti?
Come sport mi piaceva molto il basket, ma il mio sogno, il mio altro sogno, era studiare medicina.

Come vive la tua famiglia questa tua passione?
È stata mia mamma a spingere mio papà ad iscrivermi alla prima gara. Sono molto felici per me, per l’opportunità che ho di vivere la mia passione, ma erano più felici quando facevo trial, dove al massimo avrei rischiato di rompermi una gamba. Nella Dakar è un’altra storia. I giorni della gara non dormono molto neppure loro.

La sfida più difficile che hai vinto?
Arrivare dove sono. Ho superato molti ostacoli per arrivare a essere rispettata. Da donna non è facile.

Che mondo è quello in cui vivi?
Ci sono scherzi alle volte troppo pesanti, ma ho più amici uomini che donne, mi sento comoda in quel mondo. Con gli uomini alla fine è facile: una volta che ti sei guadagnata il loro rispetto, magari si arrabbiano molto, ti dicono quello che devono ma poi il giorno dopo si va a bere una birra insieme. È semplice, gli uomini sono più semplici.

Segui le gare?
Mi piace tutto il motorsport, la mia passione sono i rally in auto, ma seguo anche la MotoGP. Il mio pilota preferito? Marc Marquez, per patriottismo.
Nelle altre discipline Peter Hansen per me è un dio, Marc Coma è un riferimento, il mio. Ci sono campioni che come persone non mi piacciono; altri, che ammiro davvero, sono quelli che trasmettono valori buoni. Io vorrei essere così.

E di Valentino Rossi cosa pensi?
È molto bravo per l’età che ha ed è sorprendente abbia ancora voglia, ci mette tanta passione ed entusiasmo dopo tanti anni di corse.

Pensi mai a quando smetterai?
Penso sempre più spesso a quando smetterò, a 20 anni non mi capitava mai. Ora, forse perché ho capito che prima o poi tutto questo finirà, mi diverto ancora di più e do più valore a ciò che faccio.

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