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Parma in bianco & nero- Via Saffi, una strada e mille storie. Non sempre di cazzotti

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di Francesca Lombardi
 

Nella via del caos regna il silenzio. O meglio, il rumore c'è: basta girare l'angolo di via Repubblica e subito è tutto un mischiarsi di motori, di tintinnar di tazzine, di “buongiorno” e di chiacchiere. Ma i discorsi finiscono presto, quando si parla dei cattivi. Di quelli che spacciano, che fanno risse, che rubano, che accoltellano. C'è un velo di omertà, “mediatica”, o non solo. “Se vado sul giornale vengono a cercare me e non lei: io qui ci lavoro, e di problemi ne ho già abbastanza”.

VIDEO - Passeggiata virtuale

Tutti sanno cosa c'è qui che non va. E chi non lo sa, lo legge sui quotidiani o lo vede in tv. Passa una certa ora, ne passano due, tre, otto, e quando ci si sveglia – se non è notte – magari ci si ritrova un lago di pipì davanti al portone di casa. Capita. Non sempre, ma capita. “Sa come si fa per vivere bene qui? Con questo”. E' un attrezzo da lavoro, di ferro. Che se lo si prende in testa fa male.
C'è chi dice che qualcosa è cambiato, dall'accoltellamento di un mese fa. Che ci sono più controlli. C'è chi dice di no.
Ahmed svolta in via Saffi dalla via dello “shopping bene”. Tiene in mano una borsa di plastica. Luisa lo schiva. Si ferma sul marciapiede e si svolta a guardarlo con gli angoli della bocca che guardano in giù. Ahmed sta tornando dal lavoro: sono le 16,30. In quella borsa ha la tuta che indossa otto ore al giorno, cinque giorni a settimana.

L'INGRESSO EUROPEO – Quattro e mezza del pomeriggio. In via Saffi è l'ora del suono che è come l'intrecciarsi dei suoi borghi pieni di storie: internazionale. Europeo, in questo caso. Dalla “Scuola per l'Europa” esce una frotta chiassosa di bambini. Qualcuno parla in francese, qualcun altro in inglese. Altri ancora in lingue sconosciute. Fuori, ad aspettarli, tante delle due ruote-simbolo di Parma, il servizio che rende bella la nostra città nei convegni sulla pubblica amministrazione, l'happybus. E qualche mamma con il velo. Non mancano le auto, parcheggiate un po' come si riesce , per chi arriva da più lontano.

 IL SOGGIORNO PARMIGIANO IN ARTE POVERA – Franca, che è andata a prendere il figlio a scuola, cammina per la via. Ci passa tutti i giorni, in via Saffi: in quella via ci è anche nata. Così spesso ne approfitta per fare due chiacchiere. Saluta Fulvio Pia, che ha un negozio di biciclette (qualcuna negli ultimi tempi gli è stata rubata) e prosegue verso viale Mentana. Scambia due parole con un barista che agli stranieri “balordi” fa pagare il caffè 5 euro per non farli più entrare, e saluta il barbiere Valerio.
Il signor Marchi tira avanti la bottega dal 1 giugno 1965. Nel suo negozio si respira calma e storia. Un grosso calendario alla parete, tanti, troppi boccetti sopra gli specchi, qualche pupazzetto arrivato chissà da dove, sedie di una pelle sempre bella, immortale. Su una di quelle è seduto un cliente. Marchi tira fuori le sue forbici e comincia a tagliuzzare velocemente i capelli grigi. “Il rasoio elettrico? No, io non lo uso. Ma sa, con quello si fa prima. I ragazzi non sono mica stupidi!”. Non è per un rasoio elettrico che abbandonerà le forbici: lo farà per l'età, perché a 72 anni è giusto “lasciar spazio ai giovani”. A fine anno, abbasserà per sempre la saracinesca.
Lo farà anche Ivano Dalla Romanina, che per tutti è Ivanoe. Ma senza l'”h” in mezzo, come lui stesso scrive sul muro della sua falegnameria: che l'eroe positivo di Sir Wlater Scott si offenderebbe. O si offenderebbe Ivano. “Sembra un nome russo, e invece è di un cavaliere inglese”, dice con orgoglio mentre fa l'amore con il toscanello che non molla mai. Ivanoe è originario di Noceto e ha 70 anni: da 30, lavora dieci ore al giorno. “Ogni mattina mi sveglio alle 6,30 e vengo a controllare che il tarlo abbia lavorato”. Del resto, se non ci fosse il tarlo, non ci sarebbero i restauratori di mobili antichi. E lui nella sua casa-officina ne ha tanti, di vecchi e vecchissimi. Addirittura del 1500. Alcuni sono meno antichi, ma sempre di prego. Come il juke box che gli ricorda i tempi “delle tante limonate” (Ma questo non lo dice forte, che poi sua moglie lo sgrida).
Il suo mobile preferito, però, resta sempre la pialla. Perché è quella che usa di più. Impossibile per lui concepire che qualcuno non la sappia usare. “Una volta sono venuti qui dei ragazzi, e quando ho fatto una piallata e sono usciti i riccioli di legno facevano a gara per averli. Come se fossero chissà cosa”. Ma se i bambini gli hanno “rubato” i riccioli, qualcuno si è spinto oltre, e un giorno Ivanoe ha visto sparire una rastrelliera per le biciclette: un'altra volta si è trovato i mobili in strada.

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LA CAMERA ETNICA -Muhammad Shahazad per la sicurezza spende 1800 euro all'anno. Ha una convenzione con l'Ivri: in caso di bisogno schiaccia un bottone sotto il bancone e arrivano i soccorsi. Ha anche le telecamere, un monitor di sorveglianza, e sulla vetrina ha appiccicato un cartello che dice che davanti al suo market è vietato fermarsi a bere. Muhammad arriva dal Pakistan, ha una moglie che gli dà il cambio quando lui va a vendere al mercato, e quattro figli tutti piccioli. Nel suo negozio si baciano i profumi, i sapori, le visioni d'oriente. Kebab surgelati da cucinare in casa, panjab tinda, punjabi pakori, farina di ceci, polvere di curry e di zenzero, riso invadono gli scaffali. Ci sono anche prodotti per la casa italiani (“Il 40% dei miei clienti è italiano) e quadri pakistani da regalare ai clienti fissi. A nessuno è negato un dolcetto al cocco quando arriva alla cassa, e se qualcuno chiede musica etnica, ecco che scatta la chiamata a un imprenditore di Brescia specializzato nella vendita di cd che non si trovano nei negozi italiani. Qualcuno, sì, è diffidente nel vedere un negozio dove sono esposte le banconote dei Paesi di cui sono originari i clienti- dall'Iran alla Libia, al Brasile - “sono le persone più anziane”, dice Muhammad. Quelle per cui prima di aprire la sua bottega, “ha mangiato cento chili di polvere”. E senza metafore.
Samir e Kamir la mangiano tutti i giorni. Un po' al lavoro, e un po' quando passeggiando per strada vengono guardati male solo perché tunisini. “Ci dispiace essere etichettati. Noi qui vogliamo solo stare tranquilli”. Abitano in via Corso Corsi: dei problemi della via non parlano. “Ripeto: voglio stare tranquillo. Ho mia moglie incinta. Guarda: sono appena andata a prenderle una crema”. E apre la Borsa. Anche Samir è stanco della prostituzione in fondo alla via (“vai a fare un giro là in fondo e trovi tutto quello che vuoi”), del casino la notte in borgo delle Colonne. “Nel nostro Paese, se uno fuma una canna, va in galera un anno”. Anche Kamir è stanco. Entrambi sognano una via pedonalizzata, “così potrei passeggiare tranquillamente con mia moglie”.
“Anche se sono cittadina italiana mi sento sempre straniera - dice una signora moldava -. Tanti italiani rispondono male, guardano storto”. La sua amica Vera, 28 anni e due figli con i nomi italiani, Matteo e Adriana, ha avuto problemi all'ospedale. Sua figlia è stata operata a quattro anni, e ora dovrebbe fare degli esami di controllo, ma servono dei documenti che vanno tradotti ufficialmente dal moldavo, e per tradurli occorrono un sacco di soldi.

 

 

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