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Nicoli, vent'anni senza Anna

Nicoli, vent'anni senza Anna
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Davide Barilli
 Quel  giorno che gli ha cambiato la vita  è rimasto impresso dentro come una stimmate.  «Tutto,
ricordo, come se fosse ieri... tutto...». Era iniziata come tante altre  volte, nella cucina della casa di Stradella di Collecchio:   la colazione, l’ultima  con Anna. «Erano le 7,40. Si era alzata presto, come sempre, per fare colazione insieme». Il rito quotidiano domestico, le abitudini di una famiglia felice. Di sopra, la nuora e il nipotino ancora a letto.   Lei in vestaglia, in cucina, ad aspettare che il brontolio della caffettiera annunciasse il momento  di spegnere il fuoco. Latte e biscotti, per Carlo e Pier Luca. E poi il saluto, il bacio sulla guancia. Come tante volte. «E pensare che ero uscito prima del solito quella mattina, per evitare la confusione del traffico che avrei trovato in strada...». Ha una pausa, Carlo Nicoli. Come per mettere a fuoco un senso di colpa che non può ragionevolmente esistere.   Anche Pier Luca era uscito per andare al lavoro. In casa erano rimasti Anna, la moglie di Pier Luca e il piccolo Francesco. Subito dopo, il blitz dei sequestratori. «...Sapevano molte cose... le mosse da fare, eccome se  le sapevano». L’inizio di un incubo: un calvario, durato un anno. Anna cercò di resistere. Lottò con tutte le sue forze, temendo che i banditi volessero rapire proprio il nipotino che dormiva al piano di sopra. «Non toccate il bambino. Lui no: lasciatelo stare», gridò più volte la donna, prima di essere portata via di peso. «Mia moglie aveva paura che rapissero nostro nipote Francesco, che aveva sedici mesi, si era  raccomandata con la vicina di casa». Suda, Carlo. Fa sempre male quella sequenza di immagini della memoria. «Ricordo  quando sono rientrato a casa,   gli elicotteri, le prime telefonate dei sequestratori, l’inchiesta, le speranze, le illusioni...».  E  poi, il  calvario giudiziario. Con quelli là, la mistura senza scrupoli di  anarchici e pastori, dietro la gabbia. «A un certo momento ho cercato di non essere più presente ai processi. Aspettavo fuori dall’aula, tutta l’udienza poi parlavo con gli avvocati (De Giorgi e L’Insalata, ndr). Preferivo così».
Quando ha perso la speranza? «Dall’ultima telefonata. Ricordo benissimo, era il giorno di Sant’Ilario del Novanta. Quando mi hanno apostrofato per bene (...cosa vuoi,  delle prove? mi hanno detto...) e poi hanno buttato giù il telefono. Da lì non si sono più fatti sentire...».    Una storia che è rimasta con molti punti interrogativi. Sì, da un punto di vista processuale tutto è finito. Ma certi dubbi permangono. Uno, fra tutti, il più clamoroso: Anna non è mai stata ritrovata, viva o morta. C’è dietro una logica ferrea dei sequestratori, far sparire eliminare il corpo del reato. Una speranza, nel dolore, erano stati i resti recuperati in fondo al pozzo artesiano. «Erano compatibili con un essere umano - dice Carlo - ma ridotti e bruciati a tal punto che non si è nemmeno potuto estrarre il dna». Che fine hanno fatto quei reperti? «Mah, c’era rimasto poco. Saranno in qualche archivio di tribunale...».  E l’anello trovato insieme a quei poveri frammenti di ossa? «Era schiacciato così tanto dove c’era la data che non si poteva riconoscere se era quello di Anna. Quell’anello lì era la seconda vera, la prima, quella di  quando ci siamo sposati era più tradizionale, poi le avevo regalato quell’altra che era più particolare...». Il tribunale, con sentenza, depositata il 21 luglio 2001, ha dichiarato la morte presunta di Silocchi Mirella, nata a Gazzuolo, Mantova, il 9 marzo '39, avvenuta tra il 2 dicembre '89 e il 19 gennaio '90». Poche, asciutte, righe, estratte dalla sentenza, pubblicata prima sulla Gazzetta Ufficiale, poi su due quotidiani, per mettere la parola fine a una vicenda umana finita inevitabilmente nei lacciuoli della burocrazia.  «Cosa vuole che dica - afferma Carlo Nicoli - era un atto dovuto, ormai Anna non c'è più e nessuno potrà restituirla».
Non avrà neppure il conforto di una tomba, Carlo Nicoli. Quei poveri resti trovati in fondo al pozzo artesiano nel podere del Viterbese dove era stata tenuta prigioniera la moglie, non sono stati ritenuti compatibili con ossa umane. «I giudici non hanno mai dato il consenso alla sepoltura; se così fosse stato, non ci sarebbe stata la procedura della dichiarazione di morte presunta». Carlo Nicoli è rassegnato da tempo, ormai. Sa che nella tomba di famiglia, «Anna» non troverà mai spazio. Alla Villetta, c'è una lapide. C'è una scultura. Ma manca una tomba vera sulla quale piangerla.
Non c’è pentimento. Da parte di nessuno: «I rapitori non dimostreranno mai pentimento, perché ammetterebbero la loro colpevolezza...». Ma non  c'è  neanche perdono. Carlo Nicoli scuote la testa.  Dopo vent’anni, perdona? «No». Non li nomina mai, gli aguzzini. Ad eccezione  della  Scrocco. Se sono ancora tutti in cella? «Penso di sì, almeno quello... Cosa è cambiato in vent’anni? Niente, l’unica cosa nuova è stata la cattura della Scrocco che però si rifiuta di parlare, è un’irriducibile. Lei secondo me non parla, si deve fare trent’anni». Di riapertura indagini, si sa qualcosa? «Niente, assolutamente niente».
 Il caso è chiuso, anche per lei? «Non so più nulla da tre anni, da quando mi hanno telefonato per dirmi che in Olanda era stata arrestata la Scrocco. Non siamo gli unici, ci sono stati anche altri casi... Se spero che qualcuno parli? Ormai adesso che sono verso la fine della carcerazione, cosa vuole che parlino…».
Una cosa che non è mai mancata è stata la fiducia nella giustizia. «Le indagini sono state fatte, sono stati trovati i colpevoli  e anche l'iter  processuale  è stato svolto in tempi ragionevoli...». Nicoli ci tiene a ricordare gli inquirenti: «Si sono dati da fare al massimo, penso a Gallese, Gallo, Reda,  si sono tutti spesi in maniera personale, ma la bacchetta magica non ce l’hanno...».  Ci sono rimaste zone d’ombra? «Non è molto chiaro un punto, quello dell’eventuale basista... Su questo aspetto non   si è mai arrivati a una verità».  
Almeno, dopo il dramma Silocchi, i sequestri di persona si sono diluiti, fino a scomparire. «Dopo quello di mia moglie ce ne sono stati pochi altri, forse due, poi basta a parte alcuni  rapimenti  lampo. Il fatto che fossero stati  arrestati e condannati i rapitori di Anna è stato un segnale forte dello Stato».
 Parola di Carlo Nicoli: un uomo a cui manca un pezzo di vita, quella che gli hanno strappato in una mattina afosa di vent'anni fa.  

Oggi sulla Gazzetta di Parma in edicola altre due pagine dedicate al caso
 

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