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In manette la banda delle fogne: voleva fare il bis

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Arrestata dai carabinieri una banda di dieci campani che progettava una rapina alla Banca Bper di via Cavour passando dalle fogne. Sono gli stessi che l'autunno scorso avevano messo a segno il colpo milionario a Banca Intesa di via Venezia, sempre passando dal sottosuolo.

Laura Frugoni

La rapina perfetta, avevamo detto lo scorso autunno. E tutti a bocca aperta davanti alla fantasmagorica impresa della banda delle fogne, a cercare di capire come diavolo ci fossero riusciti. Quella passeggiata nel ventre maleodorante della città, quei fantasmi in tuta bianca e maschere da Anonymous che sbucano dal pavimento e vanno giù nel caveau a far strage di cassette di sicurezza alla banca Intesa San Paolo di via Venezia. Tre milioni di euro in soldi e gioielli. Pareva di stare dentro un film. Stessa impressione, ieri: ma questa volta dietro la macchina da presa c'era un pugno di uomini in divisa. La «sporca decina», per restare nel mood – tutti dell'hinterland napoletano, pluripregiudicati e navigatissimi, tra loro anche una donna, tutt'altro che presenza decorativa – l'hanno stanata e messa dentro i carabinieri del Comando provinciale di Parma dopo un'indagine da manuale – caparbia, certosina – condotta dai detective del Nucleo investigativo. Li hanno arrestati tutti – e qui viene il bello – proprio mentre stavano alacremente lavorando per mettere a segno un'altra maxi-rapina, fotocopia della prima. A Parma c'è da far bene, han pensato: nel mirino ora c'era la sede della Bper di via Cavour, e anche lì ci volevano arrivare con un «fogna-tour». Già molto avanti con i lavori. Dal loro appartamento-covo di borgo delle Colonne avevano scavato un tunnel di collegamento profondo quattro metri che li aveva portati dritti dritti dentro il sistema fognario e da lì, dopo una mezz'oretta di cammino nel dedalo di cunicoli sotterranei, all'incrocio tra via Cavour e borgo Angelo Mazza, dove avevano scavato ancora: un tunnel lungo undici metri che sarebbe sbucato nella banca. Scavavano senza sosta e senza sapere che gli investigatori erano lì a spiarli. Li aspettavano al varco, pronti a catturarli sul più bello: il giorno della rapina doveva essere ieri o ieri l'altro.

Le cose, tuttavia, sono andate diversamente, anche se il finale non è cambiato (le manette). È successo un imprevisto: a forza di colpi di badile, giovedì scorso aveva ceduto una porzione di manto stradale in borgo Angelo Mazza. È stato il momento più delicato per l'indagine: nel borgo sono arrivati i tecnici del Comune, ignari di cosa stesse ribollendo sottoterra (e avvisati prontamente dai carabinieri). Quelli della banda non se ne sono accorti subito: erano tutti in terra campana a ritemprarsi dalle fatiche del pre-rapina per qualche giorno. Gli investigatori hanno dovuto imprimere un'accelerata definitiva all'operazione: se qualcuno della banda avesse saputo di quella piccola frana, avrebbero mollato gli ormeggi e adios Parma: chi li acchiappava più? Arriviamo a lunedì sera. La banda sta per riunirsi alla vigilia del colpo: di solito arrivano con il Frecciarossa (scendono alla stazione di Reggio Emilia e da lì in taxi fino a Parma), ma non tutti insieme. Fanno le corse anche i due sostituti procuratori che coordinano le indagini, Lucia Russo e Fabrizio Pensa. Quando i primi due approdano nel pied a terre di borgo delle Colonne si trovano i carabinieri alla porta. I decreti di fermo già pronti e firmati: trecento pagine parecchio corpose, una sfilza di reati contestati: associazione per delinquere finalizzata alle rapine, rapina aggravata, tentata rapina, crollo di costruzioni, danneggiamento aggravato. Altri quattro li arrestato appena scesi dal treno, la donna la scovano nella località del Reggiano dove è residente, un altro lo catturano a Bellaria e infine i due «ritardatari» (ancora dovevano mettersi in viaggio) li sono andati a prendere a casa loro al sud. Dei dieci arrestati ieri abbiamo scrutato le facce con le fascette sugli occhi e ascoltato le voci registrate nella miriade di intercettazioni (i nomi per intero non sono stati resi noti): nessun vincolo di parentela tra di loro, differenti esperienze e carature criminali. Una banda transgenerazionale: il più giovane ha solo 26 anni, il più vecchio ne ha 64. Il capo: nella foto segnaletica spicca un'aquila gigante sulla maglietta. Buon per noi, ha smesso di volare.

Le intercettazioni
«Quando saremo vecchi faranno un film su di noi». «Secondo te com'è uccidere qualcuno?». «Ci dobbiamo mettere nella cocaina, Franco, quadruplichiamo subito il guadagno». «Ma abbiamo chi la compra? Come funziona?». Chiacchieravano, giocavano a carte, guardavano le serie tv. E facevano progetti sui loro «investimenti» criminali, per allentare la tensione dopo i lunghi pomeriggi passati seppelliti nelle fogne. I carabinieri del Nucleo investigativo registravano tutto: conversazioni in libertà. La banalità del male richiede modelli e fonti d'ispirazione. Come il «bel René» Vallanzasca dagli occhi di ghiaccio, di cui narra le gesta una popolare serie che i nostri eroi al contrario adoravano. E fantasticavano di essere loro, un giorno, i protagonisti di un avvincente romanzo criminale. Non si perdevano una puntata di Gomorra. «Ma questa è davvero Gomorra – confida un investigatore che ha passato un'eternità ad ascoltare quel chiacchiericcio in napoletano stretto e incomprensibile –, non appartengono alla camorra in senso stretto, ma per progettare rapine tanto clamorose devono ottenere una sorta di permesso dai clan». E pure versare una percentuale. Professionisti. Non improvvisavano nulla, non tralasciavano il minimo dettaglio. Come hanno fatto a prenderli, allora? Cos'è che ha impresso la svolta all'indagine sulla rapina alla Banca Intesa San Paolo? Le testimonianze avevano indirizzato subito su gente dall'accento napoletano: attraverso le banche dati è cominciato un paziente lavoro di screening per catalogare tutti i campani presenti in città in quel periodo. Centinaia di posizioni al setaccio. Due i momenti chiave ripercorsi ieri dal comandante provinciale, Salvatore Altavilla: la telefonata che fece uno dei rapinatori alle 16.10 del 31 ottobre, durante la rapina alla filiale di via Venezia. Dopo una scrematura di un milione e mezzo di stringhe telefoniche, si è riusciti a individuare tre utenze cruciali (il rapinatore in banca, un palo e un altro del commando che dal sottosuolo si apprestava a sbucare fuori). Poi la svolta, il 28 marzo: i carabinieri captano un'altra conversazione in cui si parla di rinnovare un contratto d'affitto. Significa che la banda ha un covo a Parma e da uno screening dei contratti registrati all'Agenzia delle entrate arrivano all'appartamento di borgo delle Colonne, poi un altro in borgo Guazzo. Cominciano a pedinarli, a metterli a fuoco uno dopo l'altro. Scoprono che stanno progettando un'altra maxi-rapina. E li aspettano al varco.

Il covo
Uno della banda l'aveva preso in affitto l'estate scorsa, ossia molti mesi prima della rapina di via Venezia. Da quasi un anno era diventato il loro covo: un bilocale di cinquanta metri quadri al civico 23 in borgo delle Colonne. L'interno della palazzina è curato, l'abitazione la trovi appena spalanchi il portoncino d'ingresso: prima porta sulla sinistra, piano terra, sbarre alla finestra. Nelle stanze, passate al setaccio dai carabinieri, sembra che sia passato lo tsunami. Ma da certi dettagli (il detersivo per i piatti sul bordo del lavandino, vestiti e coperte un po' dovunque, portacenere sporco) non sfugge l'aria «vissuta» di quella casa: non era una semplice base logistica, i vari componenti della banda vi passavano parecchio tempo. Lì dentro erano corsi a rintanarsi appena dopo la prima rapina del 31 ottobre. Un rifugio discreto e sicuro, da cui andarsene alla spicciolata una volta che il fiato sul collo delle forze dell'ordine s'era fatto un po' meno pesante. La sorpresa la trovi in un angolo della camera da letto: il buco scavato da cui erano riusciti a penetrare, ancora una volta, nel sistema fognario. L'armadio è spostato verso il centro della stanza, ma è probabile che venisse addossato al muro quando nessuno doveva entrare o uscire dal buco. In quell'appartamento i rapinatori si ritempravano dalle fatiche della giornata passata a scavare, uscivano il meno possibile per non dare nell'occhio. Qualcuno se ne tornava giù al paese per un po' e poi tornava: si davano il cambio, tutti e dieci in quelle stanze si stava stretti. Parlavano del futuro, di come fare fruttare i bottini milionari: investimenti immobiliari, campi da calcio, feste in famiglia. Uno della banda si stava per sposare e non avrebbe badato a spese: a ogni invitato una bottiglia di champagne in regalo.

Come agivano
Professionali, attrezzatissimi. Nei due covi che la banda aveva a disposizione i carabinieri hanno trovato di tutto: pistole a salve prive del tappo rosso, maschere, tute da lavoro, percussori, piedi di porco, mazzette e scalpelli da muratore, mascherine protettive, apparati trasmittenti e telefoni cellulari con utenze intestate a prestanome. Per oscurare le telecamere usavano la schiuma, spargevano litri di «spurgatore» per eliminare tracce biologiche. Foderavano i tombini con il poliuretano per attutire il rumore. A ciascuno era assegnato un ruolo preciso, a cominciare dal direttore dei lavori. C'era poi chi scavava, chi faceva i sopralluoghi (a volte era la donna della banda), chi controllava che i «colleghi» non facessero troppo rumore durante gli scavi. Perfino del materiale di scarto sapevano cosa fare: lo smaltivano realizzando dei soppalchi lungo la rete fognaria. Esperti, pericolosi: uno di loro lo chiamavano l'«immortale», dopo che s'era beccato due proiettili in un conflitto a fuoco con una guardia giurata.

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