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I volontari: "Pasqua in Abruzzo, la nostra missione"

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«Passare la Pasqua qui un sacrificio? No, direi il modo più adeguato per trascorrere la festività».
  Fabio di cognome fa Contini e di professione l’infermiere. Viene da Borgotaro e ha indosso la divisa rossa della Pubblica assistenza. Da giovedì è al campo della colonna  mobile dell’Emilia Romagna: una tendopoli messa in piedi nel giro di poche ore,  in grado di accogliere  e sfamare i trecento sfollati di Villa Sant’Angelo subito dopo la grande frustata. Lui, Fabio,  e il resto della sua squadra sono diventati da giorni gli angeli custodi della casa protetta Opera Santa Maria, che si trova a Fontecchio,  un altro piccolo paese terremotato, lontano da qui una manciata di chilometri. Una struttura di quattro piani.
 Lui, Stefania Chiesa, Fabrizio Cresci e Patrizia Molinari  se ne sono presi uno ciascuno:  e lì, con gli operatori della casa, sono diventati gli angeli custodi  dei centotrenta ospiti, per lo più sulla sedia a rotelle,  molti che ci stanno  poco con la testa. Quei pochi ancora lucidi, hanno paura del terremoto. Il terrore. «Una signora  che ha il deambulatore – racconta Fabio – non sta mai nella stanza. E’ sempre fuori». Pure per Patrizia, infermiera,  passare Pasqua in Abruzzo non è un sacrificio. «Magari – sorride – avrei lavorato anche  a casa. E allora meglio qui».

Storie di volontari. Come quella di  Luciano Buia,  un corpulento volontario del coordinamento di Parma della protezione civile, che giusto l’altroieri ha compiuto 61 anni. In cucina, dove ad ogni pranzo e cena si mettono a tavola 600 persone, gli hanno pure preparato una torta: un pezzo di colomba  annegata sotto una  montagna di nutella. «Nooo,  festeggiare il compleanno  lontano da casa non è un problema,  e poi alla mia età non c’è niente da festeggiare». Lui e i suoi amici sono il braccio operativo del campo: quello è il loro reparto. Fanno, spostano, aggiustano quel che c’è da fare, spostare e aggiustare.  C’è un emergenza: eccoci  pronti.
  Come ieri  quando con Giorgio Cenci e Maurizio Bragadini – tutti volontari di pelo vecchio, come dicono loro, con alle spalle terremoti e alluvioni -  sono andati a recuperare una roulotte. Adesso, dopo la faticaccia, se la ridono. «Il mezzo era in mezzo al pollaio di uno   del paese: per tirarla fuori a mano - raccontano - abbiamo dovuto sbaraccare un po’ tutto, stando attenti alle galline.  Ci sono volute un sacco di manovre, aveva pure le ruote sgonfie: servirà ad un suo parente per metterci dentro un po’ di roba». Però i volontari   stavolta hanno preso paga: già, una salamella, un pezzo di pecorino e   alcune bottiglie di vino. Anzi una in meno perché la  moglie si è sbagliata e ha infilato in borsa una bottiglia di the freddo.
 Sì, è così, si può stare nel dramma con il sorriso, soprattutto se lavori tutto il giorno. Soprattutto se devi sollevare il morale agli sfollati. Giorgio Censi, il pomeriggio   va su tutte le furie: una fornitura di gasolio ammalorato, con dentro acqua e chissà cos’altro,  ha mandato in tilt i generatori. Lui e gli altri hanno dovuto svuotare tutti i serbatoi. Una cosa così, sbotta Giorgio, poteva mandare a pallino tutti i motori. E allora, per ore, addio a luce e acqua calda. E anche qui non sarebbe stata   una cosa da poco: perché la notte abruzzese, ai piedi Del Grasso,  è davvero gelida. Un clima  sahariano, dicono tutti: si suda di giorno e si batte i denti – letteralmente – con il buio. In tenda, gli spifferi tormentano il sonno. Ma nessuno dei volontari parmigiani sta al campo con le mani in mano: i ragazzi delle pubbliche di Langhirano, Varsi, Pellegrino, Traversetolo, Colorno e Busseto fanno la spola per portare  gli sfollati da un posto all’altro: al  Fatebene fratelli di Roma oppure a quello da campo dell’Aquila.
  Nella piazzetta del paese, quelli del  Seirs hanno   promesso  che  oggi, quando se ne andranno,  lasceranno montata una tenda: gliel’hanno chiesta i giovani del paese per riaprire  un bar con  un tavolo dove giocare a carte. Detto e regalata. Il compito – che poi chiamarlo compito  non va nemmeno bene –  di Clarissa Concarini, una giovane di Bussetto, è quello di tenere per mano Marcella, la ragazza di Villa Sant’Angelo  che sotto le macerie ha perso Maurizio, il fidanzato con il quale doveva sposarsi ad agosto. E che da allora ha sempre lo sguardo perso  nel suo sogno infranto.  «Oggi l’ho accompagnata in casa sua a prendere il suo  bellissimo pianoforte», racconta con i lacrimoni che le rigano le guance.  Casa di Marcella, che è una musicista, adesso è una stanza: l’unica di tutta l’abitazione che è rimasta in piedi. E proprio lì c’era il suo strumento che non si è nemmeno scheggiato:  «L’ha voluto recuperare a tutti i costi, l’abbiamo accompagnata con i vigili del fuoco», aggiunge Clarissa, a giù ancora goccioloni. Il pianoforte, adesso, è in un  piccolo capannone sopravvissuto al sisma.
 

E oggi, per la volontaria di Busseto, sarà difficile staccarsi da Marcella. Sì perché Clarissa, con il resto della colonna dei volontari parmigiani  farà ritorno a casa, per lasciare il posto a quella di Piacenza. Prima però c’è un’altra  mattinata di lavoro. Come al solito, sveglia  all’alba, c’è chi sistema il campo e chi  porta malati da una parte all’altra. Chi potrà  e vorrà rientra per le dieci perché  a quell’ora è fissata la messa di Pasqua al campo di Villa Sant’Angelo. Celebra un sacerdote originario del paese, emigrato in Sudamerica, ma molto legato, e viceversa,  alla sua  comunità abruzzese. Poi tutti dovrebbero rientrare per il pranzo pasquale. La cucina ha già pronto il menu: crostini d’antipasto, tagliatelle al ragu, agnello con patate e carciofi fritti.  E  alla fine  uova di cioccolata: ce ne sarà una per ogni bambino,  oltre una ventina, e poi   pezzi  per tutti. Ci provano i volontari dell’Emilia Romagna, ce la mettono tutta per riscaldare almeno un po’ questa Pasqua di sangue. 

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