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Riina e i baciamano, i simboli da sconfiggere

Toto Riina

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E'il 29 maggio, solo otto giorni fa, quando don Ciotti esce dall'aula del tribunale di Milano, dove si è tenuta l'udienza per le minacce di morte a lui rivolte da Riina, «Totò u Curtu», il boss dei boss, pluricondannato all'ergastolo per svariati omicidi, comprese le stragi di Capaci e di via D'Amelio: «Ciotti, Ciotti, putissimo pure ammazzarlo», la frase pronunciata dal capo mafia di Corleone, intercettata durante una conversazione in carcere. Ieri la Cassazione, pur riconoscendo «l'indiscusso spessore criminale» del capomafia, ha accolto il ricorso del difensore di Riina che aveva chiesto il differimento della pena o la detenzione ai domiciliari (servizio a pagina 9). La ragione? Il boss ha diritto a una morte dignitosa, perché è malato. La Bindi, presidente della Commissione antimafia, ha detto: «Può essere curato in carcere». Dove sarà recluso? Non è dato saperlo, manca ancora la parola del tribunale di Bologna che dovrà dire se il boss è pericoloso. Potrebbe anche tornare a casa. Ma restano come pietre le parole di don Ciotti: «'U Curtu è un simbolo per i mafiosi. Sempre». Gode di stima sociale, è un modello di riferimento, scatena senso di appartenenza e identità: questo è il problema.
Quando il tenente colonnello dei carabinieri  Alessandro Mucci è uscito dalla casa del boss, a San Luca,  tenendo stretto Giuseppe Giorgi, «u Capra», latitante da 23 anni, ricercato per reati efferati come traffico di droga, omicidio, associazione mafiosa, è stato tutto un accorrere di cittadini, un profluvio di applausi, baciamano, inchini. Ma non per lui, il carabiniere che rischia ogni giorno la vita per sconfiggere la 'ndrangheta. Non per i suoi uomini, che non dormivano da giorni per catturare uno dei criminali più pericolosi del Paese. No, tutti pazzi per «u Capra», perfino i bambini a inchinarsi davanti al boss.
Allora, come si fa a continuare a sperare nella giustizia e nella legalità, quando sono gli stessi cittadini a credere nella cultura mafiosa e a volerla, quando c'è il rischio che modelli malati tornino ad esibire la loro presunta autorità? Chissà se sperava ancora Paolo Borsellino, che ha lottato fino al giorno dell'attentato annunciato, quando parlava così all'amico Falcone: «Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il mare Mediterraneo con un secchiello. Ma oggi, signori e signore, davanti a voi in una bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti …Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”». Non ha gettato la spugna Don Ciotti, che richiama tutti noi alla responsabilità individuale. Ma come si fa a sperare ancora, quando perfino i bambini adorano i boss come esempi positivi? Il filosofo Heidegger parlava di sentieri interrotti. E della povertà del tempo, quella talmente estrema da non essere più avvertita, quando siamo così poveri di spirito, così annegati nell'inferno e lontani dalla verità, da non rendercene più nemmeno conto. Talmente poveri da perdere anche il senso della nostra povertà, le sue tracce, le parole per raccontarla, perché ormai neppure più sappiamo di esserci immersi. Allora, servono testimoni. E ci sono, sono quei pochi cittadini, carabinieri, magistrati, che si battono per la legalità e riescono a tenere la testa fuori dalla palude, a vederla questa povertà del tempo. Loro sono la pietra angolare, a loro la missione più difficile, com'è stato con Falcone, Borsellino e gli altri eroi. Un vessillo da portare alto: testimoniare che può esistere qualcos’altro, un mondo più giusto. Di questo c’è bisogno: di un nuovo annuncio, di bandiere e di parole che raccontino un mondo perbene.
amferrari@gazzettadiparma.net

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  • Indiana

    07 Giugno @ 10.36

    Indiana

    L'ipocrisia di questo pietosa nazione:una morte dignitosa per un pluriomicida condannato a non so più quanti ergastoli, magari in una delle sue ville dove puó dare le ultime dritte ai suoi picciotti,ma nessuna morte dignitosa ai malati terminali che la invocano ma che devono andare altrove per averla. Io non riesco proprio ad avere pietà per gli assassini,specialmente per quelli come Riina che non ha mai dimostrato un minimo segno di rimorso per le mostruosità compiute. E mi scoccia anche parecchio dovergli pagare il mantenimento in galera e pure le cure! Immagino i parenti delle vittime.... Ma a certi elementi non vengono sequestrati tutti i beni? Che si paghino la galera con quelli e che scontino fino all'ultimo secondo dietro una grata

    Rispondi

  • gherlan

    07 Giugno @ 03.37

    Rita Dalla Chiesa e i parenti di altre vittime di Riina hanno detto che i loro cari una morte dignitosa non l'hanno avuta. Giustissimo, per carità. Ma se è per questo nemmeno gli 85 morti alla stazione di Bologna l'hanno avuta. Eppure, quando nel 1998 la Mambro è uscita dal carcere dopo 16 anni di carcere (a fronte di 9 ergastoli) non ci fu tutta questa sollevazione. Questa è uscita dal carcere a 39 anni, con quasi tutta una vita davanti, con la possibilità di scrivere libri, darsi al volontariato, fare cose, vedere gente, tutte cose che francamente non vedo come possa fare un 86enne allettato tra un cambio pannolone e uno svuotamento padella (e che, ovviamente, non hanno potuto fare coloro che ebbero la sventura di aspettare il treno nel posto sbagliato il giorno sbagliato). Io posso senz'altro capire e approvare che "u' curtu" debba "restare solo e morire con un lamento (cit. L. Brinkema)", non capisco perché non sia stato altrettanto per la Mambro e nessuno se ne sia lamentato. Tutto qui.

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    • AleAle

      07 Giugno @ 13.58

      Capisco il suo commento e non voglio entrare in merito, pero riguardo a Rina- non si è MAI pentito di quel che ha fatto, ( non farebbe mai del volontariato) è TUTTORA considerato il 'capo' , morente o no ( fra l'altro c'è chi morente si rimette per vivere anni), per la mafia è un simbolo e un simbolo, anche morente, può essere molto pericoloso, specie se solo poco fa riusciva a dare ordini dal carcere. Lasciarlo a casa è una presa in giro per tutti, altri malati sono morti in carcere, non vedo perché lui dovrebbe essere considerato diverso.

      Rispondi

  • gherlan

    07 Giugno @ 00.54

    I carabinieri hanno arrestato il boss calabrese dopo 23 anni di latitanza, trascorsi praticamente tutti in casa sua. La notizia ci riempie di speranza e ci rende fiduciosi che nel 2040 (anno più, anno meno) anche Igor verrà individuato sotto una fresca frasca tra le valli ferraresi.

    Rispondi

  • Biffo

    06 Giugno @ 22.20

    Siamo messi molto male, con forze dell'ordine inefficienti e insufficienti, magistrati che lasciano basiti, governanti incompetenti e ladri. Abbiamo un governo ufficiale a Roma, controllato da altri due ufficiosi, mafie e Vaticano.

    Rispondi

  • lore

    06 Giugno @ 21.06

    articolo bellissimo che esprime in pieno la cruda e triste realtà

    Rispondi

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