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Vanda, che col suo rene ha ridonato la vita al figlio

Vanda, che col suo rene ha ridonato la vita al figlio
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Dieci anni esatti fa, il trapianto che ha fatto rinascere Andrea. «Ho subito sperato di essere io la compatibile», racconta la madre. «Quel giorno mi sono sentito egoista», le fa eco lui. Ma insieme incoraggiano chi si trova nella loro situazione, stringendo tra le braccia un piccolo miracolo di nome Ambra.

Chiara Cacciani

«Di quel 10 agosto ricordo l'attesa nella sala pre-operatoria. Ho avuto tempo per pensare ed è stato il primo momento in cui mi sono sentito egoista: fino ad allora lei mi aveva trascinato col suo entusiasmo, ma a saperla sotto i ferri... ho avuto un brivido». Lui è Andrea, Andrea Ollari, nato 44 anni fa dalla pancia di «lei», Vanda Ollari (i percorsi tortuosi dei cognomi...), e poi rinato dal suo rene.

Sono 10 anni esatti oggi da quel dono incommensurabile, «e come celebriamo l'anniversario? - si guardano sorridendo - Esattamente così: raccontandolo per incoraggiare chi ha la possibilità del trapianto. Ci vede, no? Stiamo benissimo».

Ci sono tante date simboliche da scegliere nella storia di Andrea e della madre 71enne. «Quella drammatica corrisponde ai miei 19 anni – ripercorre lui - un disturbo “strano” e la scoperta della malattia: glomerulonefrite». Sindrome di Berger», «semplificano» i testi medici: una patologia infiammatoria dei reni che crea danni molto lentamente.

«Non si sapeva se e quando sarebbe diventata una insufficienza renale cronica. Si sapeva solo che non c'era cura», racconta. E' passata una decina d'anni di vita normale prima di spalancare davvero la porta della malattia. «Colpa» di una tachicardia che una sera conduce Andrea al pronto soccorso. Un episodio isolato e destinato a risolversi da solo, dicono i medici. A differenza, invece, di ciò che hanno rivelato gli accertamenti: ipertensione. Che è già una sentenza: la malattia ha lavorato, e parecchio. «Lì ho capito che la situazione era irreversibile: prima o poi i reni avrebbero ceduto e si sarebbe andati verso la dialisi. E il trapianto: me l'avevano prospettato sin da subito».

Hanno ceduto nel 2006, i reni di Andrea. «Sono un artigiano e ho continuato a lavorare. Sempre - e sottolinea il “sempre” con la voce, lui che ha sempre impastato determinazione e ottimismo - Mi hanno proposto un tipo di dialisi da poter fare a casa da solo, la notte. Quello di Parma, per fortuna, è uno degli ospedali che assecondano questo percorso: se si è giovani e se c'è una prospettiva di trapianto veloce».

Il trapianto, appunto. Il rene da vivente e consanguineo aumenta le possibilità di successo e di durata nel tempo, e in famiglia si erano fatti avanti subito: il padre, la madre, il fratello.

«Non ci ho pensato mezzo secondo - interviene Vanda -. Speravo che qualcuno di noi fosse compatibile, e tra tutti di esserlo proprio io». E' stato così: 75 percento, con un però. «Dovevo perdere 20 chili». «Lo fanno per tutelare chi sta bene e ridurre al minimo i rischi dell'intervento», aggiunge Andrea. «E grazie alla dottoressa Dall'Aglio, è stata l'unica volta in cui una dieta ha funzionato!» , è orgogliosa Vanda.

E' così che arriva un'altra data, quella della speranza. E' il 10 agosto 2007: Vanda alle 8 è in sala operatoria, Andrea entra alle 11.30, dopo che il «nuovo» rene è stato trattato. La madre preoccupata per il figlio, il figlio che si sente egoista. Si abbracceranno tre giorni dopo, e quell'incontro è storia privata che rivive oggi nello sguardo di entrambi.

«Avevo la sensazione che le cose sarebbero andate bene per tutti - confida Andrea -: da quando ho saputo che eravamo io e lei i personaggi giusti di questa storia. L'ho vista mettersi in riga con l'alimentazione e l'attività fisica. E così ha perso un rene, ma ha salvato un figlio. Ho visto altri malati rifiutare l'offerta dei parenti: non volevano danneggiarli. E li capisco...». «Ma io la mia vita l'avevo già vissuta: è questo che ho pensato - non lo lascia finire Vanda - . Me l'hanno chiesto tante volte se ero davvero convinta. Anche in tribunale». «E io li ringrazio – interviene il figlio – perché l'hanno tutelata».

Due mesi dopo, nella casa della villeggiatura di Vigolone, hanno riunito medici e infermieri che li hanno accompagnati lungo la strada. Scorrono i nomi - Sianesi, Capocasale, Buzio, Dall'Aglio, Esposito, Dalla Valle... - e poi è subito presente. Il presente che è miracolo: si chiama Ambra, è nata sei mesi fa, concepita proprio nel giorno del 43esimo compleanno di Andrea. Lui che era convinto di non poter avere figli a causa della malattia. «Poi ho incontrato Cinzia, che sapeva di tutti i miei problemi. E quando il destino vuole...». Quando il destino vuole si può aggiungere una foto nella bacheca del reparto di Nefrologia. Quella che ospita le foto dei figli dei trapiantati. «E ora che mi vedo con mia figlia, so che mia madre mi ha dato la vita due volte: è stata una rinascita vera».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • ab9pr

    10 Agosto @ 18.15

    alberto_bianco@alice.it

    Complimenti signora, ci vuole tanto coraggio e lei lo ha avuto. Tanto di cappello

    Rispondi

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