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Un giorno a tavola con il popolo della fame

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Roberto Longoni
Per il popolo della fame mangiare è la prima preoccupazione. E a volte l'unica occupazione: anche questa merita i tempi della fretta, come ogni emergenza.  La mensa apre a mezzogiorno, ma alle 11,45  in venti già si accalcano  davanti al civico 6 di via Imbriani. Volti diversi, e una lingua sola nel silenzio: quella delle pance vuote, che annulla distanze e differenze di pelle. Scava gli sguardi, quel vuoto, qualunque sia il colore degli occhi. Costringe a star svegli. Mi distraggo un attimo sulla soglia della mensa di Padre Lino, e subito qualcuno mi soffia il posto in coda. Giusto così: i più accanto a me sono rimasti alla cena della sera prima, nella mensa comunale di via Turchi, o alla scatola di fagioli, al latte e alla pizza stivata in un sacchetto dopo il pranzo nel  «ristorante francescano». Io, invece,  mi sono concesso la solita colazione,  prima di vestire i panni di quello che avrei potuto essere (come molti di noi) se solo la fortuna fosse stata meno generosa. Indosso i panni dei nostri concittadini che - sempre più numerosi -  chiedono aiuto ai frati dell'Annunziata. I più lo fanno di nascosto, bussando al retro della cucina. Ma c'è chi varca la soglia della povertà ufficiale, quella che spalanca su via Imbriani un mondo dove il profumo del cibo  e dell'altruismo coprono per il tempo di un pasto l'odore stantio della miseria. «Sono venuto a Parma per amore. Ora è finita e sono senza lavoro» mento al quarantenne romagnolo che mi chiede perché io sia qui. Siamo entrambi italiani: basta ad avvicinarci nell'incrocio di altrove rappresentato ora da questo angolo di città.  I più vengono da Maghreb o Senegal, dalla Costa d'Avorio. Molti dall'Est; qualcuno da Sudamerica o Sri Lanka. Un ragazzo lettone mi mostra un foglietto con gli estremi di una ditta dell'Appennino. Forse ci troverà un lavoro. Ci vuole l'intervento di una signora russa, per spiegargli quale sia il nome dell'impresa e quale quello della località. Un marocchino da 23 anni in Italia gli indica come arrivarci. «Ci sono stato: facevo il camionista». Ricordi e nient'altro. Da novembre è disoccupato. Dorme in auto e mangia alla mensa di Padre Lino:  uno dei 189 «ospiti regolari» della lista. Su questi, ben 23 sono italiani. «La tessera?» mi chiede Giuseppe, il volontario che registra gli ingressi. Ha lo sguardo più portato alla comprensione che all'inquisizione, lo si capisce fin da subito. Al suo fianco, la cuoca Lilla Giambalvo deve far la voce grossa (è ben allenata) con un gigante senegalese che, con il sorriso sulle labbra, vuole gabbare la coda. Allargo le braccia: «Non sapevo  ci volesse una tessera». Stesso copione per il mio vicino  (lo chiameremo Luca). Promettiamo di andare al centro d'ascolto in borgo Pipa, per ottenere la tessera mensile. Un attimo dopo, grazie a un buono d'emergenza, affrontiamo l'emergenza fame. Il ritratto di Padre Lino e un crocifisso sovrastano i cinque tavoli da quattro allineati lungo la parete di in fondo. Il resto della sala è occupato da due file con sette tavoli da otto in tutto. L'acqua è già lì sopra, accanto al pane. Dietro il banco, i volontari servono  piatti caldi. Sosto davanti a loro con  un vassoio con le posate di plastica. Il menu, che cambia ogni giorno,  offre (è il caso di dirlo) riso con fagioli, carne di cavallo, polpette, spezzatino con funghi, pizza e - unica pietanza non ecumenica - mortadella. Chiedo riso e insalata. Bruno si preoccupa a sentire che non mangerò altro: mi riempie fino quasi al bordo  la profonda ciotola di plastica dei primi. Una volontaria aggiunge due yogurt e un'abbondante manciata di chiacchiere sul vassoio semivuoto.   «Qui si mangia bene» mi rivela Luca, che il vassoio se l'è riempito ispirato da fame vera. «Così ci sono solo Follonica, Grosseto, e Trento». Può dirlo: le ha provate tutte, nel suo lungo girovagare. Potrebbe scrivere una guida dei ristoranti della solidarietà:  al posto delle stelle, un cappello da chef sopra un cuore. Forse è anche per una questione di gola che ha deciso di raggiungere Parma, dopo aver trascorso la notte nella «suite» dell'anticamera di un bancomat a Fiorenzuola, salendo e scendendo sugli interregionali alle spalle dei  controllori. Luca  ha frequentato tre anni l'università, per poi dedicarsi allo studio del mondo: «In Birmania mi sono ritrovato in mezzo alla guerriglia. In Bolivia era come stare sulla Luna». Ora - eremita e pellegrino -  misura l'Italia a piedi. Indossa tutto ciò che ha.  Gli è rimasta la fede in Dio: ben più salda di quella nell'uomo. Sarà perché è stato rapinato più volte anche degli spiccioli. O perché hanno cercato di portargli via tutto. «Ero nel sacco a pelo  e mi sono risvegliato con uno che mi stringeva il collo». Intanto, ai tavoli cambiano i volti. Dove sedeva un gruppetto  di moldave di mezz'età, ora si trovano alcuni marocchini. La cuoca scopre un nordafricano che punta al bis. «Hai già mangiato» gli grida, mentre lui sta per ripresentarsi al banco. Un suo amico, invece, dopo aver versato polpette e verdure di troppo nel bidone degli avanzi, riempie un sacchetto di scatolette, pacchetti di latte, verdure. Un'esagerazione. «Presto avrò di nuovo fame» si giustifica. «E noi  saremo ancora qui» gli risponde la cuoca-guardiana.

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