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Omicidio di Helidon, caso chiuso: 19 anni e otto mesi all'assassino

Omicidio di Helidon, caso chiuso: 19 anni e otto mesi all'assassino
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Diciannove anni e 8 mesi per quella coltellata che spaccò il cuore di Helidon.   La Cassazione ha scritto la parola fine  sulla sera di Ferragosto del 2006, confermando la sentenza d'appello che aveva  salvato dall'ergastolo Arben Duka.  Nessun ricorso era invece stato presentato per i tre complici, ai quali comunque in appello era già stata in parte ridotta la pena: 15 anni e 4 mesi  ai fratelli  Mirdash e Eduart  Dedja e 14 anni e 8 mesi a Bujar Kaziu.
Non fu un agguato. E non ci fu premeditazione, secondo i giudici d'appello. E' così che la  condanna all'ergastolo inflitta  con rito abbreviato dal gup Maria Cristina Sarli si era  «sgonfiata» in secondo grado. Non solo. La Corte   bolognese aveva  riconosciuto a Duka le attenuanti generiche, sottolineando: «L'imputato ha manifestato ravvedimento e chiesto clemenza alla Corte, evidenziando  la propria giovane età  e incensuratezza; ha sommessamente chiesto che gli venga concessa la possibilità, una volta scontata la pena,   di potersi reinserire nella società».  Un pentimento dell'ultima ora che non aveva però convinto il procuratore generale Rinaldo Rosini, tanto da impugnare la sentenza in Cassazione proprio  in riferimento alla concessione delle attenuanti.
«Il ricorso era solo sul riconoscimento delle generiche. Evidentemente, per quanto riguarda l'assenza di premeditazione dell'omicidio, il procuratore aveva ritenuto ben motivata la sentenza dei giudici d'appello - sottolinea Enrico Della Capanna, difensore di Duka insieme al collega Helmut Bartolini -. Da parte nostra, pur non avendo fatto ricorso, abbiamo contestato  l'aggravante dei  futili motivi e chiesto  l'attenuante della provocazione. Siamo molto soddisfatti: i giudici d'appello avevano riconosciuto l'assenza di premeditazione e concesso le attenuanti, e ora la Cassazione ha chiuso il caso».
 Meno di vent'anni per quel delitto. E la pena sarebbe stata ancora più bassa, se Duka non fosse stato condannato anche per spaccio.  Un epilogo amaro per  la famiglia di Helidon, a Parma da anni per reinventarsi il futuro. «Il pensiero che tra qualche anno, grazie ai benefici, possano rivedere in giro l'assassino del figlio e i suoi complici credo sia molto pesante - sottolinea Susy Malcisi, l'avvocato della famiglia  di Helidon -. La Cassazione ha riconosciuto il risarcimento stabilito dal giudice di primo grado, ma questo poco importa. Le  motivazioni per la concessione delle attenuanti mi sembrano molto deboli: come si può parlare di ravvedimento quando uno si presenta  in  appello e dice semplicemente “mi dispiace”?.  Ma anche l'assenza di premeditazione  mi pare un'assurdità: Duka ha convocato i tre complici e si è presentato  all'appuntamento con Helidon con un coltello con una lama di 22 centimetri».
Si incontrarono davanti al Penny market di via Venezia: fu Helidon, 20 anni, operaio albanese, alle 19,42 a  chiamare Duka, stessa nazionalità, cinque anni di più, dopo che quest'ultimo lo cercò più volte nei giorni precedenti.  Passarono pochi minuti prima dell'incontro, che avvenne alle 20 circa, mentre nel frattempo Duka aveva contattato sia i suoi cugini Dedja che Kaziu, tutti di origine albanese.  Ma l'aggressione, secondo i giudici d'appello, fu estemporanea. «... la scelta delle armi (quella principale: un lungo coltello da cucina) appare più dettata dalla fretta che non da un'accurata preparazione - scrivono nelle motivazioni -; tutti i partecipanti si erano recati sul posto - per la verità a poca distanza dall'abitazione del Duka - a piedi; anche il comportamento successivo al delitto (fuga dall'abitazione del Duka, lasciando in casa sia il coltello usato per il delitto che abiti sporchi di sangue) induce a ritenere probabile che l'azione non era stata premeditata ma attuata in fretta e furia, approfittando della favorevole circostanza che Helidon era rientrato dall'Albania, aveva contattato Duka e si era prestato ad affrontare subito un incontro chiarificatore».
Voleva che lasciasse in pace la sorella della sua fidanzata: Duka aveva cercato di farla prostituire, e Helidon aveva minacciato più volte di denunciarlo. L'idea di perdere quel  dominio «su una delle proprie femmine» - sottolinea la Corte d'assise d'appello - spinse Duka alla resa dei conti.   In un piazzale deserto di una sera d'estate.

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