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Salvatori dell'arte, quei parmigiani tra le macerie

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Hanno messo al sicuro opere danneggiate dal sisma: a quattro dipendenti del MiBact il premio Rotondi

CHIARA CACCIANI

C'è chi con orgoglio e pazienza ha scritto i nomi uno dopo l'altro: un foglio di carta così lungo da ricadere oltre il palco. Sono stati infatti circa 300 i dipendenti del MiBact partiti da tutta Italia in occasione della drammatica scia di scosse di terremoto che ha sbriciolato l'Italia centrale tra il 24 agosto 2016 e i primi mesi del 2017.

In missione per censire e mettere al riparo i tesori finiti tra le macerie o a rischio, il loro impegno non è stato dimenticato, anzi: nei giorni scorsi a Sassocorvaro hanno visto assegnarsi la sezione Italia del premio Rotondi 2018 per i salvatori dell'arte. Un premio speciale già dall'intitolazione: allo storico che salvò diecimila opera d'arte italiane - «La tempesta» di Giorgione la nascose sotto il suo letto - dalla distruzione e dal saccheggio dei nazisti.

A ritirarlo c'erano anche due (emozionate) parmigiane: la funzionaria restauratrice Ines Agostinelli e l'assistente tecnica Annarita Ziveri. Ma nella lunga lista di premiati figurano anche altri due nomi legati alla Soprintendenza di Parma e Piacenza: Anna Coccioli Mastroviti, storica dell'arte, e Bruno Modafferi, dipendente amministrativo.

«Questo riconoscimento dà gioia - raccontano ancora commosse Ziveri e Agostinelli -. Quando ce l'hanno detto, abbiamo pensato: “Che bello, si sono ricordati della briciolina che abbiamo fatto...”. Poi abbiamo visto a chi è dedicato, e ci siamo inorgoglite: è la storia di uno che come noi ha creduto nelle opere d'arte».

Loro ci hanno creduto al punto di dar subito la disponibilità a partire, e ad accettare i rischi. «E' stata un'esperienza straordinaria e difficile - ripercorre Ziveri -. Avevamo il compito di fare i sopralluoghi, rilevare i danni ai beni storici e artistici, e indicare quelli da portar via con urgenza». Rossa, rossissima, la zona attraversata per giorni con la scorta dei vigili del fuoco. «La prima settimana eravamo incoscienti della situazione e tranquille. Poi siamo arrivate nell'area maggiormente colpita e ha iniziato ad accompagnarci un senso di angoscia costante per il timore di poterci restare sotto - aggiunge Agostinelli -. E nell'ultimo periodo cresceva il senso di pericolo, avevamo attacchi di sconforto: un giorno piangevo io, un altro lei». «Ma almeno mai insieme...», sorride guardando la collega.

Spesso i sopralluoghi erano in edifici che rischiavano di crollare. «Entravano i vigili del fuoco, valutavano il danno e poi uscivano dicendoci: «Avete tre minuti a disposizione", oppure “Restate sulla porta e basta” - raccontano -. A volte abbiamo potuto solo infilare una mano tra i vetri rotti per scattare foto e girare un video col telefonino».

«A Colle Sant'angelo sul Neva, quando ho visto il borgo strettissimo, l'accumulo di macerie, i cavi dell'elettricità aggrovigliati fino a terra, ho capito che se fosse successo qualcosa non avremmo avuto una via di scampo - aggiunge Ziveri - . Ovunque c'era da arrampicarsi sui resti. E poi la neve, a peggiorare tutto...». La neve che diventava peso insostenibile sugli edifici già lesionati, la neve che copriva pericoli e buche. «E' così che ci ho rimesso un legamento. Ma ho continuato: volevo farlo», dice Ines Agostinelli. Per tante opere era troppo tardi, per altre serviranno tantissimo lavoro e tantissimi soldi. «In alcuni luoghi ci siamo messe a raccattare tutti i pezzetti di affreschi crollati, coprendoli con dei teli».

Di quei giorni resta la consistenza appiccicosa della paura, ma anche un legame profondo con una terra e la sua gente. «Abbiamo trovato una popolazione straordinaria - sottolinea Ziveri -. Non abbiamo mai visto nessuno piangersi addosso: solo rimboccarsi le maniche. E l'estate scorsa ho voluto trascorrere lì le mie vacanze. Sono andata a trovare anche la badessa del convento di Apiceno: mi ero affezionata a queste suore anziane, di cui due inferme gravi, di fatto costrette a vivere nelle cantine. Erano in corso i lavori di recupero dell'edificio: mi ha fatto piacere».

«Io da allora sono rimasta collegata attraverso i siti e seguo cosa succede laggù. In una chiesa avevamo segnalato una bella statua di cera della “Madonna dei sette dolori” che era urgente salvare – le fa eco la collega -. Quando ho visto due mesi dopo che l'avevano recuperata, ho subito chiamato Annarita: scoprire che stanno ricostruendo i luoghi dove siamo state è ogni volta una grandissima gioia».

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