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La commedia sul mondo della moda (Zoolander 2) o la «cena tra amici» di Paolo Genovese (Perfetti sconosciuti)? La vita di Dalton Trumbo o quella David Foster Wallace? Ecco come orientarsi tra i film in sala

Filiberto Molossi

ZOOLANDER 2

Regia: Ben Stiller, Jiustin Theroux, Nicholas Stoller, John Hamburg

Fotografia: Daniel Mindel

Interpreti: Ben Stiller, Owen Wilson, Penelope Cruz, Will Ferrell, Benedict Cumberbatch

Usa 2016, colore, 1 h e 42'

Genere: commedia

Dove: The Space Barilla Center e The Space Campus

«Non puoi uccidere la moda!». «Ho paura che la moda si sia già uccisa da sola...». E' un film vipposissimo e stiloso, remix ultra pop (e post demenziale) di un cult movie «postumo» (accolto con discreta indifferenza alla prima uscita, è diventato col tempo, anche in Italia, un venerato oggetto da collezione, come certe borse limited edition), il sequel fashionista di «Zoolander» che Ben Stiller ha girato in una Roma da cartolina 15 anni dopo (e si sentono tutti) dall'eccentrico originale, ormai diventato un marchio riconosciuto, un brand. «Costretto» dalle pressioni dei fans a risalire in passerella, Stiller al secondo tentativo assomiglia però a quei campioni che, abbandonata l'attività agonistica, tentano di tornare alle gare con esiti non proprio entusiasmanti: la forma è svanita, l'effetto sorpresa anche. E hai voglia di inseguire le tracce di simulacri anni '80 e '90 e di certe icone di ritorno (la Fiat 500, ad esempio) nel frullato massimo, ma «figoso» fino a lì, delle mille e una citazione. Perché sì, la banda «Zoolander» è ancora idiota abbastanza da strappare il sorriso, ma la pellicola, più che per la trama, insulsa e insignificante, attira l'attenzione solo grazie alla carrellata senza sosta delle celebrities della moda e non (da Anna Wintour - «la strega bianca di Narnia» -, potentissima direttrice di «Vogue», allo stilista Valentino, grande a mettersi in gioco, ma sempre più simile al suo imitatore, da Sting con tanto di barbone ieratico a Katy Perry, da Marc Jacobs a Justin Bieber, che mentre muore si fa un selfie...), autoironici comprimari di un film-party dove anche i divi (Kiefer Sutherland, Susan Sarandon che cita «The Rocky horror picture show», John Malkovich, Benedict Cumberbatch...) si prendono in giro, costellando di cammei, sulle note di hit di 30 e più anni fa, le avventure retro Bond e «stravistiche» (per dirla nella lingua Zoolù...) di Derek Zoolander (Stiller) e dell'inseparabile amico Hansel (Owen Wilson), super modelli ormai fuori moda che per rientrare nel giro si aggrappano (in ogni senso) a una procace agente dell'Interpol (Penelope Cruz), decisa a fare luce sugli omicidi di alcune rock star. Il mix delirante di parodia, family drama, buddy movie, commedia e spy story è però, oltre che volutamente esteriore, vuoto cavo all'interno e rischia di risultare indigesto a chi bazzica poco nel mondo fashion e un po' stantio anche agli amanti del primo film. Che speravano di rifarsi occhi e guardaroba: ma si devono accontentare di un cappotto vintage già liso.

**

Lisa Oppici

L’ULTIMA PAROLA – LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO

Regia: Jay Roach

Interpreti: Brian Cranston, Diane Lane, Helen Mirren, Elle Fanning, John Goodman

Sceneggiatura: John Mcnamara

Fotografia: Jim Denault

Montaggio: Alan Baumgarten

Costumi: Daniel Orlandi

Genere: Biografico

Usa, 2015, 2h e 4’

Dove: D’Azeglio

Ci sono diversi motivi per andare a vedere questa «Vera storia di Dalton Trumbo» (così il sottotitolo italiano), che racconta la drammatica vicenda del «miglior sceneggiatore di
Hollywood» perseguitato perché comunista dalla fine degli Anni Quaranta e inserito nella famigerata «lista nera».

Il primo è senz’altro il cast, a partire dall’ottimo protagonista Bryan Cranston: Cranston aderisce al suo personaggio rendendone con efficacia le nevrosi, le ossessioni e la genialità, e soprattutto riuscendo a mantenersi lontano dal bozzetto agiografico (il suo Trumbo è umanamente pieno di difetti).

E accanto a lui ci sono comprimari di gran lusso: dalla sempre strabiliante Helen Mirren, nei panni di Hedda
Hopper, a John Goodman in quelli di Frank King, il produttore che nei momenti della proscrizione totale salvò Trumbo dandogli lavoro sotto falso nome.

Il secondo grande motivo che vale la visione sono i contenuti, la storia: storia di follia collettiva e di negazione di diritti e libertà (Trumbo finì in prigione per le sue idee e fu bandito da tutte le major) che costituisce una macchia scurissima nella storia americana e che non può non essere monito da non dimenticare, tanto più oggi.

Il film di Jay Roach ripercorre l’intera vicenda con dedizione quasi religiosa, sfruttando il fascino che sempre esercita sullo spettatore il «dietro le
quinte» della Hollywood degli anni d’oro. In tutta questa dedizione, però, non sempre scorre un’adeguata
linfa: avremmo gradito un lavoro più graffiante, e soprattutto più capace di trasmettere lacrime e dolore: chissà cosa sarebbe stato sceneggiato da Trumbo, e diretto magari da Spielberg.

***

Michele Ossani

PERFETTI SCONOSCIUTI

Regia: Paolo Genovese.

Sceneggiatura: Filippo Bologna, Paolo Costella, Paolo Genovese, Paola Mammini, Rolando Ravello. Fotografia: Fabrizio Lucci.

Montaggio: Consuelo Catucci.

Scenografia: Chiara Balducci.

Costumi: Grazia Materia, Camilla Giuliani.

Musiche: Maurizio Filardo.

Interpreti: Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak.

Italia, 2016, colore, 1h e 37’

Genere: Commedia

Rimane la commedia il genere congeniale a Paolo Genovese, ma con «Perfetti sconosciuti», il regista romano si fa più amaro e cinico, con un’opera girata tutta in interni durante una cena tra amici stretti, in una serata di eclissi di luna.

I neosposi Bianca e Cosimo (Alba Rohrwacher e Edoardo Leo), la coppia formata da Lele e Carlotta (Valerio Mastandrea e Anna Foglietta) e Peppe (Giuseppe Battiston) sono stati invitati a casa di Rocco ed Eva (Marco Giallini e Kasia Smutniak).

A un certo punto la padrona di casa propone ai commensali un gioco: tutti dovranno mettere sul tavolo i propri cellulari e leggere gli sms che arrivano ad alta voce, così come far ascoltare agli altri le proprie telefonate.

Quello che era partito come un passatempo innocente si trasformerà così in un gioco al massacro, con i protagonisti che svelano i loro lati più segreti e nascosti e appaiono agli occhi dei loro amici come perfetti sconosciuti. Lo spunto efficace della sim del cellulare che è diventata «la scatola nera della nostra vita» dà il via a una pellicola di impianto teatrale, girata in unità di tempo, luogo e azione. Il piglio del film di Genovese è però cinematografico, grazie al ritmo incalzante e alla naturalezza di un cast in stato di grazia.

La sceneggiatura, abile nei riferimenti al presente, presenta battute anche divertenti, ma si fa via via più tesa, fino a un crescendo drammatico nella seconda parte gestito con precisione da Genovese, che ci spiazza con un finale inatteso. Il film, puntuale riflessione sui rapporti personali e i precari equilibri affettivi, sembra guardare alla tradizione della commedia all’italiana, sapendo essere però moderno e attuale.

***

Filiberto Molossi

THE END OF THE TOUR

Regia: James Ponsoldt

Sceneggiatura: Donald Margulies dal libro omonimo di David Lipsky

Musica: Danny Elfman

Interpreti: Jesse Eisenberg, Jason Segel, Anna Chlumsky, Joan Cusack, Mamie Gummer

Usa, colore, 1 h e 46'

Genere: biografico

Dove: The Space Campus

Portava sempre una bandana in testa come se fosse una coperta di Linus, non aveva la tv «perché se no sarei sempre lì a guardarla», amava i brutti film d'azione e per divertirsi andava a ballare in una chiesa battista; e prima di scoprire che «tutto era niente» nel suo faticare senza chiedere ricompensa lo terrorizzava soprattutto una cosa: che il successo un giorno gli potesse piacere davvero. Era un esibizionista timido e un tennista mancato, uno dei migliori e più influenti scrittori della sua generazione, David Foster Wallace: che ora rivive in «The end of the tour», un film che va molto oltre il biopic per raccontare il breve incontro tra lo scrittore (poi morto suicida) e David Lipsky, il giornalista che lo seguì nel suo tour per la presentazione di «Infinite jest.

Una pellicola a due voci, questa diretta da James Ponsoldt, che non è solo un interessante viaggio dentro a una personalità complessa, fragile e irripetibile della letteratura moderna, ma anche una riflessione sul senso stesso dello scrivere, sulla solitudine «necessaria» di quell'atto (o arte, o mestiere) fatto in realtà proprio per sentirsi meno soli.

Ricostruita quell'intervista-fiume come una partita a tennis, un continua botta e risposta dove ci si mette a nudo non senza imbarazzo, «The end of the tour» può contare anche su due ottimi interpreti come Jesse Eisenberg (Lipsky) e Jason Segel, che, abituato a ruoli comici, qui sorprende anche se stesso.

***

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