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Primi film del 2016

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Anno nuovo film nuovi. E il 2016 cala l'asso Checco Zalone: il suo «Quo vado?» promette sfracelli al botteghino. E la notizia è che il film segna un salto di qualità, dalla farsa alla satira, dell'attore e autore pugliese. Leggi la recensione di «Quo vado?» e degli altri film usciti ieri.

Quo vado?

Filiberto Molossi

L'Italia è una repubblica fondata sul posto fisso: nel senso che chi ce l'ha non solo se lo tiene stretto, ma ci si incatena proprio... Tra invalidi felici di esserlo e malati immaginari, il mito quasi mistico della tredicesima e le ferie pagate, il vice ispettore di polizia mancato Zalone Checco («ebbene sì: anch'io dieci anni fa sognavo il posto fisso...») graffia e bastona il Belpaese malato di assistenzialismo, riconoscendo in un presente in (fasulla) trasformazione, vizi endemici e antichi e malcostumi duri a morire dell'impiegato statale, patriota capace in passato di salvare la democrazia (cristiana, si intende...). Anche perché fra propagandistici tagli ministeriali e irregolarità sempre a norma, tutto cambia per restare uguale: in fondo, la Prima Repubblica - come il comico pugliese canta in puro stile celentanesco - «non si scorda mai».

Sopravvissuto al successo mostruoso del sopravvalutatissimo «Sole a catinelle» (52 milioni di euro guadagnati: maggiore incasso nella storia del cinema italiano), il Checco nazionale, non senza ansie, alza l'asticella, abbandonando la farsa per approdare alla satira: e con «Quo vado?» (sempre diretto dal fedelissimo Gennaro Nunziante, regista e complice di tutte le sue avventure cinematografiche) firma il suo miglior film, quello più ambizioso e maturo almeno, con cui da semplice alfiere del politicamente scorretto prova ad assumere la dimensione di fustigatore di una società che non vuole crescere e si aggrappa, commossa, oltre che all'amico senatore, pure ad Al Bano e Romina...

Divertente anche se a tratti slegato, sin troppo condizionato dagli esiti imprevedibili della pellicola precedente (tanto che qui non si è badato a spese: 17 settimane di riprese, trasferte in Norvegia e persino al Polo Nord, con l'aiuto dei ricercatori del Cnr), «Quo vado?» (da ieri in 1.300 sale, un'enormità: la corazzata «Star Wars» si è fermata a 850...) racconta le peripezie di un funzionario dell'ufficio Caccia e Pesca che rischia di perdere il posto a causa della soppressione delle province: deciso a non cedere, accetta allora il trasferimento nei posti più impensabili...

Incarnati privilegi e inciviltà dell'italiano medio(cre), Zalone fa simpaticamente pelo e contropelo a bamboccioni forever (la morosa prepara la borsa per il calcetto, mamma stira le camicie e papà paga le bollette...) e assenteisti senza speranza, aggiornando la risata al tempo della riforma della pubblica amministrazione. La maleducazione radicata, il maschilismo, le tangenti «mascherate», l'auto rigorosamente in doppia fila: nella speranza che a salvarci siano le famiglie allargate e interreligiose e la frontiera eco-friendly, «Quo vado?» ampia i suoi orizzonti inciampando però in un finale di ecumenico buonismo. Ma mentre i campioni di incasso di una volta, i cinepanettoni, restano tremendamente uguali a se stessi, Zalone cresce: ed è un buon segno per tutti.

Il piccolo principe

Il piccolo principe? E' diventato grande e fa le pulizie in nero, sotto a un cielo a cui hanno rubato le stelle: quasi fosse un Peter Pan cresciuto che si è dimenticato (per sempre?) la magia dell'essere bimbo. Quando invece sapeva che «l'essenziale è invisibile agli occhi». Una massima che vale anche per il cinema: a rammentarcelo ora è la raffinata e ambiziosa versione animata del capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, «testo sacro» della letteratura per l'infanzia (e non solo), il libro più tradotto al mondo dopo la Bibbia, eterno best seller venduto in 145 milioni di copie.

Un romanzo inavvicinabile (per la profondità e la semplicità insieme, la moltitudine dei mondi da plasmare, l'iconografia ormai straclassica, e declinata in ogni forma e luogo, degli acquerelli realizzati per accompagnare il testo dallo stesso Saint-Exupéry) dal grande schermo, che adesso però viene coraggiosamente riletto, alla ricerca dell'innocenza perduta, da Mark Osborne («Kung fu Panda»), con un film da 80 milioni di dollari che non è tanto la versione per immagini di quel classico di ogni tempo, ma la sua scoperta da parte di una bambina che - proprio grazie a «Il piccolo principe» -, riuscirà a smarcarsi dalla noiosa vita pianificata dalla madre.

Un modo questo di avvicinarsi al testo che permette a Osborne di girare un film a più livelli, in un continuo dentro e fuori dal romanzo, fino a che «realtà» (squadrata, monocorde) e fantasia (morbida, irregolare) non finiscono per incrociare le proprie strade: un gioco che figurativamente si traduce in un complesso ma a tratti affascinante alternarsi di diverse tecniche di animazione.

Ricco di doppiatori vip (Servillo, la Ramazzotti, Accorsi...), «Il piccolo principe» propone la forza della letteratura quale antidoto alla solitudine, riappropriandosi di un sentimento per il fantastico che poi è il segreto della tenerezza. Più che il tempo di crescere, il tempo di credere: di guardare, oltre le cose (schermo compreso), con gli occhi del cuore. fil. m.

Little sister

E' il come più del cosa o del perché. E' il soffio che crea il vetro, che poi è materiale trasparente, sincero, indifeso alla vista, autentico al tatto. E' un cinema così, gentilissimo al tocco, che ricuce con ago e filo le crepe dell'anima, seguendo le tracce sotterranee di traumi antichi e debolezze mal celate, quello del giapponese Kore-eda: come un oggetto fatto a mano, con cura e delicatezza, che ci senti dentro l'affetto di chi lo ha pensato, di chi lo ha creato. Narratore intimo e mai prevaricatore delle dinamiche familiari, il 53enne regista di «Father and son» racconta in «Little sister» (in concorso a Cannes lo scorso maggio e poi vincitore del premio del pubblico a San Sebastian) la storia di tre sorelle che, alla morte del padre che non vedono da anni, conoscono la sorellastra acquisita: una timida adolescente che decidono di accogliere nella loro casa...

Se qualcuno ha voluto trovare una dimensione favolistica nella vicenda (tratta da una graphic novel) di questa ragazzina, accolta e benvoluta dalle tre sorellastre quasi fosse una Cenerentola al contrario, in realtà, quello dell'autore giapponese è più di tutto un film al femminile ricco di sensibilità, dove la vita viene presa a piccoli sorsi e anche l'assenza più pesante (il padre delle quattro sorelle è il classico elefante nella stanza, o se preferite il convitato di pietra) non è mai urlata, ma solo sussurrata. Il film (ottimo rimedio naturale per tonificarsi dopo le indigestioni natalizie di cinepanettoni e affini) parte piano e poi via via cresce, toccando le leve giuste, addirittura sedimentandosi nel tempo, lasciando un gusto buono anche molti giorni dopo la visione: lettore attento dei paradossi e delle prove del quotidiano, Kore-eda accarezza con agrodolce umanità le tenui ma non invisibili fragilità delle sue piccole donne in salsa di soia, celebrando la sorellanza (e il valore del ricordo) come antidoto a un mondo dove è sin troppo facile sentirsi orfani. fil.m.

Franny

Pierre Hombrebueno

Attenzione alle persone troppo buone che però nascondono delle ansie represse pronte a esplodere da un momento all’altro. Sopratutto se si tratta di Richard Gere, ex(?) sex symbol hollywoodiano qui anima tormentata e calamita della narrazione. Quasi un one-man-show questo «Franny», esordio al lungometraggio di Andrew Renzi, sconosciuto arrivato dal nulla che decide così di affidarsi totalmente al carisma del suo protagonista.

Il divo si mette al centro della scena mangiando gli altri personaggi coinvolti, ma è tutto il resto che viaggia su binari troppo fragili, indeciso sul tono da assumere e più volte bloccato in un girare a vuoto privo di sbocco. L’errore fatale è l’aver trasformato troppo presto il thriller in un dramma sentimentale: la natura del personaggio principale si rivela nel giro di pochi minuti, così come la causa scatenante di tutto il suo impazzire: a mancare nell’opera è un climax che sappia veramente colpire sottopelle, e delle sue potenzialità, purtroppo, rimangono solo piccoli bagliori vagamente abbozzati, immersi nella retorica banalità di un approccio che parrebbe non voler mai andare oltre la superficie delle proprie evocazioni.

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