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La tragedia di Maurizio che si doveva sposare

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Marco Federici

C’era già la casa pronta, doveva sposarsi ad agosto. Ma il suo sogno  rimane sepolto con lui sotto un cumulo di macerie. Non ci saranno fiori d’arancio a Villa Sant’Angelo, non ci sarà festa nella chiesa sventrata di  San Michele Arcangelo,  perché Maurizio è morto: gli è crollata addosso nel sonno una  parete di sassi. Aveva trentotto anni  e di cognome faceva Antonini.
Il primo soccorritore che gli ha stretto il volto tra le mani, e lo ha chiamato con la voce della disperazione, è il fratello Daniele, il vicesindaco del paese. E' diviso dal dolore e dal dovere: dalla voglia di piangere per sé e  dalla necessità di non tradire il proprio ruolo di amministratore pubblico per gli altri. Appena la incontra, abbraccia quella che doveva diventare  sua cognata e poi,  dopo un minuto di singhiozzi e di parole sussurrate all’orecchio, dirige i lavori degli operai comunali nella tendopoli allestita dalla protezione civile dell’Emilia Romagna, lì dove una quarantina di volontari parmigiani è al lavoro da quarantotto ore.
«Abito appena fuori dal centro - Daniele  si asciuga gli occhi umidi con il  dorso della mano e ripercorre la sua tragedia -. Subito dopo la scossa ho afferrato i miei figli e mia moglie, li ho messi al sicuro e poi mi sono precipitato nella casa di mia madre e mio fratello».
Ma quando arriva, quella casa non c’è più. Una grande fetta se l’era già fagocitata il terremoto. «Assieme ad alcuni amici  abbiamo sfondato la porta e abbiamo cominciato a scavare a mani nude - racconta -. Dopo circa un’ora  ho trovato mio fratello.  Ho capito che la sua condizione era disperata».
Le ha provate tutte, Daniele. «Lo abbiamo liberato dai massi giusto dalla  cintola  in su, poi gli ho infilato   un tubo in bocca e ho cominciato subito a soffiare. Poi ho lasciato fare a un soccorritore più esperto che nel frattempo mi aveva raggiunto. Il quale gli ha fatto anche un massaggio cardiaco, ma non c’è stato nulla da fare». 
Proprio quella sera, la fidanzata aveva chiesto a Maurizio di dormire in auto, c’erano state delle piccole scosse nei giorni precedenti. «Meglio di no - le aveva risposto - meglio se dormo con mia madre». 
La madre,  lunedì notte, è  uscita in strada con le  sue  gambe. Maurizio, invece, ce l’hanno portato dentro un lenzuolo bianco, dopo avergli tolto le pietre anche dalle gambe.
«La  facciata della casa di fronte  ha sventrato la sua camera da letto - sussurra  Daniele - per questo mia madre si è salvata e mio fratello no».
La gente di Villa Sant’Angelo non parla d’altro. Di Maurizio che si doveva sposare e che aveva già la casa pronta, crollata pure quella, degli Olivieri - si è salvato solo il figlio diciannovenne, sono morti mamma, papà e la figlia ventiduenne - ma soprattutto dei Marcotullio.
Una famiglia  che quasi non esiste più, come cancellata da un colpo di spugna.  Non ci sono più il piccolo Andrea, tre anni appena, non c’è più mamma Valentina, e  sono morti anche nonna Maria e i suoi due fratelli, Elide e Bruno. Tutti schiacciati dallo stesso tetto. Ce l’ha fatta solo il padre del  bimbo,  Stefano, un finanziere di stanza a Genova.  Vivevano tutti - padre, madre, figlioletto e nonna - nella città ligure, erano  tornati da qualche giorno a Villa Sant’Angelo per passare la Pasqua fra i monti dell’infanzia, laddove li riportava spesso il richiamo delle radici.
«Sono  stato uno dei primi a scavare tra  le macerie delle loro case - racconta Leone Antonini, 51 anni, cugino del vicesindaco -. Per primo, abbiamo estratto vivo Stefano, aveva solo un braccio molto dolorante, per il resto stava bene».
Già, quando si dice il destino: l’uomo si era appena alzato da letto, al momento della terribile scossa, per fare pipì: «Si è salvato perché la porta del bagno si è inclinata mentre lui  era proprio sulla soglia  e, praticamente, gli ha  fatto da scudo», continua Leone.  Tutti gli  altri sono rimasti schiacciati dai detriti: la casa si è sbriciolata come un castello di sabbia.
«Mamma Valentina  l’abbiamo trovata  riversa sul  materasso. Il lettino del piccolo Francesco era pieno di  massi e lui era lì sotto, poverino».
Tragedie e tragedie  sfiorate: le storie scandite dal caso si intrecciano, a chi ha detto bene e a chi no. «Marito e moglie di Roma, che da  una decina d’anni aveva comprato casa qui, sono morti insieme  - racconta  il giovane assessore, Alessandro Sperindio, sconsolato  nella piazzetta del paese che ormai sembra un fotogramma lunare -. Facevano parte della nostra comunità, avevano persino preso la residenza: fino a qualche ora prima, in quella casa completamente distrutta,  c’erano anche i loro due  figli con  tre nipoti. Se ne sono tornati nella capitale domenica sera.
Fossero rimasti, probabilmente  anche per loro non ci sarebbe stato scampo». Come non c’è stato  per la nonna dell’amministratore: «Viveva con la sorella - aggiunge -  una parte del tetto della loro casa non ha retto: alcuni massi che si sono staccati dal soffitto hanno colpito nonna e risparmiato sua sorella». Già, il destino. 
 

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