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Mezzo secolo fa le trasfusioni infette, ora i soldi dovuti

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Due donne ricoverate al Maggiore tra gli anni '60 e '70 avevano contratto il virus dell'epatite C, ora il tribunale di Bologna riconosce complessivamente 137mila euro di rivalutazione monetaria sull'indennizzo già percepito. Leggi la storia

Georgia Azzali

Sandra (il nome è di fantasia) se la ricorda bene quell'estate di 53 anni fa. Era in attesa di suo figlio: la gioia dell'attesa e la preoccupazione di essere all'altezza. Anche l'anemia e la nefropatia che avevano cominciato a tormentarla le sembravano ostacoli aggirabili, d'altra parte sangue e plasma avrebbero potuto aiutarla. Ma quei 1200 cc che le furono trasfusi in quell'anno nel reparto di Ostetricia del Maggiore segnarono tutta la sua vita: nel suo corpo entrò il virus dell'epatite C. Ha dovuto aspettare fino al 2004 per sentirsi dire dalla Commissione medico ospedaliera di Bologna che, sì, erano state quelle trasfusioni a infettarla. Ma solo otto anni dopo ha cominciato a percepire l'indennità integrativa speciale per il danno irreversibile che le era stato causato. E ha dovuto attendere fino ad oggi per ottenere la rivalutazione monetaria su quell'indennità a partire dal settembre 2003, anno in cui aveva presentato la domanda per ottenere l'indennizzo : circa 37mila euro che il tribunale del lavoro di Bologna le ha riconosciuto, dopo il ricorso presentato dagli avvocati Claudio Defilippi e Lorenza Squeri contro il ministero della Salute.

Sandra si è curata con i farmaci più innovativi, ma quel sangue ha continuato a «infettarle» la vita, a renderle difficili le giornate fino ad ora, che ha superato i 70. Lei come le migliaia di persone che hanno contratto il virus Hiv e l'epatite C con le trasfusioni di sangue ed emoderivati non controllati fino ai primi anni Novanta. Una scia di morte e di dolore che non è ancora terminata. Come non sono terminati i processi nelle aule giudiziarie.

Un'attesa infinita anche per Rita (nome di fantasia), pure lei ormai piuttosto anziana, che nel 1973 fu ricoverata sempre nel reparto di Ginecologia e Ostetricia del Maggiore per un intervento e ne uscì con il virus dell'epatite C. Le due trasfusioni che avevano risistemato i valori del suo emocromo l'avevano anche segnata per sempre. La «sentenza» era arrivata tre anni dopo. Tre anni in cui Rita non riusciva a capire come potesse sentirsi sempre così stanca. Ma come l'esercito di tutti gli infettati incolpevoli anche lei ha dovuto aspettare la legge del 1992 che ha dato il via libera agli indennizzi. Nel '95 Rita ha presentato la domanda per ottenere il risarcimento, che le è stato riconosciuto però solo nel 2001. E ora anche a lei il giudice del lavoro del tribunale di Bologna, dopo il ricorso presentato sempre dagli avvocati dello studio Defilippi, ha riconosciuto la rivalutazione monetaria a partire dal '95: quasi 100mila euro.

Un problema spinosissimo, quello della rivalutazione, che si è trascinato per anni a colpi di sentenze. Nel 2011 si era persino «scomodata» la Corte costituzionale: i giudici avevano dichiarato incostituzionale l'articolo della legge del 2010 che escludeva dal beneficio le persone affette da epatite post trasfusione. Ma lo stato italiano non si è adeguato al dettato della Consulta. Così, moltissimi malati hanno deciso di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell'uomo. E a Strasburgo, nel 2013, non hanno avuto dubbi: l'Italia è stata condannata per il mancato pagamento della rivalutazione monetaria a chi era stato infettato da una trasfusione. E ora quei soldi (dovuti) cominciano ad arrivare.

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