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«Noi infermieri: preparati,ricercati, ma “sconosciuti”»

«Noi infermieri: preparati,ricercati, ma “sconosciuti”»
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Monica Tiezzi

E' forse l'unica laurea che garantisce  un lavoro subito. Ma è una professione che pochi vogliono intraprendere, tanto che siamo in perenne deficit, e costretti a ricorrere  a lavoratori dall'estero. Una crisi, quella della professione infermieristica, che viene da lontano, e che ha reso la categoria paradossalmente «sconosciuta».  Come spiega la neopresidente del Collegio degli infermieri professionali, assistenti sanitari e vigilatrici d'infanzia di Parma, Paola Siri, «l'infermiere viene riconosciuto solo dagli addetti ai lavori o dai pazienti. Tutti gli altri spesso lo accomunano a figure professionali molto diverse».
Quanti sono i vostri iscritti?
«Attualmente 2.901, di cui 54 come   assistenti sanitari e 16   come vigilatrici d'infanzia. I restanti  come  infermieri. La maggioranza, 1.650, lavora all'ospedale Maggiore, 850 all'Ausl e solo il 7,6%  è libero professionista».
Sono sufficienti?
«No. In Italia abbiamo  5,4 infermieri ogni mille abitanti. Il rapporto ottimale fissato dall'Ocse per le regioni europee è di  6,9. In Olanda ne hanno 12,5 e in Germania 9,8. I corsi universitari per diventare infermieri sono coperti solo all'85,5%: a Parma ci sono   più di 200 posti disponibili».
Come rimediate?
«Il  nove per cento degli infermieri iscritti all'albo  è straniero, in linea con i dati nazionali. Vengono soprattutto da Romania, Polonia, Moldavia, Bosnia, ma anche dal Sudamerica e dal Nord Africa.  Per chi viene dai Paesi comunitari è più facile il riconoscimento del titolo di studio. L'aspirante infermiere deve comunque iscriversi al Collegio e sostenere prima un esame di italiano. Li aiutiamo offrendo lezioni di lingua e di legislazione professionale italiana. Il riconoscimento del titolo di studio, per chi viene da Paesi extracomunitari, è invece a livello ministeriale. Anche gli extracomunitari devono  sostenere l'esame di lingua e  in più quello di legislazione professionale italiana».
Perchè quella dell'infermiere è diventata una professione poco ambita in Italia?
«Per tanti motivi. Anzitutto, il percorso formativo è diventato, dal 1996, piuttosto impegnativo (vedi sotto, n.d.r), con l'obbligo di laurea almeno triennale, previo test di ammissione, frequenza obbligatoria e stage. Tanto impegnativo che perdiamo per strada il 30% degli studenti. La professione infermieristica inoltre richiede sacrifici: si lavora su turni di 24 ore, inclusi i festivi, c'è un forte investimento personale nel rapporto con il paziente, c'è un codice deontologico da rispettare, c'è anche la possibilità di operare con margini di autonomia che però implicano responsabilità. E tutto questo a fronte di compensi non alti».
Non guadagnate abbastanza?
«Non si guadagna mai abbastanza (ride n.d.r). Lo stipendio di partenza di un infermiere è di 1.200 euro. Io,  al culmine della carriera, con 38 anni di anzianità, una laurea magistrale,      oltre alla triennale,   un ruolo dirigenziale all'Ausl e varie indennità, prendevo 2.100 euro».
Non c'è  anche un decadimento dell'infermiere come prestigio sociale?
«In parte. Negli anni Cinquanta la formazione infermieristica avveniva soprattutto nelle scuola della Croce rossa ed era una preparazione  rigorosa, rivolta solo alle donne e quasi ‘di elite’. Negli anni Settanta c'è stata una sorta di  appiattimento al basso. Non era obbligatoria  la maturità, bastava un biennio di superiori e poi tre anni nelle varie scuole regionali».
Perchè   spesso gli infermieri   vengono confusi con altre professioni sanitarie?
«Bisogna considerare che oggi in Italia ci sono ben 22 profili  di professioni sanitarie, che il governo vorrebbe ridurre a 15: dai tecnici di radiologia agli esperti di logopedia, dalle ostetriche  ai tecnici della riabilitazione e  ai fisioterapisti, solo per citarne alcuni. E' facile fare confusione. Gli infermieri in particolare spesso sono confusi  con gli  operatori socio-sanitari. Ma un infermiere non è   nè un Osa, ossia un operatore socio-assistenziale, nè un Ota, operatore tecnico addetto all'assistenza, nè un Adb, operatore di assistenza di base».
Qual'è la differenza fondamentale fra queste figure e l'infermiere?
«Gli operatori socio-assistenziali (Osa, Ota, Adb e via dicendo), sono iscritti al ruolo tecnico e non sanitario: hanno una formazione di mille ore dopo la scuola dell'obbligo e possono operare sul paziente limitatamente  all'accudimento non sanitario, come l'igiene personale, l'aiuto alla deambulazione, la mobilizzazione di pazienti allettati. Possono anche cooperare con l'infermiere o agire su prescrizione dell'infermiere, ma sempre con le limitazioni dette. Inoltre svolgono  mansioni di tipo alberghiero, o trasporto di  materiale biologico».
E le differenze dal punto di vista istituzionale?
«Gli operatori socio-assistenziali non hanno un ordine o un collegio professionale, a differenza degli infermieri, delle ostetriche o dei tecnici di radiologia. Per gli infermieri l'obbligo di iscrizione al collegio professionale, che entro l'autunno si trasformerà in  ordine professionale, è scattato dal 2006».
Cosa direbbe a un giovane  per convincerlo a diventare infermiere?
«Premettendo che a Parma nell'ultimo triennio  si è registrato un 30% in più di immatricolazioni per la laurea in infermieristica, anche se siamo ancora lontano dal soddisfare il fabbisogno, gli direi  che in questa professione è appagante la relazione con il paziente. Non è vero che fare l'infermiere è una ‘missione’, come una volta si diceva: è un lavoro, ma che presuppone la predisposizione al rapporto con l'altro. Molto più che per il medico, per l'infermiere è prevalente l'accudimento e l'assistenza.  Per questo vale la pena fare questo lavoro».

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • luca gusperti

    21 Luglio @ 22.18

    gli infermieri come dicono nell'articolo vengono confusi con gli operatori socio sanitari ma se non ricordano nella legge n^1 del 2002 (emergenza infermieristica) sono stati inclusi gli operatori socio sanitari e gli operatori socio sanitari in assistenza complementare per sopperire la carenza di infermieri che da quando hanno scelto di istituire il diploma universitario il numero è diminuito notevolmente precisando che gli operatori socio sanitari hanno un percorso di 1000 e 1400 ore di formazione che supera gli ex infermieri generici. È ora che noi come asnoss assieme alla federazione ipasvi possiamo trovare un punto d'incontro sulla situazione attuale. Il presidente dell'associazione nazionale operatori socio sanitari ed assistenziali LUCA GUSPERTI www.associazione.asnoss.name

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