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Un mostro fra noi? «A Parma c'è stato un serial-killer»

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di Francesco Bandini

C'era un mostro fra noi. E forse c'è ancora. Nessuno lo sapeva perché nessuno finora aveva studiato il fenomeno. Eppure sembra proprio che anche la nostra città abbia avuto il suo serial-killer: insomma, il «mostro di Parma». Esattamente - anche se in misura minore - così come in Toscana c'era il mostro di Firenze che si accaniva contro le coppiette e nella zona di Udine c'era uno spietato assassino di prostitute. Sarebbero tre le persone - tutte donne - uccise sul nostro territorio fra il 1975 e il 1995 da qualcuno che avrebbe tutte le caratteristiche dell'assassino seriale. A rivelarlo è uno studio elaborato dall'Ofras, l'«Osservatorio sui fenomeni di rilevante allarme sociale» dell'Università «La Sapienza» di Roma. Direttore dell'Osservatorio è il noto criminologo Francesco Bruno, docente di psicopatologia forense alla facoltà di medicina e conosciuto al grande pubblico per le sue numerose partecipazioni a trasmissioni televisive come opinionista su casi di delitti particolarmente efferati, come quelli di Cogne e di Perugia.

Proprio i ricercatori dell'Osservatorio, dopo aver incrociato i dati e le informazioni relativi a decenni di omicidi commessi in tutt'Italia, sono arrivati a raggruppare alcuni di questi delitti, individuando quelli che potrebbero portare la firma di un serial-killer. In alcuni casi era risaputo che si trattasse di omicidi seriali (anche se non si è mai arrivati a catturare i colpevoli), in altri no. È il caso di Parma, dove non si è mai avuta notizia di un omicida di questo tipo. Ora però le evidenze analizzate hanno portato il gruppo di esperti guidato dal professor Bruno a dire che è esistito un «mostro di Parma».

Lo studio condotto ha riguardato tutt'Italia. Da cosa è nato lo spiega lo stesso Francesco Bruno, raggiunto telefonicamente dalla «Gazzetta». «Abbiamo constatato - spiega il criminologo - che un certo numero di episodi si potevano collegare fra loro e che potevano suffragare l'ipotesi di un maniaco. La maggior parte sono casi avvenuti fra il 1975 e il 1995». Ma cosa, nel caso di Parma come negli altri analizzati, induce a pensare di essere di fronte a un serial-killer? «Intanto il fatto che gli omicidi siano avvenuti in un'area geografica circoscritta. Poi è importante che ci sia un modus operandi analogo, ad esempio che la vittima sia stata uccisa nello stesso modo o con un tipo di arma simile se non uguale. Poi la motivazione: di solito sono donne, prostitute. La fenomenologia dei killer è tale per cui agiscono per un certo numero di anni e poi smettono: perché guariscono, perché qualcuno li cura, oppure perché muoiono».

Come spiega il criminologo, in genere - a parte casi particolarmente eclatanti - è difficile che gli inquirenti colgano subito la natura seriale di un gruppo di omicidi. Delitti che spesso sono commessi anche a distanza di molto tempo l'uno dall'altro e che non sempre vengono collegati fra loro. «C'è spesso una resistenza da parte delle forze dell'ordine - osserva Bruno -, che fa sì che fino all'ultimo neghino sempre l'esistenza del serial-killer, finché non l'hanno preso. Ancora sostengono che Unabomber non è uno ma sono più persone. Dicono che si tratta di fenomeni di emulazione: ma in questi casi le emulazioni sono molto rare e quando ci sono sono assai particolari, mentre il caso più semplice è proprio quello di una stessa persona che compie questi atti». L'individuazione di possibili casi di serial-killer, di cui uno anche a Parma, secondo quanto spiega il criminologo «è stata possibile anche grazie al paziente lavoro di raccolta di testimonianze e analisi di chi a vario titolo si è occupato di questi delitti».

Il fatto che ora si sappia che quelle tre donne morte a Parma potrebbero essere vittime della stessa persona, potrebbe, anche se a distanza di tanti anni, gettare nuova luce su quei delitti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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