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Gian Carlo Artoni: nuove poesie a 93 anni

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Il poeta e avvocato parmigiano Gian Carlo Artoni pubblica con Diabasis la nuova raccolta di liriche «La luna bianca». Tra i temi non manca l'amore. Ecco i segreti contenuti in questo intenso e corposo diario in versi.

Giuseppe Marchetti

Dopo la ripubblicazione de «Lo stesso dolore e altre poesie nel tempo (1949-1966)» e di «Il serpente piumato. Diario di un nuovo anno» da Diabasis, ecco la stessa casa editrice presentarci ora «La luna bianca. Diario in versi (2015)»: un luogo dolente, e anche incredibilmente ricco e sontuoso anno di poesia nella vita di Gian Carlo Artoni, che ha da poco compiuto 93 anni. A cura, come i precedenti, di Paolo Briganti e di Luigi Alfieri, questo terzo recentissimo volume ha una caratteristica tutta sua, una voce tutta sua, una modulazione molto particolare e un timbro di leggenda vissuta che prima appariva più nascosto. L'arte di Artoni diventa mite, vorrei dire canta da sola, adesso. Prima c'era una devota e insaziabile regola letteraria, ora è sparita, o in gran parte sparita. Fra queste pagine - che non son poche per una raccolta di poesie, quasi trecento - il disincanto è diventato una sorta di epistola quotidiana, uno scrivere a se stessi, un pensoso lirismo di versi che in silenzio si rincorrono tra meraviglie, constatazioni, ricordi, rimpianti e occasioni: «Ho deposto lo scudo/ e la corazza/, sono rimasto nudo,/ un uomo nudo in piazza/ con la sua mercanzia/ i versi tormentati dalla sua poesia». Ma poi non è vero; Artoni non ha nulla da abbandonare «in piazza»: ha soltanto mutato prospettiva aggiungendo alla voce poesia un'altra voce non meno alta e sublime, quella di amore. Un poco ci scherza anche, sembra un lontano Palazzeschi «Il sole/ è un disco/ giallo,/ la mattina è perfetta/ ... le vacche/ con il toro / hanno muggito in coro...»: un poco ci appare in un rito crepuscolare: «Nella notte profonda/ le cose non ha ombra/ e nel buio cammino/ si conferma il destino;/ io penso di approdare/ a uno scoglio di mare/ (è Itaca, mi pare)/ per scorprire cos'è/ questa parola/ greca, che mi consola/ se ho creduto a un miraggio/ per un ultimo viaggio». E un poco interroga se stesso: «Non so/ se sono/ io/ la mia/ coscienza/ o è/ Dio». Si tenga sempre presente che questo volume è un «Diario in versi» del 2015, cioè una misura che recita di giorno in giorno la sua melopea, il sentirsi, il vedersi nello stridere e nel contemplarsi di azioni e reazioni: tutto un vivere, luci e ombre comprese: «la barra / del timone / non muta direzione / anche / se la bufera / confonde / la mia sorte, / la rotta / è già tracciata / per l'Averno, / il porto / che mi attende / è quello / eterno».

Eppure non v'è nulla di tragico, in questa lucida consapevolezza: c'è semmai la mestizia di un duro confronto con l'esistenza. Nelle note poste a fine volume questo riferimento al destino è chiaramente indicato come una cronaca; vicenda e personaggi riprendono il loro posto, tutto ha un «perché», tutto riceve una spiegazione. Lo diceva anche Zanzotto quando gli si chiedeva l'origine di certi suoi versi: «Sono memorie. Sui templi antichi le incidevano nel marmo assieme ai nomi degli dei, ora io le dedico a loro soltanto con le parole». Artoni si dedica a questo ruolo amoroso nei confronti della vita: a volte è spietato (con se stesso, s'intende); a volte sente il bisogno di giustificarsi, di metterci, come si dice, una data. Ad esempio: 25 dic. 2015 «Cari amici, / il giorno di Natale è morta Ninì, finendo così di soffrire. / Con affetto / Gian Carlo». A volte la «barca di Caronte» gli sta di fronte, poi scivola via e scompare, ma l'ombra sua rimane e, del resto, come osserva Alfieri, non è giunto «il momento di rinunciare all'energia del vento», le parole si riempiono di cose, di persone, di profili che prendono nomi e cognomi, e persino «Son tornato / a prendere / le armi, / lo scudo / e la corazza, / per sfidare / la sorte». Che fa rima con morte. E' inevitabile. Ma Gian Carlo è come il gufo che «accetta il turno / del destino» e subito aggiunge: «la mia curiosità / non conosce / l'età». E' dunque vero, verissimo, come ci suggerisce Briganti che queste della «Luna bianca» sono anzitutto poesie d'amore, ma l'amore estremo di Artoni, questo suo dedicarsi alla vita per un anno intero di poesia è come l'affresco di Amedeo Bocchi che rimpiange: «Mi ritorna negli occhi/ un affresco di mano/ di Amedeo Bocchi/ si vedeva in facciata/ della mia vecchia casa/ poi l'han portato via/ non è più casa mia». S'annida dunque, in questa poesia quotidiana quanto si potrebbe chiamare il servizio che la creatura offre al proprio destino: un servizio di impegno costante, di lucida e persuasa condivisione: «Prendo atto/ del mio ultimo atto/ di commedia/ non morirò/ di inedia,/ mi è rimasta/ la voglia/ di vivere/ e di scrivere,/ di sorridere/ al cuore/ che vorrebbe/ l'amore». E in più vi si annida la sottile e magica arte del silenzio rotto, come si vede, dalle parole appena appena bisbigliate, quasi una magia tra la vita e la morte, al colmo di un'esperienza che tanti anni coprono con la pacata tristezza delle vele che sono pronte: «le vele/ sono pronte,/ la barca/ è di Caronte,/ un nocchiero gentile,/ ma la fine/ del viaggio/ non la lascia/ capire/ all'anima pentita/ che ha lasciato/ la vita». Ha ragione Briganti quando scrive che «La morte che s'aggira sempre nei dipressi degli uomini, non vista ma incombente, tesse incessantemente le proprie insidie», ma resta vero anche che il poeta ha dalla sua parte l'estrema e confortante illusione della parola poetica che sotto questa luna bianca trova e rivela ancora una volta l'intrepida volontà di esistere.

La luna bianca di Gian Carlo Artoni Diabasis, pag. 320, euro 20,00.

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