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il crac in tribunale

"Parmalat, tutte le manovre illecite per volontà di Tanzi"

Le motivazioni della sentenza della Cassazione

"Parmalat, tutte le manovre illecite per volontà di Tanzi"
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(ANSA) - ROMA, 22 LUG - «Le falsificazioni contabili», le «dissimulazione» dei debiti, «il 'giro dei concessionari" e i finanziamenti occultati», insomma «tutte le illecite manovre contabili ed operazioni dolose dalle quali ha tratto origine il rovinoso tracollo del gruppo, sono state attuate per volontà di Calisto Tanzi». Lo scrive la Cassazione, nella sentenza con cui il 7 marzo scorso ha confermato le responsabilità del 'patron', di suo fratello Gianni, morto il giorno stesso, e degli altri 13 imputati, per il crac Parmalat.

Nelle motivazioni del verdetto - di 168 pagine, redatte dai consiglieri relatori davanti alla quinta sezione penale Paolo Oldi e Giuseppe De Marzo - la Corte rimarca come sia certo - in base alla ricostruzione dei fatti "insindacabilmente recepita dalla Corte d’Appello» - che «il dissesto del gruppo fosse non già soltanto prevedibile, ma certamente previsto», per lo squilibrio economico "progressivamente accentuato dalle illecite iniziative assunte di volta in volta».
«Non è contestabile», secondo la Cassazione, che la condotta di Calisto Tanzi, emerso dalla sentenza di merito quale 'dominus' del sistema, «sia pure col concorso di quanti si sono prestati a tradurre in fatti concreti le sue direttive, sia collegata al dissesto», in quanto ogni «falsificazione e operazione» causa del disastroso crac con un buco di 14 miliardi sia stata posta in essere «dietro direttive da lui impartite con coscienze e volontà».


Al patron la Suprema Corte ha comunque concesso un piccolo sconto di pena, di cinque mesi, che ha portato il totale a 17 anni e 5 mesi, per la prescrizione nel 2012 del reato di associazione a delinquere.
Stesso sconto per Fausto Tonna braccio destro di Tanzi, per il quale un processo bis dovrà rideterminare la pena. Al manager, che pure aveva prestato collaborazione alle indagini sulla galassia delle 300 società satelliti del gruppo di Collecchio, riconoscendo tra l’altro - come viene citato nella sentenza - che fosse stato lui «a studiare e creare gli strumenti tecnici illeciti e fraudolenti che abbiamo utilizzato per mascherare la situazione», la Cassazione riconosce un «dolo diretto» per aver privato di rilevanza i «segnali di allarme». A poco è valsa la sua difesa puntata sul fatto di non aver mai assunto cariche formali nelle società o di averle dismesse nel marzo 2003: la Cassazione rimarca, infatti, la sua permanenza nei consigli di amministrazione di Parmalat e Parmalat Finanziaria, «fino al default», e ricorda che nel reato di bancarotta rientra anche l’amministratore «colpevolmente inerte». Tuttavia, proprio in considerazione dell’"insufficiente apprezzamento della collaborazione», da parte dei giudici di merito la Cassazione ne ha disposto il rinvio per quantificare la pena.
Anche per l’ex commercialista della famiglia Luciano Silingardi, condannato dalla Corte d’Appello a 6 anni, il lieve 'sconto" di pena, di tre mesi, riguarda la prescrizione dell’accusa di associazione a delinquere. A quest’ultimo, la Cassazione riconosce una «effettiva e ampia conoscenza» degli illeciti e «un’intensa cooperazione» nella cosiddetta «cabina di regia». Per tutti gli altri imputati la sentenza viene confermata. (ANSA)

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